Si mobilita il Lotto 0: campetto e murales per Ciro. E il Comune?

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Si troveranno venerdì 8 e sabato 9 per rimettere a posto l’unico campetto di calcio. Pianteranno alberi e fiori, realizzeranno un murales in memoria di Ciro Colonna. I ragazzi del Lotto 0 provano a reagire dopo la morte del 18enne innocente durante l’ennesimo agguato a Napoli Est.dopo la morte del 18enne innocente durante l’ennesimo agguato a Napoli Est. Provano a mettere in campo la partecipazione e la cura del loro rione, insieme al movimento UnPopoloInCammino.

“Alla riunione del 28 giugno – scrivono gli attivisti – erano presenti la madre e il padre di Ciro: non lo nascondiamo, accanto a loro ci siamo sentiti piccoli piccoli, perché queste persone sono straordinarie, è straordinaria la loro forza, è straordinario il coraggio che stanno dimostrando. Forse è impossibile immaginare cosa voglia dire perdere un figlio di diciassette anni così, sparato sotto casa senza alcuna ragione. Un dolore di fronte al quale si potrebbe correre il rischio di restare muti, inermi. E invece la mamma e il papà di Ciro vogliono che la memoria del loro figlio resti viva nell’impegno, nella testimonianza, nel cambiamento. La loro forza di fronte al dolore ci investe di una responsabilità enorme, la responsabilità di provare davvero a cambiare le cose”.

Dopo la fiaccolata del 14 giugno nel Lotto 0 cresce un percorso di consapevolezza e riappropriazione del territorio. Ma non basta, chi vive quei territori ha bisogno di interventi da parte delle istituzioni. Innanzitutto al governo nazionale per le politiche di intelligence e sicurezza, come chiede UnPopoloInCammino. E poi si attendono, ora, i fatti da parte di Palazzo San Giacomo con il secondo mandato di Luigi de Magistris.

I ragazzi hanno, infatti, lanciato un appello in vista di venerdì: “ci servono le porte e le reti per il campo. Perciò facciamo appello a società sportive, centri sportivi, attivisti impegnati nello sport. Insomma a chiunque ci possa aiutare”. La richiesta è stata inoltrata anche all’Amministrazione che potrebbe, senza enormi risorse, recuperare un paio di reti e di porte. Perché con atti pratici si afferma la presenza nelle periferie più abbandonate. Oppure qualcuno ufficializzi un fatto: solo il dono e il buon cuore si possono costruire le basi di aggregazione sociale nei quartieri a rischio e non con interventi seri, concreti.

I cittadini di Napoli Est attendono, ancora.

 

 

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Napoli, trans pestata e Casa Fiorinda chiusa: “Fare centri antiviolenza nella ex Nato”

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Due notizie nello stesso giorno che chiamano il sindaco riconfermato Luigi de Magistris alla prova dei fatti sul tema dei diritti. Primo caso: ancora una trans aggredita brutalmente a Napoli (e sempre nello stesso quartiere, Fuorigrotta).

Su fb l’amarezza di Loredana Rossi, leader di Associazione TransNapoli: “Che politiche di inserimento lavorativo sono previste per le persone trans? Dove esistono case di accoglienza per le giovani trans che sono cacciate di casa? Che assistenza psicologica e legale viene garantita alla prostitute che denunciano i propri sfruttatori? Quali politiche culturali sono adottate per educare alla diversità? Gli strumenti sono cambiati, ma le persone trans sono ancora sconosciute alle Istituzioni che con le loro condotte omissive, continuano a esiliare e confinare le persone trans ai margini della società. È il terzo grave episodio di violenza transfobica in pochi mesi. È evidente che si tratta di un attacco anche politico alle istituzioni cittadine sensibili alle problematiche LGBT. E proprio alle istituzioni locali l’associazione trans napoli chiede un incontro per intervenire e far cessare questa violenza restando il attesa che la legge contro l’omofobia venga approvata”.

Nel condannare questo nuovo episodio di violenza Daniela Falanga di Arcigay lancia una proposta a Palazzo San Giacomo, che vede d’accordo anche Atn: “L’ex base NATO ha a disposizione un spazio immenso e diversi stabili da poter strutturare come centri di accoglienza. Si potrebbe offrire a Napoli uno spazio enorme in cui poter gestire tutti i casi sensibili, invece di veder andare tutto allo sfascio.  In una città complicata quale la nostra, un modo per garantire dignità a tutti”.

Proprio questa proposta si collega alla seconda notizia del giorno. Il 23 giugno la porta di Casa Fiorinda, l’unica casa per donne maltrattate presente a Napoli in un bene sottratto alla camorra che ha ascoltato e messo in protezione più di 200 donne è stata chiusa. “Casa Fiorinda, pur se prevista nel piano sociale di zona per la prossima programmazione, non ha avuto continuità perché il Comune di Napoli non ha emesso, in tempo, l’avviso pubblico per la prossima aggiudicazione.
Il Comune, si giustifica dicendo che non è stato messo ancora in condizione di programmare la prima annualità dell’attuale triennio di programmazione della 328 (2016-2018) perché la Regione non ha avviato ancora le procedure di trasferimento fondi. Contestualmente, la Regione, per poter aprire la procedura agli Ambiti Territoriali, attende dal Ministero il riparto del Fondo Nazionale Politiche Sociali e l’attribuzione alle Regioni dei fondi da appostare nel bilancio. Come al solito le responsabilità si rimpallano, n on si capisce di chi sono le responsabilità reali e le conseguenze, questo è invece certo e visibile, lo pagano le donne, chi ha bisogno di servizi, il welfare locale che appare sempre più debole”, così scrivono le “donne di Casa Fiorinda” gestita dalla coop sociale Dedalus.

Insomma, nel giorno della proclamazione c’è un campanello che squilla per Luigi de Magistris: è quello dei diritti e dei servizi di welfare per la città sui cui l’attesa è alta. Ora, dopo le promesse, deve arrivare la prova dei fatti.

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Non spegni il sole se gli spari contro

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Vogliono verità e giustizia. I genitori di Ciro Colonna erano in prima fila alla fiaccolata, in silenzio mantenevano lo striscione e avevano il dolore stampato sul volto. Con loro ci sono i guagliuni del rione Lotto 0 di Ponticelli, gli amici di Ciro. Hanno tutti la stessa maglia con il loro amico sorridente e la scritta: “non spegni il sole se gli spari contro”. Lavoratori, disoccupati, giovani, anziani, donne e mamme. Gente perbene di Ponticelli e della periferia orientale.

È una fiaccolata per gridare una verità non ancora scontata, in certi casi anche ignorata: Ciro era innocente, non c’entrava nulla con i gangster. Però viveva a Ponticelli, al Lotto 0 e frequentava il circoletto. Una realtà troppo distante e complicata dal salotto benpensante di una certa borghesia cittadina che ignorava e continua a ignorare pezzi di città, troppo preoccupata della movida ai baretti di Chiaia.

Sono in 500 a camminare silenziosi tra le palazzine grigie e gli edifici abbandonati di quella che doveva essere la “cittadella dei bambini”. Non era scontata la partecipazione da queste parti dove regna la paura. Mantengono fiaccole e lasciano volare in cielo i palloncini bianchi. Sono arrivati anche gli attivisti di UnPopoloInCammino, il movimento che è nato dopo l’uccisione di Genny Cesarano. C’è Alex Zanotelli e alcuni neo eletti al consiglio comunale come Eleonora De Majo, Alessandra Clemente e Rosario Andreozzi. E, soprattutto, ci sono tante persone che abitano la periferia orientale e da sempre impegnate nei comitati e nelle associazioni.

A colpire è il silenzio interrotto solo dagli applausi. Sono le teste appena sporte dalle finestre che hanno paura: “ieri una paranza ha di nuovo sparato in strada”, diceva la voce di popolo raccontando dell’ennesima stesa che richiama la vendetta dopo l’agguato. Eppure c’è chi è sceso in strada ieri, nonostante tutto. E ci sono i genitori che continueranno a pretendere la verità che allontani ogni fango sul loro figlio di 19 anni.

Napoli Est, la ex periferia rossa, è abituata a resistere ma corre su un filo e vuole vivere contro l’autodistruzione di queste gang armate e disperate. Ora toccherà al prossimo sindaco della città, all’attuale presidente della Regione e al Governo: ora sono loro che devono dire da che parte stanno.

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Ultimo saluto a Ciro: dolore e dignità al Lotto 0

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Il sole d’estate sui rioni popolari può essere nero. Alle 13 battono i raggi opprimenti sulle teste di chi si sta dirigendo alla Chiesa di San Francesco nel rione Lotto 0 di Ponticelli, dove per l’ultima volta salutano Ciro Colonna: 18 enne ucciso durante un agguato contro il baby boss “barbudos” Raffaele Cepparulo. “Mio figlio aveva appuntamento con lui alle 16.30. Poi un contrattempo e non è più andato in quel maledetto circoletto. Erano amici, stavano sempre sempre insieme. Alle altre mie figlie ho detto di andar via”. Gennaro vive lì, come un altro papà di un amico di Ciro. È una voce unica che dalla desolazione di quei casermoni si leva da giorni: “Ciro era un bravo ragazzo, un innocente”.

Ora aumenta la paura. C’è la voglia di scappare mentre guardando intorno vedi solo il cemento di questi palazzi: “non c’è nulla qui, non un centro sociale o qualcos’altro per i ragazzi”ripetono. Allora se scendi di casa c’è solo il famigerato circoletto prima di immettersi sulla superstrada che collega ai comuni vesuviani. Il Lotto 0 è una strada di passaggio costruita alle spalle di un marciapiede: né città né provincia, periferia della periferia.

Il dolore è composto. Con educazione chiedono ai giornalisti di entrare senza telecamere e fotocamere. “La stampa si è comportata male e la famiglia vuole discrezione”, dice una persona che lavora all’interno della Prefettura e fa da mediatore con i giornalisti. Un caso singolare, quello della “stampa che si comporta male”, quella seduta davanti a un desk che lascia passare certe veline dei carabinieri mentre da giorni ci sono cronisti che aprono taccuino e microfono agli amici di Ciro e raccontano quel rione. Alessio Viscardi è cresciuto lì, da giorni sta dando voce al “suo” rione: “sono giorni difficili, ripenso quando a 14 anni ero anche io stavo in un circoletto”.

Nonostante dolore e paura non si vuole perdere la dignità. E allora gli amici chiedono giustizia. Lo faranno il 14 giugno alle 19 con una fiaccolata che partirà proprio dalla chiesa dell’ultimo saluto. Vogliono ribadire che si può essere onesti anche in “ambienti criminali” e che non è una colpa varcare la soglia di un circoletto a 18 anni. Chiedono giustizia, prima di essere costretti a scappare e nella speranza di non essere i prossimi casuali obiettivi del piombo dei gangster. Chiedono alla città di esserci, di guardare con i propri occhi il dolore e la dignità del Lotto 0.

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Napoli: così muore un 18enne nella guerra dei gangster

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Foto concessa da Marco Cantile 

 

“Ciro era un ragazzino buono come il pane, amico di mio figlio e di buona famiglia. Lavorava ed andava alla scuola serale: sono affranto e scoraggiato, sia come genitore che come cittadino della zona orientale”. Sono le parole amare e disperate di un papà che in tarda serata commenta la notizia del duplice omicidio di Ponticelli avvenuto ieri.

Ciro Colonna, 18 anni, incensurato, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel circoletto del Lotto 0 era presenta Raffaele Cepparulo, 25 anni, il “baby boss” dei “barbudos” del centro storico. Il fuoco dei killer arrivati dalla Sanità, per vendicare il triplice assassinio dei Vastarella di un mese fa. Secondo la ricostruzione fatta dal quotidiano Metropolis Cepparulo si sarebbe fatto eroicamente scudo con Ciro. Poi l’arrivo della polizia e si sono ripetute le solite scene di tensione con i giornalisti finiti nel mirino e il collega videoperatore Lucio Lucianelli colpito dalla violenza dei pugni.

Come Genny e Maikol caduti sotto la “stesa” o come Mario ucciso per la parentela con i Sarno, come tanti altri ancora in questi mesi di lutto, Ciro è morto solo perché abita a Ponticelli. La sua colpa era quella di trovarsi nell’unico luogo di aggregazione nella desolazione di quei blocchi di cemento tra la periferia est e la zona vesuviana. Ciro è morto perché si trovava in un posto che non conosce alternative alla fuga: se ci resti e lo vivi puoi morire così, a 18 anni. Un’altra vittima innocente di una guerra che ha deprezzato la vita o al massimo la usa come scudo. E per chi vive in quel rione, come in tutti quartieri della dimenticata Napoli Est, c’è una rabbia frustrante e dolorosa che viene rappresentata dalle parole amare del mio collega Alessio Viscardi.

Né camorra né Gomorra: sono bande di gangster senza scrupoli

Ormai da tempo tante persone sono affezionate al dibattito su Gomorra sì, Gomorra no. Tempo sprecato a dibattere su una fiction che fa del marketing il punto di forza della rete a pagamento che lo trasmette. Per la realtà, invece, si è meno affezionati: comprendere il fenomeno, capire cosa sta accadendo in questa città e a una parte della sua generazione persa. Questa non è più camorra. In un quartiere possono arrivare killer da un altro rione senza più “permesso” e ammazzare. Le bande incrociano rapporti e interessi che vanno dal centro al rione Traiano fino a Ponticelli. Qui trovano rifugio questi Scarface del 2000 che celebrano l’estetica del crimine tra tatuaggi, barbe e coca cullando il mito di un giorno da star della mala. E nel nuovo lavoro di Amalia De Simone e Marta Serafini sul corriere.it si può vedere come questi criminali somiglino più ai fanatici dell’Isis: due fondamentalismi che si guardano allo specchio.

Come combatterli? Servirebbero prevenzione e intelligence per sgominare questi gruppi, come ripetono da tempo forze dell’ordine e magistratura. Sicuramente sappiamo come non vanno combattuti. La presenza inutile e comica dei militari di Alfano inchiodano alla responsabilità del governo. L’abbandono di interi rioni dove al circoletto o al centro scommesse non esiste luogo di incontro inchioda le istituzioni comunali e regionali.

E ora? Passeranno 24 ore di sgomento, giorni di paura e coprifuoco, qualche luce mediatica. I cittadini e le associazioni che vogliono reagire si ritroveranno soli come sempre. Intanto a 10 giorni dal ballottaggio non manca lo sciacallaggio elettorale di opinionisti improvvisati che nemmeno sanno come si arriva a Ponticelli. La situazione somiglia al film il Camorrista che periodicamente trasmettono in tv: lo vedi, lo rivedi, storci il naso e poi cambi canale.

Quello che resta è solo un dato personale. Ieri analizzavo le dinamiche del voto del 5 giugno e del suo inquinamento, ma anche la novità del consenso popolare verso chi combatte le camorre. È questa l’altra guerra, quella all’interno di una generazione che vuole cambiare e di quella a mano armata: a terra ci sono troppi morti e come ogni guerra alla fine arriverà il conto, per tutti. E forse quello sarà il giorno in cui tutte le istituzioni saranno chiamate alle loro responsabilità.

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Napoli e il resto di niente di una campagna elettorale

quartieri spagnoli

 

E così termina la campagna elettorale a Napoli. La peggiore della storia, la prima giocata interamente sui social. Piazze virtuali piene, piazze reali vuote.  Da febbraio, con quella per le primarie, ad oggi non ricordiamo nulla che non siano insulti, attacchi personali, risentimenti vendicativi che hanno coinvolto alcuni giornalisti: sono miserie coltivate e cresciute in questi cinque anni, dove la politica è messa da parte e vince il “pre-politico”.

Luigi de Magistris sarà il probabile vincitore (al secondo turno) mentre la premiata ditta Lettieri e Valente ha caricato ingenti risorse sulla comunicazione per sopperire all’insipienza e alla impossibilità di fare un’opposizione reale al sindaco. Resta quasi nell’oblio il signor Brambilla da Monza mentre Nunzia Amura ha tenuta alta la testimonianza falce e martello.

Un’idea di città, piani urbani, ambiente, trasporti, servizi, faide criminali: i temi sono spariti, non sono mai entrati in questa corsa al pestaggio social che ha preso di mire le persone prima dei candidati. È terminato, insomma, il niente. E allora cosa resta di questo niente?

Restano soprattutto le persone. Per la prima volta al consiglio comunale c’è l’imbarazzo della scelta per chi vuole che ci siano giovani e cittadini impegnati prima e, comunque vada, dopo la tornata elettorale: Eleonora de Majo, Pietro Rinaldi, Arnaldo Maurino, Rosario Maresca, Enrico Russo, Jomahe Solis, le tante trans e Lgbt candidate ai consigli municipali. A loro si affiancano altri giovani e cittadini che ci mettono la faccia in quelle scatole vuote delle municipalità come candidati a presidente: Ivo Poggiani (III), Antonio Di Costanzo (VI), Maria de Marco (VIII) tra gli altri. Restano le persone, alcune che ho citato perché conosco di persona e tante altre che possono dare un cambio d’aria all’amministrazione cittadina.

C’è la compostezza di chi non è candidato e non si muove nel vortice di un odio di parte. C’è la dolcezza di mamma Antonella Leardi dopo la sentenza di condanna dell’assassino di suo figlio, Ciro Esposito. C’è la protesta civile di un marito che ha visto morire sua moglie al Vomero colpita da un albero e che non andrà a votare.

Poi per la prima volta le realtà occupate sono entrate attivamente in campo, candidandosi in prima persona o sostenendo attivamente de Magistris come nel caso di Massa Critica. Poi c’è che chi come l’Ex Opg Je so pazz lancia l’idea di un controllo popolare sul voto, un’ “antimafia sociale” di fronte ai rischi evidenti di inquinamento del voto: fatto confermato dalla reazione scomposta e melodrammatica di Lettieri. Ci sono giovani e comitati di Napoli Est, la periferia più abbandonata, che continuano a denunciare il disastro ambientale e sociale su cui tutti i candidati hanno taciuto.

Eppure persone, comitati e movimenti non bastano. Non è nemmeno sufficiente un sindaco, chiunque esso sia. Serve un’idea di città che riparta dalla periferie e accantoni il business dei “grandi eventi” che ingrassano la borghesia commerciale. Serve un pensiero con radici forti, una nuova cultura del meridionalismo e il coinvolgimento delle menti che restano nel deserto di un Mezzogiorno deprivato di una generazione in fuga. Occorre costruire un’idea di comunità che coltivi il seme di un business sociale. Un piccolo esempio lo hanno dato ieri ai Quartieri spagnoli con la riappropriazione di Largo Baracche che ha visto, insieme agli attivisti di Mezzocannone, i ragazzi di quei vicoli: da Carmine a Peppe che a 13 venivano condannati da scuola e territorio mentre oggi sono giovani consapevoli del cambiamento necessario: “facemmo ‘o munno nu poc chiu giusto”, hanno scritto sullo striscione.

Dal niente occorre recuperare il “resto” di un città più giusta con il pensiero a chi ha raccontato nel mondo un’altra Napoli: il 4 giugno eterno con Massimo Troisi ci regala un po’ di resto, o forse tutto, contro il niente.

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Ecoballe, ci vogliono 2 anni e mezzo per spostarle

ECOBALLE

 

Terra dei fuochi. Oggi alla presenza del Governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca è stata rimossa la prima ecoballa. Per De Luca è la “giornata storica, l’inizio della soluzione al problema Terra dei Fuochi”. Giubilo sui social network e c’è chi trasferisce il merito direttamente a Renzi. Ovviamente siamo in campagna elettorale è la potenza di una foto o di un video servono, eccome. Poi bisogna spiegare bene di cosa si tratta.

È giustificato tutto questo ottimismo? Non proprio. Lo stesso governatore ammette: “Ci vorranno due anni e mezzo per togliere tutte le balle”. Intanto sono 742.00o metri quadrati di sito tra Masseria del Re e Masseria lo Spesso da bonificare completamente.

Ora si iniziano i lavori di rimozione dei rifiuti imballati e stoccati dei primi 2 lotti  n. 5/6 di Lo Spesso, aggiudicati alla società Vibeco srl che ha realizzato l’impianto di trattamento, confezionamento e pesa ecoballe.  Il cantiere è stato preparato dalla società  I.A. Consulting srl, che ha progettato l’allestimento del cantiere con la predisposizione delle macchine di lavorazione: macchina per la pesa, portale radio metrico, impianto di trattamento per la filmatura e la pressatura delle ecoballe, oltre che l’allestimento degli uffici.

Questo permetterà la sana e corretta funzione dell’impianto, in quanto grazie a queste macchine i camion prima di uscire dall’impianto passeranno per la pesa e il portale radio metrico per verificare l’eventuale presenza di materiale radioattivo. A questo punto verranno smistati in due destinazioni finali: una nazionale per alimentare gli impianti del cementificio, divenendo così combustibili solidi secondari (prassi solita in Europa ma rara in Italia – dati statistici parlano del 16%) e una estera con l’invio delle balle rifilmate e impacchettate via nave verso la Spagna.

Per il direttore tecnico della I.A. Consulting srl Raffaele Iorio si tratta di “un mezzo miracolo”. Eppure restano tanti nodi prima di cantare vittoria nella Terra dei fuochi. Innanzitutto ci sono davanti ancora 2 anni e mezzo prima che esca l’ultima ecoballa; poi occorre capire bene circa il capitolo bonifiche dove recenti inchieste dimostrano la capacità di “riciclo” delle ditte mafiose; resta tutta aperta la partita su ciclo dei rifiuti mentre occorre capire quali sono i controlli nei cementifici dove finirà parte della monnezza e con quale impatto ambientale. Infine, restano tutti i nodi relativi ai roghi, alle discariche, allo screening sanitario e alla prevenzione.

Insomma, più che una giornata storica oggi è stata solo sollevata una ecoballa nella terra del disastro ambientale.

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Università: alle elezioni ecco il “Partito della Nazione” (a suon di euro)

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Si comincia presto a formare i “quadri” del Partito della nazione. A Napoli si parte dall’Università, a suon di migliaia di euro per i progetti dedicati agli studenti: quasi 400mila euro. Alla vigilia delle elezioni alla Federico II che si terranno martedì escono fuori un po’ di carte e di dati.   Ma chi gestisce questo fiume di soldi?  “I progetti approvati sono stati all’incirca una sessantina – spiega il Coordinamento universitario Link – e consistono in convegni, corsi di formazione, pubblicazioni di giornalini di facoltà, aggiudicati a gruppi che sono quasi tutti riconducibili a Confederazione degli Studenti, il “network” di varie associazioni dipartimentali come Studenti Giurisprudenza, ASSI, Associazione UNINA, Universo, Demos, e tante altre, che gestisce gran parte della rappresentanza studentesca, e che si presenta alle prossime elezioni studentesche del 18 e 19 maggio, in coalizione con tutte queste realtà. Crediamo che i finanziamenti da parte dell’Ateneo per progetti studenteschi sia uno strumento fondamentale per la partecipazione degli studenti alla vita della propria università. Altro conto sono i soldi degli studenti spesi in maniera dubbia con conti di spesa che ci lasciano altrettanto scettici”

Alcuni esempi. Per l’“University Music Festival”, un evento musicale, sono stati spesi circa €90.000, in deroga al tetto massimo di €15.000, che il bando stabilisce per ogni singolo progetto. “Qui la questione poco chiara è quella relativa agli incassi del servizio bar – affermano gli attivisti di Link – e all’ingresso di chi non era della Federico II, il quale non beneficiava dell’entrata gratuita. Infatti non è presente nella documentazione nessun atto che indichi la quantità totale di questi ricavi, né la loro destinazione”.

Poi dalla lettura delle rendicontazioni degli altri progetti emergeono  voci di spesa che sono un vero e proprio “spreco” dei fondi assegnati:  per i costi di tipografia si arriva a €101.862, incidendo per circa il 57%sul totale dei finanziamenti elargiti, per degli eventi che nella maggior parte dei casi consistono in seminari e conferenze, in altri casi durano mezza giornata, così come è possibile vedere dalla documentazione allegata.

“Questi casi gettano una forte ombra sulla gestione dei finanziamenti da parte delle associazioni studentesche – conclude Link – in gran parte riconducibili a Confederazione degli studenti”.  Ma  chi è questa Confederazione?

Il Partito della Nazione (universitaria)

La Confederazione degli studenti è stata fondata da Francesco Emilio Borrelli, oggi consigliere regionale con Vincenzo De Luca e alleato alle comunali con Luigi de Magistris. Alle scorse elezioni del Cnsu nelle loro liste c’èra Francesco Testa, figlio di un ex parlamentare Udc mentre alla Federico II venne candidato Tommaso Pellegrino, giovane cresciuto all’ombra di Nicola Cosentino. A “benedire” l’operazione è stato Mimmo Petrazzuoli, attuale presidente CdS e candidato per il Pd al Comune di Ruviano, nonché eletto presidente regionale Forum Giovani.

La forza della Confederazione è talmente cresciuta che la Run (la Rete universitaria del Pd) si è dovuta arrendere e confluire nella organizzazione fondata da Borrelli: tra i candidati e i componenti del Senato accademico si registrano il vicesegretario Gd Angelino, il componente Cda Adisu Zarra anche candidato a Pianura con il Pd e Piccolo, molto vicino al segretario Sarracino.  Ad essere fagocitati dalla capacità elettorale di CdS sono stati anche gli “studenti per la libertà” di Forza Italia.

Insomma da una organizzazione “indipendente” sta nascendo nell’Università napoletana la giovanile del “Partito della Nazione”: Verdi, Pd, Forza Italia e “centristi”. Destra e sinistra insieme a suon di progetti finanziati con migliaia di euro. Questi progetti consentono di guadagnare consenso che potrà servire prossimamente ai dirigenti per provare altre scalate istituzionali.

 

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De Magistris, Napoli Est e quel massone in lista

palle di napoli est

 

A Napoli il sindaco Luigi de Magistris inizia una campagna elettorale con un bagno di folla. Al Modernissimo centinaia di persone in sala e altrettante fuori. Per lui sono pronte 15 liste, un esercito di circa 500 candidati in strada a portare voti nella battaglia elettorale.

E proprio in questa giornata che sembra dare il via a un secondo trionfo emergono alcune contraddizioni politiche di rilievo. La notizia della candidatura di Enzo Peluso, massone iscritto alla Loggia del Grande Oriente, nella lista Dema e alcune parole su Napoli Est durante https://player.vimeo.com/video/164426423“>l’intervista rilasciata alla collega Nunzia Marciano di Canale 8.

Il massone

Sul Mattino, che riscopre la sferzante verve giornalistica quando si tratta di colpire “avversari politici”, viene delineata la figura di Peluso: “Addirittura il sito del Grande Oriente d’Italia Democratico invita da giorni «a sommergere di preferenze» Peluso, candidato al Consiglio comunale, al fianco appunto di de Magistris. E rimanda di link in link a diverse pagine virtuali di altre frazioni, logge e loggette della massoneria italiana”.

L’ex pm, campione della battaglia contro le “masso mafie” era presenta alla convention per benedire questa candidatura. Peluso, inoltre, non è nuovo ad avventure  elettorali: ci aveva provato lo scorso anno alla Regione con Vincenzo De Luca. Ovviamente non c’è nulla di “illegale” nell’appartenenza massonica a una loggia riconosciuta dalla legge. Si pone, però, una questione politica seria: in caso di elezione o meno quale sarà il conto da pagare a chi, seppur legalmente, rappresenta quelle lobby tanto contrastate dal primo cittadino “rivoluzionario”? Come concilia questa candidatura la presenza di tanti giovani, donne e rappresentanti del mondo Lgbt impegnati ogni giorno per la città?

Napoli Est

A Canale 8, durante l’intervista al tg, arriva la domanda sulla periferia orientale. A differenza di Bagnoli ogni volta il sindaco sveste i panni rivoluzionari e indossa la “giacca istituzionale” promettendo e indicando cose che, per chi vive in quell’area, sono un rebus: presto ci sarà la “delocalizzazione della Q8”, “stiamo rifacendo le strade”, “c’è un’ottima collaborazione tra pubblico e privato”, “abbiamo attivato i Pua”.

Non c’è una sola parola sull’inchiesta di smaltimento illegale di rifiuti tossici, non una parola sulla bonifica di uno dei siti più inquinati d’Italia e non ci capisce a quale delocalizzazione faccia riferimento: c’è quella parziale come da accordo di programma ma c’è la concessione del sito di stoccaggio sine die per la multinazionale.  E ancora: non c’è una sola parola sulla bomba sociale e quella criminale, con una faida feroce che sta mietendo vittime innocenti e vede decine di persone costrette alla fuga da Ponticelli per evitare vendette trasversali. Non una parola su un possibile Piano di accoglienza per le baraccopoli di Gianturco sotto sgombero. Alcune cose fatte, del resto, sono state possibili grazie al generoso impegno di comitati , associazioni e Reti popolari che sono l’ultimo baluardo in una delle periferie più esplosive.

Poi come mai il progetto di imprenditori privati Naplest non è mai stato messo in discussione a differenza delle “speculazioni” su Bagnoli? Questa zona della città è ormai giudicata “persa” elettoralmente? Oppure va bene che resti l’immagine dei pretoriani del Pd in cerca di voti davanti ai seggi delle primarie? Come si concilia lo “zapatismo” contro i “poteri forti” a Bagnoli  e il moderatismo istituzionale sull’area est degno di  una real politik?

Sono domande al probabile nuovo (e confermato) sindaco di Napoli. Chissà se, a differenza di questi 5 anni, arriverà qualche risposta oppure andranno a gonfiare queste sfere bianche (sylos a Napoli Est, ndr) simbolo di promesse mai mantenute.

 

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Napoli:”tutto normale” se lo Stato getta la spugna

sangue napoli

Foto di Marco Cantile

Due morti e tre feriti alla Sanità. Un morto a Piscinola. I colpi di mitra contro il comando dei carabinieri a Secondigliano. Incendio a un bene confiscato  ad Arzano, provincia. Questo è il bilancio della settimana in cui la camorra 2.0  si è ripresa la scena mediatica. Sono fatti non collegati tra loro che hanno in comune una sola cosa: lo Stato non s’indigna e nemmeno s’impegna ma getta solo la spugna senza dignità (aggiornando i versi del poeta Fabrizio De Andrè). Così  dello Stato si ha una pallida percezione con quei giovani militari fermi a prendere il sole nelle piazze napoletane: inutili e ininfluenti sulle sorti di chi spara nei rioni popolari.

I fatti

I giornalisti danno notizie, si basano sulle fonti e raccontano la realtà. Sull’elenco dei fatti di questa settimana bisogna capirne cause e origini. Alcuni cronisti fanno sempre molto bene il loro lavoro per aiutarci a capire. Ad esempio Manuela Galletta su Metropolis ha un osservatorio costante su come cambia la criminalità napoletana: social, estetica, violentissima e liquida. A darne atto è un’altra grande giornalista come Amalia De Simone che sul corriere.it raccoglie la tesi del pm Vincenzo D’Onofrio:  dietro i baby boss c’è una strategia processuale, vengono usati per preparare il ritorno dei capi che intanto provano ad evitare l’ergastolo con le ammissioni di colpa. Si tratta di un aspetto poco valutato e che pone domande sul funzionamento della Giustizia nel nostro Paese.

La violenza indiscriminata coinvolge anche dinamiche sganciate dalla faida. A Secondigliano, infatti, i carabinieri sono stati attaccati perché quel giorno un tribunale aveva tolto i figli del boss alla sua famiglia. Arnaldo Capezzuto, sul suo blog de Il Fatto Quotidiano, pone un problema quasi sorvolato: “perché i carabinieri non hanno reagito al fuoco?”. Ecco, perché non hanno reagito di fronte a un attacco armato?

In questa carrellata di questioni sulla presenza dello Stato e sul suo “alto impatto”  a Napoli bisogna aggiungere un altro caso. Gli assassini di Enzo Amendola, il 18enne ucciso e seppellito a San Giovanni, dopo il loro arresto a Viterbo sono a piede libero e girano indisturbati per il quartiere, a vista di familiari e amici della loro vittima. Ecco come episodio dopo episodio si erode ogni tipo di fiducia o vicinanza delle istituzioni nei rioni popolari. Questo Stato in mimetica si mostra sbrigativo solo su Bagnoli e indifferente di fronte a problemi strutturali, mostrandosi impalpabile e arreso.

Le chiacchiere

Sconforto, rabbia e disillusione dopo ogni agguato. “È normale: è l’ascensore, una volta sale uno e una  volta sale un altro”, come ha detto il barista del rione a Rainews.
I ragazzi di ‪#‎UnPopoloInCammino stamattina si sono ritrovati alla Sanità per gridarla questa rabbia. In tanti poi stanno a casa, per diversi motivi. Ciò che non si capisce è perché giornalisti/scrittori/opinionisti/politici, con i morti ancora caldi, insultino proprio questi giovani, provocandoli e aizzando discussioni rabbiose: “io non vengo in piazza, io resto a casa”. C’è tutta la frustrazione di una società civile silente, arresa e troppo simile a questo Stato: ha gettato la spugna sperando che la salvi un blindato fuori al proprio portone. Oppure, come è accaduto proprio in quei giorni, si diverte a discutere dei baretti di Chiaia per fare un po’ di campagna elettorale.

Queste, fortunatamente, sono solo chiacchiere e, invece, ci sono i fatti a cui dare spazio. Ecco vita e morte, dal mio punto di vista, di una settimana qualunque a Napoli: qui si sopravvive se non si getta la spugna, per non essere morti anche da vivi.

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