LICENZIATO, POI IL DASPO: EX OPERAIO FIAT LASCIA L’ITALIA

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Nella foto gli ex operai Fiat licenziati e gli attivisti accompagnano Massimo Napolitano all’aereoporto prima della partenza

Il licenziamento, la lunga battaglia per difendere la libertà di pensiero contro il proprio padrone, le proteste sempre pacifiche e poi è arrivato il Daspo dopo una protesta pacifica sul tetto di un palazzo a Roma.

Massimo Napolitano, uno dei 5 ex operai Fiat, ha deciso che non c’è più nulla da fare in Italia: alle 15 di oggi è salito su un aereo e ha raggiunto i familiari a Londra. Ad accompagnarlo all’aereoporto i compagni di lotta e gli attivisti che da sempre hanno sostenuto le tante iniziative di questi operai (nella foto sopra)

In una lettera inviata al vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, concittadino dei 5 lavoratori di Pomigliano con cui si era impegnato per trovare una soluzione ma senza più farsi vivo:

“Mi chiamo Massimo Napolitano. Sono uno dei cinque licenziati FIAT di Pomigliano che dopo la sentenza della Cassazione ha definitivamente  chiuso con la FIAT.
Sono un operaio e sempre questo ho fatto, lavorare con le mani. Non so fare altro. Questa lettera è stata scritta con l’aiuto di compagni che hanno più confidenza con la penna di me. Sono pensieri miei,  condivisi con i compagni che sono stati licenziati insieme a me.

Perché siamo stati licenziati? Perché ci siamo permessi di criticare la politica aziendale dell’allora amministratore delegato, Sergio Marchionne. L’abbiamo fatto inscenando il suo finto suicidio. Perché si suicidava? Per il rimorso. Per il rimorso delle tragedie personali che la sua politica aziendale aveva determinato in molti di noi e tra le nostre famiglie e che aveva portato al suicidio di due nostri compagni: Peppe De Crescenzo e Maria Baratto. E al tentato suicidio di diversi altri.

I piani industriali di Marchionne hanno risanato i debiti della FIAT e hanno fatto guadagnare montagne di soldi agli azionisti, ma per gli operai sono stati una catastrofe. La metà di noi è stata a cassa integrazione per anni e l’altra metà ha lavorato con ritmi inumani.

Io ero stato trasferito a Nola nel 2008 insieme ad altri 315 operai. Eravamo tutti “limitati fisici”, per patologie maturate in anni di lavoro sulle linee di montaggio, o “sindacalizzati” che per il padrone è la malattia più grave che un operaio può avere. Il nostro era un reparto dove stavamo li a fare niente. Per chi mastica un po’ di cose di fabbrica sa che uno stabilimento che non produce niente è prossimo alla chiusura. E noi vivevamo questa drammatica attesa con i quattro soldi che ci venivano dati per la cassa integrazione, aspettando la chiusura. Qualcuno di noi non ha resistito, dopo un po’ sono iniziati i problemi in famiglia, la depressione, l’isolamento, fino alla scelta senza ritorno di farla finita.

Il finto suicidio di Marchionne è avvenuto nello stesso giorno dei funerali di Maria Baratto. Eravamo esasperati e arrabbiati. Morivano nostri compagni e nessuno se ne fregava. L’unica cosa che valeva era il rilancio della FIAT, la conquista dell’America. Marchionne era il personaggio più osannato dai politici, dai giornalisti. Cosa contavano due operai morti e la sofferenza silenziosa di migliaia di altri? Niente.

Abbiamo scelto di denunciare quello che stava succedendo utilizzando un’arma pacifica. Non siamo stati violenti, non abbiamo organizzato picchetti e manifestazioni. Forse perché siamo napoletani, abbiamo utilizzato le vecchie armi di Pulcinella, accusare il responsabile dei nostri guai con lo scherzo. Quelli che ne sanno più di noi la chiamano satira.

Non lo sapevamo ancora, ma anche questo non ci era consentito. Mettere al centro di una rappresentazione il nostro capo, anche se fuori dallo stabilimento non ci era consentito. Ci hanno dato addosso la stampa, i giudici, la FIAT. Ci hanno accusato di aver intaccato la dignità dell’amministratore delegato. Abbiamo verificato praticamente che in una società dove si dice che siamo tutti cittadini, ci sono persone che sono più cittadini degli altri. Due compagni morti valevano meno della “dignità” di un padrone.

Siamo stati condannati alla miseria della disoccupazione. Quando abbiamo cercato di far conoscere la nostra situazione abbiamo preso altre mazzate. L’ultima è stata quella di essere stati allontanati da Roma per due anni con quello che chiamano un Daspo. Cosa avevamo fatto? Anche qui nessuna violenza, siamo saliti su un tetto di un palazzo pubblico di Roma per attirare l’attenzione. Tre parlamentari del partito 5 Stelle sono venuti a parlare con noi e a darci la loro solidarietà. Subito dopo siamo scesi e le guardie ci hanno fermati e portati per ore in questura. Dopo il Daspo.

Ho capito che c’è poco da fare per gente come me in Italia. Si, molti dicono che le cose stanno cambiando, ma io tutti questi cambiamenti non li vedo. Ho lottato nel mio piccolo contro quelli che oggi chiamano i “poteri forti” e sono stato stritolato. Oggi che i “poteri forti” sono sotto accusa, sono sempre io e quelli come me a prendere le bastonate.

Mi dispiace. Abbandonare i compagni è brutto. Abbandonare il mio paese mi riempie di malinconia. Ma io non posso più rimanere qui. I miei figli e mia moglie sono già partiti. Forse hanno capito prima di me che non era aria per gente come noi. Sabato parto anch’io. Me ne vado in Inghilterra dove i miei figli mi dicono che è ancora possibile vivere una vita dignitosa, con un lavoro. E senza dover sempre abbassare la testa”.

Massimo, così, diventa un numero che parla di un fenomeno ormai epocale e disastroso per il nostro Paese: l’emigrazione costante e il declino demografico. Da qui se ne vanno tutti, cantava Caparezza nel 2011: stanno solo facendo un deserto e la chiamano giustizia sociale.

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GIANTURCO TOXIC ZONE: VIA LO STUDENTATO. MA A DUE PASSI IL COMUNE APRE UNA DISCARICA

Napoli-Est

Ci sono entrato per la prima volta nel 2008, quando volevano farci una discarica. Poi ho accompagnato diversi colleghi e in ultimo quello del Tg3 a maggio 2017: tutti hanno visto in che condizioni versa la ex Manifattura Tabacchi di Gianturco, un sito contaminato.

Dal primo ottobre lo studentato della Università Partenope ha chiuso i battenti dopo il parere negativo del ministro dell’ambiente Sergio Costa per lo stato insalubre dell’area e ha finalmente trasferito gli studenti dopo 2 anni.  Lo spazio è un ex Sin che doveva essere bonificato ma questo non è mai avvenuto tra risorse sprecate e gettate al vento. Resta il fatto che decine di studenti hanno abitato in un posto che non è sano: quali rischi per la loro salute?

Ora c’è un altro problema. Il Comune di Napoli a fine 2017 ha varato i Pua (Piano urbanistico attuativo) dove vuole far costruire una scuola, un mercato e un parcheggio. Gli assessori Piscopo e Calabrese commentarono in modo euforico: “Si tratta di un intervento rilevante per la trasformazione dell’area orientale di Napoli”.

Le opere di urbanizzazione comprese nel piano, che saranno realizzate ad opera di CDP e cedute all’Amministrazione comunale, consistono in: parcheggi, a raso e in struttura; un’attrezzatura per l’istruzione; un’area mercatale coperta; un parco lineare e spazi di verde attrezzato; nuova viabilità pubblica, con relative reti impiantistiche e sottoservizi: l’importo è di circa 33 milioni

Ma c’è di più. In via delle Brecce, sempre Gianturco, da agosto sono state sversate 300 tonnellate di rifiuti per un sito “provvisorio” di stoccaggio a due passi dal sito Q8 sotto inchiesta per smaltimento illecito di rifiuti tossici. Questo, inoltre, avviene mentre la stessa Amministrazione si sta confrontando con i comitati per l’impianto di compostaggio previsto sempre in zona, in via De Roberto.

E sabato 13 ottobre ore 10 il comitato contro il biodigestore lancia un presidio di controinformazione per la chiusura della discarica a cielo aperto. Napoli Est è tossica ma la bonifica non è mai stata fatta. Si continuano a progettare aree commerciali ed edilizie mentre le istituzioni fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano.

Gianturco è anche il quartiere dove è ambientato il best seller L’amica geniale e anche il set della fiction omonima che andrà in onda a breve. Il ministro Sergio Costa venga a Napoli Est, venga a vedere il disastro e l’abbandono istituzionale di un’area dove vivono 120mila persone.

 

 

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Come fermare il caudillo Salvini: teoria e pratica per una “nuova sinistra”

catania

Foto di globalproject.info su manifestazione al porto di Catania il 25 agosto

 

I 16 braccianti caduti sulle strade del foggiano. Il ponte Morandi a Genova dove muoiono 43 persone. Il caso Diciotti e lo scontro istituzionale. Lavoro e sfruttamento, beni pubblici e profitti privati, accoglienza e razzismo di Stato.  Si è acceso uno scontro che apre nuove tensioni e vecchie divisioni su cui le “sinistre” non riescono a ritrovare una prassi e, soprattutto, una forma identitaria.

Questi sono i temi dell’agosto più nero degli ultimi anni. Sovranisti, populisti e gentisti hanno l’egemonia nella testa e nella pancia del Paese: il disegno neofascista di Matteo Salvini per avere la maggioranza assoluta. Spesso sottovalutato e liquidato dalle elité liberal, il “caudillo” leghista interpreta bene l’odio del 50% contro i valori della sinistra e dei suoi partiti. Un odio viscerale contro il Pd e non solo: centri sociali, non profit, Ong, movimenti. Tutti cadono sotto un unico calderone.  Un odio che ha una matrice duplice: lo storico rancore piccolo borghese e le gravissime responsabilità dei governi “tecnici” e bipartisan a trazione dem/renziana/bipartisan.

E le sinistre? Procede a ranghi sparsi in nome di un “popolo” che nella sua maggioranza ignora o avversa le bandiere della solidarietà. Il plurale è d’obbligo perché non esiste una sola identità. Ex Pd che difendono imprenditori come Benetton e le privatizzazioni, le piazze autoconvocate da associazioni e centri sociali, il cartello di Potere al Popolo che lancia il suo movimento “non partito”. Il dibattito esprime punte di contraddizioni, posizioni massimaliste e modelli “esemplari” da imitare. Tra i primi lanciare le “new entry” della “nuova sinistra” è stato il settimanale L’Espresso con la famosa copertina che contrappone Salvini al sindacalista dei braccianti Aboubakar Soumahoro o con un ampio servizio sulla sinistra “fuori dai partiti”.

Un ex dirigente napoletano Pci-Pds-Ds-Pd, Guglielmo Allodi, chiama il “popolo armato” contro il governo scatenando proteste e attacchi sotto il suo post su facebook.  Rientrata la polemica tra precisazioni e messaggi solidali resta lo smarrimento di storici dirigenti e militanti che hanno perso la loro “casa politica”. Intanto dal Manifesto la direttrice Norma Rangeri ha lanciato l’appello per una manifestazione nazionale contro il ministro della “vergogna” a settembre. 

Un giornalista molto competente come Giacomo Russo Spena, autore di molti libri sui nuovi fenomeni della sinistra “di movimento” individua, individua alcuni episodi e  “modelli” da cui ripartire: la rivolta dei bagnanti a Taranto contro le ronde leghiste, la manifestazione al porto di Catania per chiedere la liberazione degli eritrei sulla Diciotti (nella foto sopra),  i movimenti a difesa di ambiente e territorio, il sindaco di Riace Mimmo Lucano e quello di Napoli Luigi de Magistris.

Proprio sui “modelli” si è spesso impantanata la ricerca di una “nuova sinistra”: da Tsipras a Podemos passando per Corbyn e poi di nuovo al punto di partenza.

Quali pratiche a sinistra per ricostruire il protagonismo?

Sullo sfondo l’unica organizzazione politica che i sondaggi fanno risorgere dalle ceneri del consenso è Potere al Popolo. La portavoce Viola Carofalo, in un’intervista all’Espresso alla vigilia del primo campeggio di PaP, ha chiarito innanzitutto l’identità:  “siamo comunisti”. E al momento è l’unico partito che viene “accettato” nelle piazze accanto ai movimenti. Proprio da storici dirigenti politici, ora vicini a PaP, arriva una proposta che, nello stallo del dibattito teorico, punta a rilanciare una pratica sociale: azioni di antagonismo che negli anni Settanta vedevano la piena egemonia a sinistra delle proteste e della rabbia popolari.

E Napoli, con PaP ed altre esperienze nuove o storiche, è il centro pulsante di un “vero” laboratorio politico, lontano da alchimie e narrazioni istituzionali.

“Questo governo adotta politiche di destra economica e sociale”. A parlare sono Francesco Maranta e Vincenzo Gagliano.  “Il decreto dignità finge di correggere le precarietà ma non reintroduce l’art. 18 che è l’unica difesa della stabilità contrattuale. Le grandi organizzazioni sindacali e della sinistra istituzionale – continuano Maranta e Gagliano – non sembrano voler svolgere un ruolo conflittuale. Nell’immediato c’è bisogno di porre un primo argine all’impoverimento delle fasce sociali deboli. Partiamo dal rifiutare i costi aggiuntivi che rendono insostenibili il pagamento di tariffe e bollette. Organizziamo l’autoriduzione antagonista dei costi dei servizi essenziali. Tutte le quote esposte per voci diverse dalle forniture ( elettricità gas telefono acqua ecc.) vanno tagliate dai pagamenti. Vanno organizzati comitati popolari per l’autoriduzione antagonista come prima risposta di autodifesa e come nucleo della piattaforma di un vasto movimento di lotta per il lavoro, la sicurezza sociale, l’incremento dei redditi, la solidarietà tra sfruttati”.

Dalla teoria alla pratica per ricostruire la prossimità con le povertà, i precari, i migranti e i più deboli. E occorre farlo molto presto.

 

 

 

 

 

 

 

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Venduti come pacchi: l’appello e la lotta dei lavoratori Auchan di Napoli

auchan

Venduti da un giorno all’altro e senza preavviso. Sono i 149 lavoratori dell’ Auchan di via Argine a Napoli. Da due giorni occupano il centro commerciale di fronte alla fumata nera dopo l’incontro coi sindacati: solo la metà sarà assunto dalla nuova proprietà. In tutta la Campania sono 900 gli addetti della catena di distribuzione francese e un grande punto interrogativo si apre sul futuro di queste persone e delle loro famiglie.

Intanto i lavoratori oggi vanno in presidio in piazza Municipio sotto la sede del Comune mentre i sindacati incontrano l’assessore comunale al lavoro Panini per chiedere un impegno della Giunta comunale verso l’azienda.

“La città – sottolinea Walter Schiavella, segretario generale della Cgil di Napoli – non può sopportare l’ennesimo colpo così duro. Rimarremo al fianco dei lavoratori di Auchan fino a quando non si costruiranno soluzioni che tutelino tutti gli addetti, diretti e indiretti”.

L’appello

Su facebook Bernadette, una delle lavoratrici Auchan, lancia un appello mentre è in corso il secondo giorno di occupazione:

“L’occupazione del centro commerciale viene portata avanti da noi dipendenti poiché i dirigenti hanno preso la decisione della chiusura di punto in bianco, senza alcun dialogo tra i sindacati e quindi noi dipendenti.
Il punto Auchan di via Argine è solo l’inizio. Come annunciato stesso dall’azienda, tutti i vari centri commerciali Auchan della campania verranno chiusi ad effetto domino. Alla chiusura di tutti gli Auchan della campania saranno all’incirca 900 i dipendenti che si troveranno senza lavoro.
Questa decisione presa dalle alte cariche francesi Auchan, è stata presa dopo aver usufruito di tutti gli ammortizzatori sociali che in questi anni lo Stato italiano ha dato per agevolare le aziende, già con l’intenzione poi (terminate queste agevolazioni) di andarsene dal territorio campano.

È inutile sottolineare l’impatto sociale ed economico che queste chiusure porteranno sul territorio campano già dilaniato dalla crisi e dalle varie problematiche sociali del nostro tempo. Vi prego a nome di tutti i dipendenti Auchan (via argine e non) di far si che questo colpo basso a danno di noi lavoratori abbia la giusta risonanza e che non venga messo a tacere”.

Occupazioni, presidio, appelli. Solo un anno fa per 2 mesi 4 operai ex Hitachi si mobilitarono per difendere il posto di lavoro, proprio di fronte all’ingresso Auchan in quella stessa via Argine. Sempre su quella strada anche la Whirlpool vive giorni di incertezza. Sono destini, quelli del mondo del lavoro, che si ignorano, si frammentano tra diverse condizioni contrattuali e assenza di una forte rappresentanza sindacale. Destini che non sanno di essere poi accomunati dalle scelte “produttive” di aziende e multinazionali.

E così la storia si ripete sulla stessa strada ma sul marciapiede opposto: il lavoro e i diritti di chi lavora continuano ad essere calpestati.

 

 

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Bassolino, Caldoro, De Luca: i governatori passano, il Biocidio resta

 

Dai 150mila del “fiume in piena” del 16 novembre 2013 sono passati oltre 4 anni, Caldoro governatore e governo Letta. In circa un lustro qualcuno non se ne è andato a casa nonostante gli annunci, i decreti inutili, le promesse. Roghi e sversamenti tossici, bonifiche mai fatte e raccolta differenziata ferma al palo, negazionismo e attacchi alla scienza indipendente sono ancora lì.

Il 24 marzo 2018 ha riportato in piazza migliaia di persone (5mila). Una comunità che in Campania è rimasta a denunciare, studiare, mobilitare i territori: i volti delle donne (Chiaiano e provincia nord), delle mamme (Noi genitori di tutti onlus e quelle vulcaniche), di ragazzi/e (collettivi studenteschi e centri sociali), di medici (Isde-medici per l’ambiente), di attivisti (da Enzo Tosti a Marzia Caccioppoli), di associazioni (Let’s do it!, Libera, Legambiente, Wwf) e di generazioni vecchie e nuove che conosci e riconosci (Francesco Maranta ancora in prima linea).

Cartelli, striscioni e microfono rivendicano le promesse non mantenute e raccontano di una terra che è sotto il dominio di malaffare, imprenditoria criminale e collusioni politiche. Al 24 marzo si è arrivati con il tam tam sulla rete e le adesioni internazionali come l’equipe dei ricercatori come Marco Armiero, Anna Fava e Ilenia Iengo. Ha visto l’impegno dei musicisti di “Terroni uniti” che erano in piazza e hanno composto per l’occasione il singolo “Jatevenne”. E poi oltreoceano il video con il sostegno di Antonio Giordano e del suo Sbarro Institute di Filadelfia. Giordano che vedrà a processo l’autore e il direttore de Il Foglio dopo l’articolo dal titolo “’o professore della bufala della Terra dei fuochi”: in tribunale torna anche il processo di appello “ecoballe” che vede ancora aperta la stagione “bassoliniana” sulla gestione dei rifiuti.

E si è arrivati alla manifestazione dentro una  vera e propria battaglia dialettica tra De Luca e i promotori della Rete Stop Biocidio. Mentre il corteo si concludeva con il lancio di sacchetti davanti la sede regionale ricoprendo l’immagine del governatore (immagini e video diventati virali in poche ore), una nota del presidente della Giunta ironizzava sul “ritorno dell’opposizione” a cui lasciava un sarcastico “hasta siempre”. La risposta di Stop Biocidio è arrivata nella mattinata di domenica: “oggi ci rendiamo conto che è prima di tutto per la salute di De Luca che De Luca deve dimettersi. Un presidente in pieno esaurimento nervoso, la cui capacità di intendere e di volere è sempre più opaca. Fortuna che ci sono già pronte più di 10 mila persone pronte a scrivere un’alternativa per la democrazia della nostra terra. Le risposte da dare al Presidente De Luca sono talmente tante che tutti abbiamo bisogno di elencarle, ecco perché, a partire da questo post, ognuno condividerà e commenterà mettendo le proprie”

Insomma, dopo Bassolino e Caldoro oggi il governatore è De Luca mentre un governo nazionale deve ancora nascere. Stili e parole diverse, sistema immutato. La certezza è che chiunque sarà il prossimo governatore o il prossimo governo questa comunità la troverete ancora al suo posto. Perché se le polemiche sullo scontro investono le velleità di Luigi de Magistris per una scalata a Santa Lucia e gli % Stelle mirano a conquistare la Regione nessuno può sentirsi al riparo di questi interessi: bisogna rischiare e avere coraggio, alla prova dei fatti si potrà giudicare.

È  un sistema di imprese, di malaffare, di connivenze e di oppressione ambientale che va messo in quelle “sacchette” perché mai più si dovrà ancora gridare Stop Biocidio.

 

 

 

 

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Napoli, arte e periferie: “non calpestare i fiori nel deserto”

essere umani

San Giovanni, murales nel “Bronx”: il secondo di Jorit dopo Maradona (qui prima della conclusione)

 

Napoli, emergenza baby gang. Napoli, i minori “belve”. Napoli, quella senza scuola e senza lavoro. Napoli, quella “dove ognuno nasce giudicato” per dirla con l’acronimo del rapper Enzo Dong. Chi parla e straparla di rivoluzione e rinascimento, chi ignora talento e resistenza d nei bunker sociali ai confini delle leggi di mercato. Da quei luoghi nasce l’arte che oggi rimbalza sui media nazionali e internazionali.

Cinema

Franco Ricciardi, la musica popolare che viene da Secondigliano. Il neomelodico impegnato che alza la statuetta del suo secondo David di Donatello per la colonna sonora di “Ammore e malavita” e sorride sornione, il sorriso spontaneo di chi ha vissuto lontano dai lustrini del jet set nazionale e ora può dire che non ci sono solo “prumesse mancate”. Con lui il premio lo hanno ricevuto tanti professionisti napoletani del cinema, alcuni di loro molto giovani.

Al microfono del gran galà il cantante parla unicamente di Napoli: “Molti dicono che questa è una città speciale. Forse è vero, perché ispira artisti di tutto il mondo. Napoli, la città più premiata ai David 2018, ha un ruolo di prim’ordine nel cinema e nella musica. È giusto condividere questo premio con la mia città, con la mia Scampia, con quei luoghi da cui tutto è partito e in cui torno con il mio secondo David di Donatello. La forza del popolo napoletano, ancora una volta, emerge con merito e convinzione”

Street art

Che ce ne facciamo di tutti quei murales? Bisogna chiederlo prima agli uomini primitivi che incidevano sui muri per comunicare ai posteri la loro presenza. Nel terzo millennio le pareti di due batterie di case popolari hanno due volti, grazie al genio di Jorit: il “Dios umano” Maradona e lo scugnizzo Niccolò per “essere umani”.

Sono volti e storie impresse in tanti quartieri, da Ponticelli a Forcella. Sono occhi che sembrano dire “oh guarda, io almeno non me ne vado” come hanno fatto le istituzioni negli ultimi 30 anni.

Per Jorit questa arte “per il popolo, con il popolo” che alla fine del murales lo ha festeggiato come una vittoria scudetto: fuochi d’artificio per un artista moderno.

Musica

“Ho scritto questo pezzo – spiega Enzo Dong – pensando a quei ragazzi che vengono abbandonati sia dalla società che dai genitori, che sono costretti a crescere troppo presto, sin da piccoli. In questo caso Ciro è un simbolo molto forte che emerge chiaramente accostando il testo della canzone al videoclip”. Così il rapper napoletano racconta il nuovo singolo Ciro che su youtube ha già quasi un milione di visualizzazioni.

Il singolo racconta la realtà che tanti bambini e ragazzi dei quartieri di Napoli vivono ogni giorno. Per Enzo Dong, “Ciro è un nome comune a Napoli, legato a tanti episodi della città, reali e cinematografici. Circostanze nelle quali i protagonisti sono ragazzi di periferia, che intraprendono un cammino sbagliato, vizioso e viziato, un vortice senza uscita fatto di sofferenze che spesso li indirizzano verso un triste destino criminale”.

Ciro rappresenta i ragazzini di Forcella e di Scampia e che spesso vengono facilmente etichettati come baby gang a prescindere dalle loro storie personali. Ma è anche “il nuovo movimento musicale napoletano, che nasce e cresce nelle periferie dimenticate e in quegli stessi sobborghi coltiva il grido di ribellione che caratterizza la nuova scena rap partenopea”.

I fiori e il deserto: viene in mente Pino

Sono solo alcuni casi passati in rassegna negli ultimi giorni mentre le cronache ci dicono altro. Ad, esempio ci dicono che le “baby gang” non è un’emergenza a uso e consumo della campagna elettorale ma una generazione distrutta da generazioni arrese, umiliate e sconfitte. Coltelli e bastoni per affermare potere e odio, soldi e controllo o superare la noia di un sabato sera nel deserto di un rione popolare. Perché è proprio così che l’hanno raccontata: “imprenditore di te stesso”, “volere è potere”. Poi se non puoi e Scarface o Gomorra sono solo dei film indossi la felpa del killer: l’omicidio, il pestaggio e la coltellata come la normale routine di un’adolescenza senza adulti credibili alle tue spalle.

Eppure in questo deserto crescono i fiori. Non è un cambiamento sociale né economico ma lo sguardo dell’arte che anche nei primitivi veniva fuori come un’esigenza. Napoli non è una capitale di qualcosa ma è una possibilità, almeno quella di sognare, contro questa modernità fatta di barbarie e profitto. Come sul campo di calcio indica la nuova icona Maurizio Sarri per rivendicare la gioia e la bellezza, figlie della rivoluzione (quella vera), anche oltre la stessa vittoria.

Agli esperti, alla politica, ai grandi analisti della sociologia e dell’antropologia le ricette da consegnare per il futuro di questa città. Un solo consiglio: date retta al grande Pino Daniele, ricordiamo il titolo del suo album “Non calpestare i fiori nel deserto”. Sarebbe un buon inizio per chi vive nel deserto e vede crescere i fiori.

 

 

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Ortolani, un geologo al Senato: “ecco cosa rischia la falda di Napoli Est”

ortolani

 

La storia di Franco Ortolani è quella della scienza al servizio del Paese e di chi lo abita. È la storia di anni di battaglie condotte attraverso studi e dati scientifici che sono stati fondamentali per chi ha difeso il territorio da discariche, roghi, siti industriali inquinati. E per chi è sceso in piazza a difesa dell’acqua e per la messa in sicurezza del territorio. Non ha mai avuto peli sulla lingua il geologo che ora potrebbe sedersi in Senato. Alle prossime elezioni Ortolani è candidato con il Movimento 5 Stelle in un collegio che va dalla zona collinare di Napoli e, attraverso la periferia nord, arriva a Napoli Est.

Non è un caso che dopo la presentazione dei candidati 5 Stelle lo scorso sabato, in agenda Ortolani abbia i quartieri Barra (13 febbraio) e Ponticelli (16 febbraio ore 18 Casa del Popolo).

Proprio su questa zona della città ha fornito strumenti necessari per capire l’impatto ambientale e il grado di inquinamento. Chi scrive ha incontrato il professore a gennaio 2008 quando il commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti voleva aprire una discarica nell’ex manifattura tabacchi di Gianturco. Anni dopo, il 23 giugno 2014, era all’iniziativa pubblica “Napoli Est Brucia” insieme allo scienziato Antonio Giordano nell’aula del consiglio comunale di via Verdi con slide e documenti che provavano il grande rischio idrogeologico e ambientale della periferia est napoletana. E, nel corso di questa intervista, rivela anche il nuovo rischio per la falda dell’area orientale che parte da lontano: dalla Alenia Aermacchi di Casoria e riguarda il cromo esavalente.

Come mai la scelta di candidarsi e perché con i Cinquestelle?

“Non sono un attivista della politica, vengo dalla ricerca e dall’università concludendo il mio iter universitario ma continuo i miei studi geo-ambientali e i grandi fenomeni della natura: sono la base per capire come dare indicazioni ed essere più sicuri. Gli unici ad avermi invitato in questi anni, anche al Parlamento europeo, su questi temi sono i Cinquestelle e non ho avuto altre proposte: la mia vicinanza su questi temi anche con i consiglieri regionali del Movimento. Ho risposto al loro invito di candidarmi al Senato e continuare lì queste battaglie. Dopo attenta valutazione mi sono reso conto che tante lotte dei cittadini si scontravano con decreti legge e altri meccanismi: spero che una presenza scientifica possa permettere un’incidenza maggiore in Parlamento”

Professore, lei è candidato in un collegio che copre zona collinare, periferia nord e quella est. Cosa vuoi portare al Senato come priorità?

“Ce ne sono tante. Potrei iniziare con l’emergenza di Napoli Est, un territorio che ha subito ferite ambientali difficilmente guaribili soprattutto se i ‘dottori’ non lavorano per la salute dei cittadini. La questione del disinquinamento deve essere una materia più approfondita. Vengono proposte azioni difficilmente controllabili da trasparenti rappresentanti dei cittadini che hanno interesse sulla spesa per risolvere i problemi. Se pensiamo sempre a Napoli Est dove l’inquinamento ha raggiunto i 10 metri di profondità”.

E a questo punto Ortolani rivela una nuova emergenza ambientale che parte da Casoria e arriva fino alle periferia orientale di Napoli.

“È il caso di ricordare i problemi di quella falda provengono anche da ex Alenia Aermacchi di Casoria, chiusa nel 2013: le indagini hanno rivelato la presenza di cromo esavalente fin a 70 metri di profondità certificato da un documento della Regione Campania a dicembre scorso che chiede verifiche all’azienda ma fra un anno. Eppure  le sostanze prima passano sotto l’abitato di Afragola e poi la falda gira verso l’area orientale, come ci dicono le carte idrogeologiche. È stato tracciato il percorso del cromo esavalente? No, perché l’Alenia Aermacchi ha fatto le indagini solo nel perimetro dell’azienda. La regione ha detto di allargare a un chilometro e mezzo ma l’impatto da valutare è molto più ampio. Il disinquinamento non è un processo limitato a un solo territorio perché può esserci un’altra falda inquinata: bisogna prevedere cosa fare in modo corretto. E servono tecnici regionali all’altezza di quelli delle multinazionali, sarebbe complicato anche per me se non mi metto a studiare per due mesi sulle carte”.

Sempre rispetto a Napoli e provincia, lei fa un lavoro anche su due aspetti: acqua e fuoco. Tra gli incendi, come quelli del Vesuvio, e le possibili alluvioni. Allo stato attuale, sei mesi dopo, cosa è stato fatto per evitare disastri?

“Da luglio, spento l’incendio del secolo, non è stato fatto nulla. Al momento ci appelliamo alla buona sorte perché non è avvenuto come a Livorno e i nubifragi non si sono accaniti sul Somma Vesuvio, altrimenti saremmo ben oltre quei decessi. Mi sto battendo in merito a questo Piano di sicurezza che si occupa del Parco ma non lo fa per i cittadini a valle. Non c’è nessun coordinamento e il Parco si occuperà solo del suo perimetro: questa è una sciocchezza. Ci vuole una struttura istituzionale che pensi a un piano che va dalla cima alla valle e fino allo sbocco a mare. A me sembra anche una banalità. E poi mi sto battendo sul fatto che per individuare immediatamente i nubifragi bastano pluviometri che costano 3-4mila euro e che danno il tempo necessario per allarmare i cittadini come si faceva in guerra contro i bombardamenti aerei”.

Lei si è preoccupato molto anche della situazione in Basilicata, a proposito di tecnici delle multinazionali. Lì c’è un processo molto silente che riguarda l’Eni per disastro ambientale: in quel territorio si incrociano alcune questioni tra trivelle, inquinamento e sicurezza del territorio. Come si può far emergere questa situazione? Immagina di trovare forti pressioni in Senato?

“Con i miei colleghi ho sempre detto: Eni è lo Stato petroliere ma deve rispettare le leggi italiane. Perché con il rispetto delle leggi molti problemi non ci sarebbero. E allora chi non le fa rispettare? I controllori locali o nazionali? Poi abbiamo una serie di problemi da risolvere come ad esempio in Val d’Agri la Ingv fa una convenzione, legale, proprio con Eni come con due centrali geotermiche che sono all’attenzione sul rischio sismicità per le loro attività di iniezione di fluidi nel sottosuolo. Ingv è una struttura pubblica che è garanzia di tutti i cittadini e non deve garantire altri. Se io collaboro con compagnie che comportano rischi i cittadini devono avere garanzie sulla trasparenza: queste collaborazioni vanno vietate”.

Ultima cosa: cosa si sente di dire, oltre ogni schieramento, rispetto a questo possibile ruolo istituzionale a quella parte del Paese impegnata nella difesa dell’ambiente e del territorio?

“Per quanto riguarda ricadute sull’ambiente con una presenza costante e competente inserita nel merito delle proposte si evitano tanti errori. Sicuramente si beneficerebbe la sicurezza dei cittadini. Sull’acqua, ad esempio, molti sono convinti che l’acqua esce dal rubinetto perché pagano la bolletta. Invece spiego che l’acqua arriva da chilometri di distanza sulle montagne e poi dalla sorgente dove partono le condotte. Se in quelle rocce vengono immesse sostanze inquinate noi avremo acqua inquinata e non abbiamo una legge che difende i grandi serbatoi idrici. Ad esempio nel Vallo di Diano ci sono richieste per effettuare ricerche petrolifere proprio su quei serbatoi che sarebbe a rischio serio di inquinamento. Dobbiamo proteggere questi serbatoi con una legge nazionale. E quando l’acqua si inquina tutti non bevono, non esiste differenza di schieramento politico”.

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Da Scampìa a Napoli Est: la donna delle periferie accetta la sfida

barbara pierro

 

È arrivata a Scampìa per caso. Poi, dopo il diploma in un istituto tecnico è rimasta per scelta in quel quartiere. Barbara Pierro è innanzitutto una storia che nessuna fiction ha mai saputo raccontare.

Lei, mamma di tre figli, avvocato e donna della periferia, cuore pulsante dell’associazione “Chi rom e chi no” , è una storia che il prossimo 4 marzo avrà uno snodo: candidata con la lista Potere al Popolo in uno dei collegi elettorali più difficili del Paese, quello che va da Napoli Est a Scampìa, appunto.

“Dopo la scuola mi sono iscritta a Giurisprudenza, un ambiente ostile a chi cerca nella relazione sociale una possibilità di arricchimento. Stavo quasi per lasciare gli studi quando sono entrata in contatto con le famiglie delle cosiddette ‘case dei puffi’, uno dei principali lotti di Scampìa dove si faceva spaccio prima della faida. Quel rione era vicino ai campi rom e in una casa occupata facevo il doposcuola popolare. Lì decisi che laurearmi in Legge, in quell’ambiente potevo sopportarlo perché era utile appropriarsi degli strumenti legali di fronte alla sete di giustizia di quelle famiglie. Grazie a queste sofferenze sociali e a queste ingiustizie mi sono laureata”.

Racconta il suo percorso come un fiume in piena, quello di chi durante la faida tra Di Lauro e gli scissionisti progettava iniziative concrete per i bambini, le donne, i rom e tutte le persone del quartiere.

Poi la presenza sul territorio è continuata sulla scia del carnevale del Gridas con un gruppo informale insieme a degli amici studenti iniziando l’esperienza di Arrevuoto: “iniziammo in sordina questo progetto di teatro sociale con l’intuizione di Maurizio Braucci e Goffredo Fofi: la contaminazione delle biografie sociali mischiando studenti del Genovesi con quelli della periferia nord”.

Nel 2004 fu costruita la “baracca abusiva” rimasta per 10 anni, fino al 2014. “Era pensata come un dentro e fuori campo, tra periferia e centro. Seguivamo gruppi di 30-50 bambini con doposcuola, laboratori teatrali, campi estivi. Nella baracca sono passati tantissimi personaggi della cultura e delle istituzioni come Garrone e il prefetto”.

Poi quel progetto, mentre Scampìa era conosciuta solo per la mattanza, cresce e si evolve: arriva la Kumpania e oggi c’è Chicù, il ristorante dove italiane e rom lavorano a braccetto.

Le persone che vivono ai margini sono abituate a delegare tutto ciò che li riguarda, un po’ perché è rassegnate e un po’ perché pensano che gli altri sono più bravi. Invece noi volevamo far capire che le cose si fanno insieme. Così nasce la Cumpagnia che metteva al centro il lavoro attraverso la cucina e doveva durare un anno.

Un progetto che aveva al centro le donne, le loro potenzialità e la conciliazione dei tempi tra famiglia e lavoro fuori da ogni subalternità. Poi si trasforma in un’impresa sociale, la prima composta da donne italiane e rom. Così nasce Chikù, Chi sta per Chi rom e chi no, che si occupa di sportello legale; mentre kù sta per “Kumpania” e ha sede nella sede dell’Auditorium dove oggi sono ospitate 47 famiglie sfollate dopo l’incendio di Cupa Perillo.

Perché hai scelto di candidarti con Potere al Popolo?

È stata una scelta non immediata, non spontanea ma favorita da un gruppo di persone. Riconosco nel movimento la possibilità di dare ascolto alle istanze di determinati territori e trasformale in progetto. Definisco la mia candidatura funzionale a due effetti: quello di megafono e quello di filo che lega le esperienze. L’altra cosa che mi ha convinto è proprio l’aspetto di poter tessere maglie di relazioni con altre realtà oltre Scampìa, nelle altre periferie e in tutto il Paese. Sono convinta che bisogna evitare dall’ottica che va tutto bene solo se va tutto bene a casa mia, nel mio rione, nel mio orto. Invece va tutto male intorno a me e devo prendermi la mia quota di responsabilità, farlo in modo collettivo mi sembra un fatto dovuto.

Il tuo collegio copre le periferie napoletane, da Scampìa a Napoli Est dove ci sono i maggiori tassi di disagio sociale: dispersione scolastica, devianza, disoccupazione, disparità di genere, questione ambientale. Quella nord e quella est sono due periferia a specchio: come pensi si possano convincere quei cittadini alla partecipazione e all’importanza del voto?

Questa è una questione complessa, ovviamente e prescinde da Potere al Popolo. Siamo di fronte a processi di partecipazione e diritto di parola che si sono persi come quella di Napoli Est, che viene da una storia operaia dismessa, e quella di Scampìa che ha dovuto costruire il suo tessuto sociale. A me aiuterà molto il mio percorso che va oltre ogni logica di assistenzialismo riconoscendo alle persone un sapere e una competenza qualsiasi sia il loro grado di istruzione. Porsi in modo orizzontale con loro e non la politica che elabora soluzioni al chiuso delle proprie istanze. Bisogna riconoscere ai territori la capacità di affrontare i problemi non delegando ma essendo parte di un processo politico. Questi sono obiettivi e metodi che mi hanno sempre accompagnato per affrancarsi dalla marginalità.

Da questa crisi è uscito un Paese che è strutturato nelle disuguaglianze. Non solo poveri e ricchi, ma i poveri vivono in determinati territori: Sud e periferie delle grandi città. Pensi che Potere al popolo debba avere la propria “sede strategica” in questi luoghi per far crescere il suo progetto oltre le elezioni?

Potere al popolo deve fare i conti con queste disuguaglianze. Viviamo la crisi sulle nostre spalle e il Sud amplifica tutte le questioni: è necessario che PaP faccia i conti con questo. È necessario un grande percorso di competenze e di ascolto, non bisogna irrigidirci in soluzioni preconfezionate ma bisogna far parlare chi vive i territori.

Comunque vada con lo sbarramento tu come ti porrai con il movimento?

Quello di cui sono certa che mi interessa con le persone e costruire con loro i processi di affrancamento dal disagio. Voglio realizzare il mio concetto di comunità che va oltre quello della singola famiglia e dal singolo rione. Ritengo fondamentali le relazioni con i gruppi storici, i giovani, le scuole, le famiglie che vogliono mettere in campo un cambiamento e incida sulla vita quotidiana. Mi piacerebbe un movimento che anche se con radici storiche ben piantate, sappia parlare i nuovi linguaggi e abbia piena consapevolezza della nuova epoca che stiamo vivendo e che vogliamo costruire in modo più giusto e dignitoso.

 

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Svendita Napoli Est: cemento, rifiuti e la bonifica dimenticata

 

Con le elezioni alle porte si affacciano vecchi e nuovi interessi nell’area di Napoli Est. L’area urbana che vede un’inchiesta in corso per smaltimento di rifiuti tossici la bonifica come ex Sin è uscita completamente fuori dall’agenda politica e istituzionale. Avanza, invece, un altro modello che somiglia molto a quello del consorzio Naplest, il raggruppamento di imprese che fa capo alla moglie dell’ex capo di Confidustria Antonio D’Amato.

L’Amministrazione comunale “rivoluzionaria” di Luigi de Magistris ha sempre strizzato l’occhio di fronte a questo modello di recupero urbano: aree commerciali, edilizia privata, strutture ricettive. Dopo una consiliatura e mezza quasi di silenzio sulle domande del territorio per quanto riguarda emergenza sociale, la Q8 e l’inchiesta sui rifiuti tossici, il fenomeno roghi, abbandono delle aree verdi e la questione della linea di costa più inquinata della Campania con l’invasione a est dell’area portuale commerciale, ecco che arrivano alcuni Piani Urbani Attuativi: alcuni Pua risalgono alla precedente amministrazione Iervolino.

Gianturco

“La Giunta comunale, su proposta degli Assessori all’Urbanistica Carmine Piscopo e alle Infrastrutture Mario Calabrese, ha approvato  il piano urbanistico attuativo di iniziativa privata relativo alle aree della ex Manifattura tabacchi in via Galileo Ferraris, di proprietà di “Cassa Depositi e Prestiti immobiliare”, e la relativa convenzione che garantisce la contestuale realizzazione delle attrezzature e delle infrastrutture pubbliche previste”. Così in un comunicato l’annuncio dei due assessori lo scorso 15 dicembre.

Le opere di urbanizzazione comprese nel piano, che saranno realizzate ad opera di CDP e cedute all’Amministrazione comunale, consistono in: parcheggi, a raso e in struttura; un’attrezzatura per l’istruzione; un’area mercatale coperta; un parco lineare e spazi di verde attrezzato; nuova viabilità pubblica, con relative reti impiantistiche e sottoservizi.

L’importo complessivo delle opere di urbanizzazione da realizzarsi, che saranno cedute al Comune di Napoli, è pari a circa 32,9 milioni di euro. La superficie complessiva delle aree da cedere sarà di circa 90.000 mq.

Una volta stipulata la convenzione, Cdp immobiliare potrà richiedere i permessi di costruire relativi alle opere private. Cdp immobiliare dovrà inoltre predisporre i progetti esecutivi delle opere di urbanizzazione ai fini della successiva realizzazione, a propria cura e spese. Per ciascuno stralcio, le opere di urbanizzazione dovranno avere inizio entro 12 mesi dal rilascio del permesso di costruire.

“Si tratta di un intervento rilevante per la trasformazione dell’area orientale di Napoli”, dichiarano gli assessori Calabrese e Piscopo. Ma quale trasformazione senza la bonifica? La ex manifattura è il sito da cui scapparono i commissari per l’emergenza rifiuti nel 2008 quando volevano aprire una discarica durante la crisi: appena sotto la superficie del sottosuolo fuoriuscirono liquami industriali e sostanze di ogni tipo.

San Giovanni

Sempre il 15 dicembre la Giunta comunale, su proposta dell’Assessore all’Urbanistica Carmine Piscopo, ha approvato il piano urbanistico attuativo di iniziativa privata in via Bernardo Quaranta, presentata dalla Società Napoli Project srl proprietaria delle aree. L’intervento riguarda un’area di circa 5.000 mq localizzata tra via Bernardo Quaranta e via Aviglione, nel quartiere di San Giovanni. Il piano prevede la realizzazione di una struttura ricettiva per circa 40 camere che si sviluppano su un unico edificio composto da cinque livelli fuori terra oltre al PT e un piano interrato che ospita i parcheggi pertinenziali e locali di deposito.

“La struttura ricettiva che si andrà a realizzare in un’area cosiddetta periferica”, dichiara l’Assessore Piscopo, “evidenzia la capacità delle politiche locali di sollecitare investimenti privati per un settore in grande espansione quale quello ricettivo/alberghiero”.

Per chi non conosce la zona si tratta di un’area tra la direttrice via delle Repubbliche Marinare e corso San Giovanni dove sono ignote ai più le condizioni per “un’attrattività turistico-ricettiva” in un quartiere dove da mesi si verificano stese e agguati in una strisciante faida criminale. Inoltre, sempre in merito ai Pua, “voci di dentro” parlano della costruzione di un nuovo centro commerciale in una ex area agricola a ridosso di via delle Repubbliche Marinare che andrebbe ad aggiungersi al tessuto commerciale made in Cina e all’Auchan di Ponticelli.

Sono scelte che potrebbero creare posti di lavoro ma che segnalano la mancanza di un’idea urbana per il recupero e il rilancio di una ex zona industriale diventata deserto di servizi per chi ci abita.

Impianto di compostaggio a Ponticelli

Lo scorso 6 ottobre, durante un’iniziativa sull’urbanistica a San Giovanni promossa da Sinistra Italiana, il vicesindaco Raffaele Del Giudice annunciò che il progetto dell’impianto di compostaggio, da costruire in via de Roberto a Ponticelli, sarebbe stato realizzato di concerto con il territorio. Da allora è calato il sipario e il vicesindaco non ha dato più notizie, annullando anche un incontro nel quartiere prima di Natale. Siamo di fronte a un tema delicato. Il compostaggio è un fattore indispensabile per il ciclo differenziato dei rifiuti per superare discariche e inceneritori.

Eppure ci sono domande decisive a cui rispondere: che impianto sarà? Quale quantità di rifiuti trattati? Quale tecnologia avanzata? Quale impatto del trasporto su gomma già intensivo in quell’area? Quale fattibilità in un’area adiacente alla Q8 sotto inchiesta per aver smaltito illegalmente rifiuti tossici?

Senza rappresentanza

Tra passato e futuro, ma soprattutto senza rappresentanza l’ex fortino rosso del Pci-Pds-Ds dove anche de Magistris ha trovato voti e consenso rimane senza rappresentanza. L’area est con quella nord sono due componenti della città ingiusta e divisa in termini di dispersione scolastica, reddito, disoccupazione e condizione femminile.

Ed è proprio il silenzio nei sette anni circa di questa Amministrazione, con l’assenza di ogni forma di confronto con un territorio che ha avanzato richieste precise, a tracciare questo bilancio.

Forse non è un caso che. nella periferia orientale tra la fine del Pd (con la vergogna del caso primarie), la mancanza totale di riferimenti per Dema (a differenza di altri territori “simbolo”) e la poca incisività di M5S, la prima assemblea di presentazione per la campagna elettorale arrivi da Potere al Popolo: la lista di chi ha scelto di autorappresentarsi.

 

 

 

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Un anno di blog: il 2017 raccontato dal Diario di un cronista

 

Un anno di blog. Giunto al sesto anno il “Diario di un cronista” ha attraversato il 2017 con i suoi temi: lavoro, periferie, migranti, diritti, ambiente e ovviamente tanta Napoli. In un più di un lustro il blog ha avuto evoluzioni e momenti di fermo.

Quest’anno ho avvertito l’urgenza di costruire uno spazio che, oltre al mio lavoro quotidiano, potesse dar spazio a fatti e punti di vista messi in secondo piano. In alcuni casi ho risposto anche a chi mi ha chiesto aiuto affinché potesse essere diffuso il proprio grido di fronte a un’ingiustizia o un problema.

Ho maturato la consapevolezza dell’utilità di questo spazio nonostante in Italia i blog siano giudicati “figli di un dio minore” da giornalisti del secolo scorso incapaci (o senza la volontà) di comprendere i nuovi strumenti web.

E in questi 12 mesi sono stati 20mila i lettori (incremento di circa 3mila) per 17 post complessivi significa che questo strumento nel prossimo anno merita di essere aggiornato con fatti, storie e denunce in modo ancora più frequente. Se questa professione cambia e attraverso i social i lettori giudicano e scelgono i giornalisti da seguire allora il blog può essere uno strumento a vostra disposizione.

In questa crisi strutturale dell’informazione giornalisti e lettori possono cogliere un’opportunità: diventare una comunità “mediatica”, ognuno nelle sue possibilità, con parole “civili” e raccontando solo la realtà senza inseguire clic e finti scoop.

E allora ecco gli articoli, i reportage, le interviste e le recensioni dai grandi temi del nostro tempo alla vita reale di un quartiere metropolitano pubblicato dal Diario di un cronista.

Buona lettura e buon anno. E un grazie speciale a Identità Insorgenti e al suo direttore Lucilla Parlato che spesso rilanciano questi articoli sul proprio giornale molto seguito

Gennaio:

A Napoli c’è chi non si schiera con le chiacchiere, ma con i fatti

Quei Rom da cacciare nella periferia est dimenticata

Marzo:

Il Maradona di Jorit che ha fatto riscoprire il Bronx*

*terzo articolo più letto dell’anno

La Napoli dei “pazzi”: prima, durante e dopo il razzista Salvini

Periferie senza lavoro, reddito a Posillipo: i dati sulla città ingiusta

Maggio:

La città ingiusta: la questione di genere è una questione di quartiere

Giugno:

Ponticelli: bambini che giocano dove morì il piccolo Francesco Paolillo

Luglio:

Napoli non è ribelle ma una città ingiusta e divisa

Napoli, così è morto Ibrahim a 24 anni*

*articolo più letto dell’anno

Appello dei 4 operai licenziati ex Hitachi

Ottobre:

La direzione delle lotte sociali: a colloquio con Gagliano e Maranta

Scuola: a S.Giorgio 40 genitori e il diritto alla mensa per i “non residenti”

Lavoro: le guide turistiche denunciano “Napoli Sotterranea”

Novembre:

Furto da 10mila euro per The Est Side: il marchio creato dai ragazzi di San Giovanni*

*secondo articolo più letto dell’anno

Fenomenologia del Masaniello d’Italia: il libro di Giacomo Russo Spena

Dicembre:

Mesi per esami e interventi, medici precari: il caso dell’Istituto Pascale

Elezioni, un “fantasma” a sinistra: la lista Potere al Popolo *

*articolo tradotto in portoghese

 

 

 

 

 

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