La città ingiusta: la questione di genere è una questione di quartiere

vesuvio

 

Una questione di genere, una questione di quartiere. Continua il viaggio dei ricercatori di Noi@Europe nei livelli di diseguaglianza a Napoli, una città sempre più “divisa” e polarizzata. Nella scorsa puntata i dati dimostravano come lavoro e reddito siano circoscritti ai quartieri “bene” (Chiaia-Posillipo-Vomero-Centro) e la disoccupazione nelle periferie. Ora lo studio si focalizza sulla questione di genere e la musica non cambia.

“Il livello di occupazione femminile in città è basso – scrivono i ricercatori – Secondo il Censimento 2011 il numero di donne occupate in città è del 22,4%, assai inferiore alla media nazionale (36,1%). C’è quindi una questione “lavoro femminile” che riguarda l’intera città”.

I dati

città divisaAll’interno di questo dato ecco il divario: “c’è allo stesso tempo un enorme divario dentro la città di Napoli. Se il numero di donne, giovani, ragazze occupate nei quartieri ‘bene’ della città resta comunque non elevato (circa un terzo del totale delle residenti in età da lavoro), nelle periferie Est e Nord le percentuali si abbassano fino a poco più di un decimo del totale. In questi quartieri poco più di una donna su dieci dichiara di aver svolto attività lavorativa remunerata. Una minoranza, piccolissima, di donne lavoratrici”.

Il record tocca a San Giovanni a Teduccio (periferia est) insieme ai quartieri della periferia nord: Miano, San Pietro a Patierno e Scampìa. Invece il quadrilatero della Napoli “bene” (centro, Vomero, Chiaia, Posillipo) vede triplicate quelle percentuali.

“Non a caso – continua la nota di Noi@Europe – le differenze tra quartieri aumentano quando si passa dal tasso di occupazione generale (rapporto di 1 a 2 tra i quartieri con migliori e peggiori performance) a quello femminile in particolare (dove il rapporto è di 1 a 3). E’ sulle donne dei quartieri poveri della città che si scarica il peso più forte di un mercato del lavoro precario e asfittico, della insufficienza di servizi pubblici di cura alla persona, di rapporti squilibrati all’interno della famiglia e della coppia”.

Si attende, ora, la prossima puntata con nuovi dati. Da questi primi due studi si evince che Napoli sia una delle città più divise e polarizzate, dove la questione sociale (e quella di genere) si concentra nelle periferie mentre in pochi quartieri borghesi si accumula reddito.

 

 

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Periferie senza lavoro, reddito a Posillipo: i dati sulla città ingiusta

vesuvio

 

Il tasso di occupazione minimo a San Pietro a Patierno, San Giovanni a Teduccio, Miano e Scampia (poco più del 20%). Invece quello oltre il 40% a Chiaia, Posillipo, Vomero e San Giuseppe (zona centro). Questi sono i dati della Napoli spaccata dalla questione sociale, o come si diceva nel ‘900 da una questione di classe.

La città ingiusta vede le periferie come luoghi di disoccupazione endemica  e disagio sociale, mentre reddito e ricchezza sono concentrati nel salotto buono che dalla collina del Vomero e quella di Posillipo scende sul lungomare. Sono due città costruite negli ultimi decenni fino alla crisi, microcosmo di quel mondo che concentra troppo nelle mani di pochi e niente nella stragrande maggioranza dei cittadini.

 

disoccupazioneLa ricerca

A fornire questi dati è stata l’associazione Noi Europe basati su quelli Istat del 2011 con il lavoro di Pietro Sabatino e Ciro De Falco messi in grafica da Dario Fiorentino. A breve Noi Europe specificherà i suoi studi con altri numeri e approfondimenti sulla polarizzazione dei quartieri della città: “il cammino per una città moderna ed “europea” – scrive l’associazione – passa in primo luogo per la riduzione delle diseguaglianze. Napoli è una città estremamente ingiusta, in cui ricchezze, saperi, opportunità si concentrano in poche mani, teste, in pochi quartieri, strade, rioni. Il livello di tale diseguaglianza è intollerabile, non comparabile con quello di altre città italiane ed europee, e spesso, sconosciuto a cittadini e decisori politici”.

Per questo sarà lanciata la campagna “Una città divisa”: “una campagna che faccia parlare innanzitutto i dati, i numeri sui principali indicatori socio-economici nei quartieri poveri e ricchi della città”.

Il tentativo di questi giovani ricercatori è quello di aiutare “e arricchire il dibattito pubblico in città e dia una mano a chi vuole cambiarne le priorità, mettendo al centro la sofferenza, la mancanza di orizzonti e di prospettive della parte più povera e senza potere della società napoletana”.

Quale città?

Ci sarà questa disponibilità, soprattutto tra le realtà più attive della cittadinanza, dei movimenti e della “società civile”? Saranno disposte le istituzioni, a partire dall’Amministrazione di Luigi de Magistris, a occuparsi di questo dualismo sociale che spacca la città in interessi materiali e culturali contrapposti? “Le periferie al centro”, recitava così lo striscione durante i festeggiamenti della riconferma del sindaco a Palazzo San Giacomo: tra devastazioni ambientali, emarginazione sociale e devianza criminale i quartieri a est, nord e ovest della città aspettano ma si muovono. Sono le periferie il luogo dove si decide il reale cambiamento.

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La Napoli dei “pazzi”: prima, durante e dopo il razzista Salvini

 

Quando a Goro decine di cittadini hanno alzato barricate contro 20 donne e bambini migranti il mood mediatico era per la “comprensione” di fronte alla “paura” e al “contesto sociale”. A Napoli, invece, le barricate si sono erette contro il leader xenofobo Matteo Salvini ma la risposta “di sistema” è stata completamente opposta.

Le 5-10mila persone in piazza contro la presenza del leghista fautore della “pulizia di massa quartiere per quartiere” hanno determinato la nuova anomalia di una città che, dieci anni fa, fu la prima a ribellarsi contro i business dei rifiuti e del disastro ambientale che colpisce numerosi territori.

Giovani, giovanissimi, tre generazioni di genitori e nonni, centri sociali, comitati, insegnanti, lavoratori, disoccupati e società civica diffusa hanno risposto a una mobilitazione che durava da settimane. Un appello antirazzista ha visto l’adesione di oltre 100 tra artisti, musicisti, scrittori, docenti, giornalisti e forze sociali. Per l’occasione è stato inciso un brano con cantanti napoletani tra rapper, neo melodici e cantautori.

Contro questa mobilitazione si sono alzati “democratici” e “liberali” per il diritto di opinione e la libertà di parola. La nobilissima motivazione è stata rivolta a un personaggio che vive in tv e sui social parlando a milioni di italiani ogni giorno. Ma la posta in gioco della difesa dell’ex concorrente di “Un Pranzo è servito” è un’altra.

Prima

Il giorno precedente un vero e proprio pasticcio ha determinato l’incandescente clima a Fuorigrotta. Prefettura e Questura avevano trovato l’accordo con i manifestanti che avevano occupato la sede della Mostra d’Oltremare. A dare man forte agli antirazzisti è stato il sindaco Luigi de Magistris che si è schierato con i centri sociali rincorrendo il dualismo tra gli spazi occupati e il leader leghista: un atteggiamento che si rileverà perdente per il primo cittadino.

A mettere tutti a tacere è stato il ministro “di ferro” Marco Minniti che ha creato anche un imbarazzante scontro con la Prefettura e la Questura napoletane propense a una mediazione con i manifestanti che avevano occupato la Mostra.

Il suo ordine di garantire “il diritto costituzionale” a Salvini ha esasperato il clima di tensione in vista della manifestazione. E soprattutto ha aperto una contraddizione enorme rispetto a un altro rischio per la Costituzione: il suo decreto immigrazione. Associazioni laiche e cattoliche, alti magistrati e giuristi hanno esplicitamente dichiarato di come quell’atto metta a rischio i diritti umani. Eppure non si sono sollevati i difensori della libertà individuale di questi giorni.

E la mano dura di Minniti conferma anche quanto sia utile un Salvini in questa fase: testa di legno di un’attività di governo altamente lesiva dei diritti dei migranti.

Durante

I rischi di scontri per il corteo sono nell’aria. Eppure dalle 13.30 la metro di piazza Garibaldi è affollata di centinaia di giovani e giovanissimi provenienti da tutta la regione. Una partecipazione colorata, radicale, rumorosa. È il taglio di quella mobilitazione voluta da gran parte degli organizzatori.

Qualcuno, invece, vuole quello che in gergo si chiama riot: lo scontro, la guerriglia di fronte alla militarizzazione e alla zona rossa. Due gruppi si staccano in modo confuso, non danno l’idea di essere particolarmente organizzati per sostenere lo scontro contro un vero e proprio esercito di blindati. Entrambi i gruppi non sono black bloc: un’altra invenzione dovuta semplicemente al colore di alcune felpe.

Al di là delle retoriche scandalizzate le dinamiche di piazza hanno una loro storia. Ci sono quelli che di fatto restano a fronteggiarsi con lancio di petardi, sassi e bottiglie (non molotov, invenzione di qualche testata ripresa poi da tutti). E poi ci sono quelli che alcuni colleghi hanno identificato come appartenenti alla militanza da stadio con il vessillo del Regno delle due Sicilie: quelli che hanno aggredito a sprangate alcuni giornalisti.

A pagarne le spese, ovviamente, è tutto il corteo che ricompatta su via Leopardi dove viene caricato in maniera massiccia da decine di blindati e idranti che di solito sono usati per capi di governo o di vertici internazionali. A terra restano feriti da una parte e dall’altra, tra cui 6 reporter e 2 manifestanti arrestati che saranno processati per direttissima.

Dopo

Napoli diventa l’anomalia, la “pazzia” con i pulcinella “violenti”. Sotto torchio finisce Luigi de Magistris che dopo aver preso posizione con i centri sociali diserta la piazza avendo annusato aria di scontri: un errore politico clamoroso, come sindaco e come leader del suo movimento politico. C’è chi invoca le sue dimissioni, chi come Bassolino dice di “non aver fatto il sindaco”. In realtà il problema è come lo fai il sindaco: alla Bertinotti con il suo “di lotta e di governo” del 2006-2008 o alla Espedito Marletta, sindaco di Acerra che era in prima linea a farsi manganellare contro l’apertura dell’inceneritore in quel 29 agosto 2004. La successiva risposta a chi lo accusa, poi, diventa la toppa peggiore con cui prende le distanze dopo aver sostenuto il percorso di questa manifestazione.

Inevitabilmente, con l’obiettivo di mettere sotto il sindaco fuori dall’orbita dei partiti nazionali, inizia la gran cassa mediatica che annulla il senso di questa mobilitazione. Salvini diventa il “buono” e la “vittima” mentre gli antirazzisti sono unicamente dei facinorosi che hanno messo a ferro e fuoco un quartiere: i petardi napoletani fanno più rumore delle bombe carta dei tassisti romani. Il trappolone di piazzale Tecchio ha anche il merito di scoprire le carte di un sistema complessivo di opinione atto a proteggere la propaganda xenofoba e a condannare chi contesta legittimamente un leader razzista.

L’epilogo della manifestazione, però, deve interrogare anche le realtà sociali napoletane. Ad aprire il dibattito è stata Lucilla Parlato, direttore di Identità Insorgenti che è stata tra i promotori della mobilitazione e dell’appello su cui abbiamo fatto convergere decine di adesioni, con un durissimo e chiaro editoriale su certe responsabilità.

Si è assistito a un’estetica dello scontro che non sembrava interessare agli stessi protagonisti bardati e incappucciati. Lo scontro, fuori da ogni retorica o ingenuo buonismo, si mette in conto quando ci sono le zone rosse e le sfide “repressive”.

Eppure va fatta una domanda: serviva all’obiettivo di questa manifestazione? Poteva avere conseguenze politiche negative sull’ampio consenso verso questa mobilitazione? Se non interessano le risposte a queste domande vuol dire che il problema è a monte: non ci sono obiettivi strategici ma si persegue una inutile autoreferenzialità.

Epilogo

Molti hanno parlato di vincenti e perdenti. Eppure non ne vedo o comunque non è quello il nodo della questione. Quello che viene fuori è una situazione complessa, per citare Andreotti. Salvini, il populista anti-sistema, si è fatto “coccolare” dalla protezione repressiva del ministro dell’Interno del Pd. La linea editoriale a reti unificate poi lo rende vittima grazie anche agli errori del sindaco di Napoli.

Sul piatto c’è un gioco a tre fishes tra forze di governo, populisimi compatibili e radicalismo istituzionale privo di lungimiranza.

Sul terreno restano le persone. Restano quei 10mila da cui ripartire, quell’ostilità manifesta contro i seminatori di odio e la convinzione che Salvini e i suoi simili non diventano più forti quando sono contestati, a dispetto delle teorie “liberal” di certi “dem” che dicevano lo stesso su Renzi poi affondato al Referendum.

Resta una Napoli “pazza” di pulcinella “impazziti” (come titola Libero, stavolta con una inconsapevole dose razionale) perché anomali e fuori da quel controllo culturale che vuole il razzismo come nuovo arredo nelle case degli italiani tra il bon ton istituzionale e i nuovi Cie dove rinchiudere i diritti umani.

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Il Maradona di Jorit che ha fatto riscoprire il Bronx

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A inizio anni ’90 apparve una scritta sull’ingresso posteriore di via Taverna del Ferro, nel quartiere San Giovanni a Teduccio: “i ragazzi del Bronx 2001”. Da allora quel rione per tutti divenne semplicemente il Bronx come l’omonimo quartiere newyorkese. Oggi sulla facciata anteriore Jorit ha realizzato il ritratto di Diego Armando Maradona: il murales più grande del mondo. Da giorni si è aperto un dibattito sull’opportunità di quest’opera, “sul quartiere problematico che non ha bisogno di murales”, “su Maradona drogato cattivo esempio”, sulle strumentalizzazioni di chi amministra ed è latitante da 6 anni da quei luoghi.

A volere questo murales sono stati alcuni ragazzi e cittadini di San Giovanni, stanno facendo una colletta con l’aiuto di Inward e dello stesso Jorit. Accanto a Maradona ci sarà uno scugnizzo a opera ultimata. E se c’è un risultato di questo murales è che ha fatto riscoprire il Bronx di Napoli est. Non so quanto ne sapete di questo posto progettato da architetti di sinistra, avallato dai dirigenti del Pci/Pds/Ds e realizzato come risposta alla domanda di alloggi post terremoto.

Trent’anni di un bunker sociale

Era fine anni ’80 e ogni domenica mattina andavo da zia Fortuna. A lei era stata assegnata la casa al primo piano della “stecca” alta. Anno per anno si notava la trasformazione di quella specie di falansteri popolari che sarebbero diventati bunker con una soglia sociale non oltrepassabile. Il controllo portone per portone, gli ascensori fatti saltare in aria perché le scale erano “più sicure”, i locali commerciali al piano terra completamente devastati. A scuola media i miei compagni di classe mi aggiornavano sulle dinamiche criminali dopo l’uccisione dei boss con le loro paure di adolescenti cresciuti troppo in fretta.

Poi arrivarono i blitz. Soldati ed elicotteri che alle 8 del mattino si abbassavano sulle nostre teste, arresti e sgomberi a favore di telecamere ma il giorno dopo tutto tornava come prima. E ciclicamente si ripetevano queste scenografie di Stato mentre generazioni crescevano tra pistole e droga.

Poi arrivarono gli anni Duemila. Forza Italia faceva il pieno di voti e guai a noi giovani militanti comunisti se provavamo ad affiggere manifesti falce&martello sui muri. Poi arrivò il Pd (gli stessi dello scandalo primarie) col tuttofare che faceva da anello di congiunzione e i voti arrivavano con la promessa di far fare i lavori “alla Romeo” (Romeo immobiliare che ha gestito patrimonio comunale, oggi arrestato per corruzione ndr).  Quei grattacieli a pezzi controllati scala per scala dove potevo accompagnare come educatore i bimbi del semiconvitto tanto “tutt appost sta arrivann ‘o prufessore”

In mezzo ci sono piccole faide e sangue. C’è lo spacciatore che per ucciderlo spararono 40 colpi rincorrendolo per 300 metri tra case e presenti terrorizzati. C’è quello ucciso davanti scuola alle 8 del mattino mentre i bimbi entravano in classe. C’è Vincenzo Amendola, ucciso e sepolto a 18 anni un anno fa e chissà per quale futile motivo. C’è la dispersione scolastica, la disoccupazione, l’emigrazione o lo spaccio.  Ci sono i lavoratori a sbarcare la giornata, i disoccupati che hanno fatto le lotte, gli anziani e i pezzi di merda.

E, soprattutto, sappiamo chi non ci è stato mai. Sappiamo chi ha la responsabilità di aver creato bunker sociali come questo, le Vele, il Lotto 0 e tanti altri. Allora chiedetevi perché Maradona è stato scelto per campeggiare maestoso su quella facciata. Chiedetevi dove sono state le istituzioni, compresa l’amministrazione “rivoluzionaria” degli ultimi 6 anni che ha abbandonato un’intera periferia colpita da un disastro ambientale. Chiedetevi quanto sia controproducente ricordarsi di uno slum solo perché vi hanno dipinto il calciatore più forte di tutti i tempi.

Quando finirà il murales di Jorit ci sarà uno scugnizzo accanto a Diego. Quegli stessi scugnizzi che hanno abitato e abitano quei luoghi e guardano a un altro scugnizzo che è riuscito a diventare il più grande di tutti. Questo è il messaggio dei “ragazzi del Bronx 2017” che tutti dovrebbero sforzare di comprendere prima di giudicare.

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Quei Rom da cacciare nella periferia est dimenticata

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Sui fondali del dibattito- scontro tra Saviano e de Magistris e della presunta disputa tra una Napoli nuova e vecchia restano tante questioni irrisolte. Rifiuti, periferie e Rom sono tre temi di cui la politica istituzionale si tiene alla larga, salvo alcune eccezioni come per le Vele di Scampìa che da dopo 30 anni di lotte del Comitato stanno per crollare giù .

Da giorni le forze di polizia municipale, insieme a Polizia di Stato e autorità giudiziaria, stanno piantonando il grande campo rom di via delle Brecce, la “Idomeni di Napoli”. Ad aprile 2016 è partita un’ordinanza di sgombero per le circa 1300 persone, compresi oltre 300 bambini. Nella giornata di ieri sono state sequestrate auto, carrozzine e, secondo i volontari e attivisti presenti sul posto, pure generi alimentari. A seguire la vicenda è il Comitato abitanti di via delle Brecce che da tempo è in contatto con la comunità rom del campo: “Malgrado rassicurazioni, rinvii e impegni su soluzioni alternative le continue pressioni tradiscono una strategia di lento e forzato svuotamento del campo, per renderne invisibile il dramma sociale e risolvere così l’impasse di istituzioni che non sembrano in grado di offrire risposte e tutela dei diritti elementari”. Sarebbe  una eventuale tattica per evitare ulteriori tensioni nel bel mezzo dell’emergenza freddo che già pone una seria questione relativa ai senza dimora.

Di fronte alla linea precisa di Prefettura e Procura alcune domande vengono posto all’Amministrazione comunale che, ad oggi, non ha ancora comunicato la possibile alternativa valida: “Con quali criteri l’amministrazione sta selezionando i Rom meritevoli di una sistemazione e quelli che non lo sono? quali alternative abitative per le persone che a breve verranno sbattute in strada? In quale data lo sgombero verrà effettivamente realizzato? Perché la popolazione Rom è costantemente retrocessa a “oggetto” di fantomatiche politiche sociali e mai riconosciuta come soggetto?”.

La questione Rom rappresenta una patata bollente da sempre, tra contraddizioni e scelte politiche che favoriscono la creazione di mega campi. La Regione ha ricevuto 16 milioni per gli interventi di natura sociale ma non si ha notizia di alcun piano attuativo. Il Comune balbetta e non sembra avere la minima idea sul cosa fare. In mezzo ci sono storiche speculazioni su questa comunità, da quella politica in salsa elettorale a quella razziale con episodi di campi dati alle fiamme a Ponticelli (2008) e Poggioreale (2015). A Roma, invece, la Giunta Raggi sta percorrendo la strada del superamento dei campi insieme alle associazioni rom.

Questa vicenda si inserisce in un contesto come quello dell’area ex industriale che attende la bonifica da 20 anni. Pochi giorni fa De Luca ha annunciato 25 impianti di compostaggio di cui uno sorgerà a Napoli Est, nel luogo dove doveva essere costruito un inceneritore. Gli impianti di compostaggio sono fondamentali per la piena realizzazione della raccolta differenziata (con le dovute garanzie tecniche) ma al momento manca ancora il progetto definitivo per conoscere i dettagli.

Chi spiegherà lo scopo di questi impianti ai residenti di questa periferia che attende risposte sullo smaltimento illecito di rifiuti della Q8 (inchiesta in corso), sull’allargamento del porto commerciale e sulla linea di costa più inquinata della Campania? O si aspetta che qualche forza politica griderà “stanno portando i rifiuti a Napoli Est” aumentando confusione e tensioni?

“Ora le periferie”. Così recitava il grande striscione del Comitato Vele di Scampìa in piazza Municipio dopo la vittoria di Luigi de Magistris nel giugno scorso: per quella ad est, che inizia alle spalle della stazione centrale e termina ai confini dei comuni vesuviani, non è arrivata ancora l’ora nelle priorità di Palazzo San Giacomo.

 

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A Napoli c’è chi non si schiera con le chiacchiere, ma con i fatti

massimo

Solo ora si stanno spegnendo i fuochi del blablabla tra Saviano e de Magistris. Uno scontro di cui si poteva fare a meno, una lotta “tra due narcisismi” come ha sapientemente analizzato Aldo Masullo. La Napoli delle chiacchiere si è schierata, legittimamente. Sullo sfondo ci sono argomenti seri, ma restano opachi di fronte un meccanismo di marketing: quello dello scrittore che attacca il sindaco mentre ha un libro in promozione (per chi conosce un po’ i meccanismi editoriali non è una novità) e la risposta dai toni spinti dell’ex pm (in città ha raccolto consenso).

Tutto legittimo ma tremendamente noioso. E quasi ci sente come rifugiati politici nella propria città.

Napoli va raccontata su ciò che fa e non sulle parole dette o scritte. Ed è per questo che bisogna distinguere le chiacchiere dai fatti. Ed ecco alcune questioni che, magari, possono permettere di fare una distinzione.

Sparatoria alla Maddalena. Una bimba di 10 anni colpita al piede e 3 migranti sono stati feriti dai colpi di pistola di chi vuole riscuotere il pizzo sulla miseria nei mercatini della Ferrovia (evento da cui è partita la bolgia tra i due contendenti) ecco chi fa: oggi a Forcella manifestazione di UnPopoloInCammino (parrocchie, precari Bros, Insurgencia) che il 31 dicembre aveva già ricordato Maikol Russo con una targa insieme alla moglie Angela e ai parenti della vittima innocente.

Emergenza freddo. In Campania ci sono stati 2 morti. Quella di Angelo ad Avellino tra mille polemiche per una morte evitabile e quella di un clochard immigrato ad Aversa. Da sabato molti napoletani si sono mobilitati. Nonostante il Comune non abbia riattivato l’Unità di strada le coop sociali hanno deciso di farlo volontariamente. Molti singoli cittadini si stanno mobilitando per la raccolta di coperte e indumenti. E l’ex Opg Je so pazz ha deciso di aprire le porte del centro sociale a tutti i senza dimora che hanno bisogno di un riparo.

Negli stessi giorni della feroce polemica è quasi passato in secondo piano il secondo anniversario della morte di Pino Daniele. Grazie al giornale Identità Insorgenti e altre associazioni piazza Plebiscito non è rimasta vuota ma si è riempita di napoletani che anno ricordato il cantautore della “nuova napoletanità”.

Sono solo tre esempi, ce ne sarebbero molti altri. Penso al Larsec di Secondigliano, alle associazioni e ai comitati di Napoli Est o a quelli di Soccavo, alle battaglie di Bagnoli Libera, al tessuto sociale costruttivo di Scampìa o al processo di rinascita del rione Sanità.

Poi nel caso si attendono fatti dal Governo per quanto riguarda l’investimento sulle forze di prevenzione al crimine. E dallo stesso sindaco attendono  anche tutti i rioni oltre la stazione centrale: quei quartieri senza nemmeno alberi (quelli veri, non i tubi innocenti sul Lungomare).

Credo possano essere sufficienti per distinguere le chiacchiere dai fatti, il racconto di Napoli dal marketing di un narcisismo di cui non abbiamo bisogno. A chi specula, in qualsiasi modo, rispondete con l’ironia di Massimo e con le parole di Pino: lì ci sono ancora i riferimenti di una Napoli che mai resta ferma e sempre cambierà restando un luogo unico per il mondo.

 

 

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La generazione che già rottama Renzi (ma è scritto nel 2014)

millennials

Settembre 2016: Renzi a Napoli, proteste e cariche. Foto: Riccardo Siano

 

Dopo il Referendum le analisi del voto hanno fatto scoprire il massiccio No dei millennials: le nuove generazioni di precari e disoccupati, laureati e diplomati pronti a emigrare. Eppure non era difficile prevedere questo risultato. Occorreva semplicemente osservare questa generazione che negli ultimi tre anni non è rimasta a guardare. Ecco un mio articolo del 15 novembre 2014, pubblicato due anni fa sul blog d’autore che aveva voluto fanpage.it, quando Renzi era al Governo da soli 7 mesi.

L’articolo di due anni fa

“La generazione che già rottama Matteo Renzi”

Non hanno partiti, non hanno un sindacato e la razza padrona ha dichiarato guerra ai loro diritti

Hanno tra i 16 e i 25 anni e non sono ancora andati via dall’Italia. Li abbiamo visti spalare il fango a Genova. Stanno riempiendo le piazze da mesi e ieri hanno invaso le strade dello sciopero sociale. Magari non sono il 40% ma faranno parte dell’altro 60. Vivono adolescenza e giovinezza nella peggiore crisi economica e sociale dal Dopoguerra. Non hanno partiti, non hanno un sindacato e la razza padrona ha dichiarato guerra ai loro diritti. Questa è la generazione che spiazza tutti, smentisce luoghi comuni e ha già rottamato Matteo Renzi

[…]

È vecchio, infatti, il giochino di messa in discussione dello sciopero da parte dei “grandi elettori” confindustriali. Ed ecco che ieri da Milano a Napoli va in scena lo “sciopero sociale”. È vecchia e stantia la retorica dei doppi estremismi ed ecco vederli scendere senza vessilli di gruppo o appartenenza.  È altrettanto vecchio lo schema che li descrive fannulloni perché con l’ingresso all’università girano continuamente lavoretti sottopagati e decine di finti stage che mascherano il nuovo sistema di sfruttamento.

Li hanno definiti edonisti e individualisti, eppure erano i primi in Liguria ad aver preso una pala per togliere il fango caduto per mano della speculazione. La verità è che chi vuole raccontarli ci sta capendo ben poco. Vivono i cortei con una grande gioia e non cantano bandiera rossa ma ballano su note postmoderne .  A Napoli i ragazzi del Vico hanno impedito il fermo di due studenti 16enni sedendosi tutti intorno alla volante, pacificamente. Affrontano a mani nude e senza più nemmeno i caschi protettivi i plotoni antisommossa e si prendono le botte come a dire: “non è nulla rispetto al futuro che ci state consegnando”.  Infine, subiscono quotidianamente provocazioni, attacchi e offese da politici violenti e razzisti come Salvini, da docenti universitari molto affini ai salotti del potere e da facce leopoldine che imperversano nei talk show.

Nonostante questo scenario hanno invaso le piazze delle città nella giornata di ieri. Hanno spiazzato chi dice di sapere cosa vogliono.  Vale la pena, invece, ascoltarli e raccontare i loro pensieri per non restare sorpresi: come in quello scatto gioioso e repentino per occupare la tangenziale di Napoli. No, non è il nuovo ’68 ma è il 2014. Sono occhi, voci e corpi che reclamano un futuro  e che hanno già fatto capire una cosa: solo dopo pochi mesi Renzi non c’entra nulla con le nuove generazioni, questo premier è già da rottamare.

 

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Caro Fidel. Lettera di un anonimo napoletano

 

Ricevo e pubblico

 

Caro Fidel, sono uno sconosciuto napoletano e scrivo questa lettera che mai leggerai.  Tra poco a Santiago de Cuba sarà il giorno dell’ultimo saluto prima che le tue ceneri saranno nel grande cimitero monumentale.

Quando sei morto molti miei concittadini, italiani e occidentali, hanno festeggiato.  Per loro sei un dittatore e un tiranno, alcuni a Miami hanno fatto festa. Anche nel mio Paese alcuni hanno festeggiato. Secondo queste persone tu hai violato tanti diritti umani in questi 50 anni. Dicono che nel tuo Paese non c’è la libertà di espressione, la libertà di stampa, il diritto al dissenso politico e quelli dei gay non sono garantiti.

Sono tutte cose che nel corso di questo secolo e mezzo sono accadute sull’isola. Eppure io mi sono interrogato su un aspetto:  ma chi ti accusa sa cosa succede nel mio Paese? Ti faccio alcuni esempi.

Libertà di stampa. Qui in Italia, a Pavia, è esplosa una raffineria due giorni fa: un incendio spaventoso, visibile a decine di chilometri di distanza. Eppure sui giornali non solo non ha avuto la giusta visibilità ma circolava la versione dell’azienda coinvolta, l’Eni, e quella della sua presidente Emma Marcegaglia, ex capo di Confidustria: già oggi non se ne parla più.

Libertà di espressione. Per mesi nella mia città c’è stata una campagna in difesa di tre operai licenziati dalla Fiat per aver fatto uno striscione satirico. Avevano messo il capo dell’azienda, il potente Sergio Marchionne, come un manichino suicida: volevano ricordare i tanti operai che si sono tolti la vita o hanno provato a farlo dopo una lettera di cassa integrazione. Alla fine il giudice gli ha dato ragione e l’azienda deve reintegrarli, ma al momento non li fanno ancora andare a lavorare e non vogliono che rimettano il piede in fabbrica.

Diritto al dissenso politico. In Piemonte da 20 anni c’è la lotta contro la realizzazione della linea ferroviaria Alta velocità Torino-Lione. Una delle attivista, Nicoletta Dosio di 70 anni, sconta arresti domiciliari ed hanno chiesto altri 6 mesi di reclusione per il suo dissenso politico.

Diritti gay. Solo qualche mese fa nel mio Paese è stata approvata una prima legislazione che riconosce le coppie omosessuali. Però nel mio Paese continuano forme di discriminazione e, spesso, di violenza contro le persone Lgbt.

E potrei continuare che non basterebbero 100 blog.

Insomma, caro Fidel io non ho capito perché i miei concittadini si sentano così superiori in tema di libertàe  diritti. E poi sulla democrazia qui si sta votando un referendum che vuole modificare pericolosamente la Costituzione: una Carta che mai è stata applicata ma sarebbe la causa di tutti i mali.

I nostri mali sono povertà minorile (30%), disoccupazione (13%) e quella giovanile (50%), il Sud come area più depressa d’Europa, l’invecchiamento e la fuga delle nuove generazioni, un Paese che non fa più figli.

Eppure ad alcuni non interessa sapere che a Cuba, invece, per i bambini istruzione e salute sono gratis; che quando arriva un Uragano non finisce in un disastro umano come Haiti; che a due passi da Messico e Colombia il Paese non è in mano ai narcotrafficanti; che la povertà è figlia di un embargo durato mezzo secolo e a cui quel popolo ha resistito senza rovesciare il governo rivoluzionario; che in quella piccola isola è nata e sopravvissuta la rivoluzione all’economia di capitale di fronte al gigante yankee.

Però Fidel, poi ci sono anche quelli come noi che hanno studiato la studiato la Storia e la sua complessità . Hanno visto Cuba con i propri occhi e hanno provato a capire le contraddizioni. Hanno visto (e lottato) le ingiustizie nel proprio Paese e mai combattute da tuoi detrattori.  Ci sono quelli che si sono letti e riletti la tua intervista a Gianni Minà. Ci sono quelli che solo vedendoti con il nostro amato Diego Maradona sanno da che parte stare.

Ci sono quelli che faranno un murales nella loro città mentre sarai seppellito. O quelli che faranno vedere il film di Oliver Stone su di te. Perché nel mio Paese e in Occidente ci sono pure quelli che hanno compreso la tua frase: “Nessun vero rivoluzionario muore invano”.

Hasta siempre Comandante

Antonio Barracano da Napoli

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NEWS DEL GIORNO / Napoli, ancora un’aggressione omofoba

stop-omofobia

Cosa succede in città? Provo una nuova rubrica, utilizzando il mio blog. A Napoli accadono tante cose ogni giorno, alcune restano meno note nella scala delle priorità. Eppure ci sono fatti che riguardano la vita delle persone. Con la mia personale News del giorno proverò a dare spazio a queste notizie: per le segnalazioni trovate la mia mail cliccando “su di me”

 

Aggressioni omofobe e transfobiche si stanno ripetendo nel quartiere Fuorigrotta a Napoli da un po’ di tempo. È lo stesso quartiere dove fu uccisa Piccola Ketty, la trans socia dell’associazione Transnapoli. L’episodio si è verificato domenica mattina in un bar di piazzale Tecchio, spesso ritrovo della comunità lgbt napoletana al termine delle serate in discoteca del sabato.

La vittima è Konstantin, un ragazzo di origini russe, che insieme ad un amico si apprestava a fare colazione proprio dopo una serata in disco e prima di fare ritorno a casa. La causa è stata un banale diverbio con la commessa del bar che è sfociata in una aggressione verbale della stessa barista che ha coinvolto alcuni avventori del locale invitandoli a “buttare fuori il ricchione”: a questo punto Konstantin è stato colpito al volto, al fianco e alle gambe.

I due amici sono poi fuggiti verso la cumana, facendo ritorno a casa. In un secondo momento Konstantin si è rivolto al Pronto Soccorso dove i medici hanno riscontrato contusioni, eritemi e un trauma psichico.

“Ancora un’aggressione omofoba e questa volta proprio nella piazza dove è partito l’ultimo pride napoletano – dichiara Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli – Un evento che conferma ancora una volta quanto ci sia da lavorare contro l’omo-transfobia in Italia: i pride non bastano come non è sufficiente la legge sulle Unioni civili. Chiediamo un’intervento immediate della Regione Campania affinché velocizzi il percorso di una legge regionale in attesa che arrivi quella nazionale che punisca efficacemente chi si macchia di crimini a sfondo omo-transfobico. Tutto questo avviene a pochi giorni dal TDoR e dalla Giornata contro la violenza sulle donne e sottolineiamo quanto la misoginia e la violenza di genere siano strettamente legate alle discriminazioni e violenze di stampo omo-transfobico”.

“Come Assessorato alle Pari Opportunità – dichiara l’assessora Daniela Villani – non siamo più disposti ad accettare simili atteggiamenti, condanniamo la persistente e inopportuna pratica di limitare la dignità umana e la persona ad un aspetto della propria vita che non è qualificante ma che resta una faccenda privata e soprattutto espressione della libertà inviolabile dei singoli”.

A seguito di quanto accaduto, è stata prevista un’iniziativa di solidarietà lanciata dall’Arcigay di Napoli, proprio a Fuorigrotta, sabato 03 dicembre alle ore 16.30 a Piazzale Tecchio.

“Mi auguro che questo appello possa riunire tutto il mondo LGBTQI – ha aggiunto Villani – e l’intera cittadinanza, in un’unica e ferma mobilitazione per la tutela delle vittime dell’omo-transfobia e per condannare chi ne fa strumento di potere e paura”.

 

 

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News del giorno / Fermate Bolkestein

 

 

Cosa succede in città? Provo una nuova rubrica, utilizzando il mio blog. A Napoli accadono tante cose ogni giorno, alcune restano meno note nella scala delle priorità. Eppure ci sono fatti che riguardano la vita delle persone. Con la mia personale News del giorno proverò a dare spazio a queste notizie: per le segnalazioni trovate la mia mail cliccando “su di me”

Global e Glocal si incontrano e si scontrano. E così il mercatino rionale si ribella a una Direttiva europea con ambulanti e lavoratori che scendono in piazza.

Questa mattina centinaia di ambulanti e lavoratori dei mercati napoletani, in particolare dal Vomero (Antignano) e Fuorigrotta, sono scesi in piazza nella giornata nazionale contro la legge di recepimento della direttiva Bolkenstein, famigerata per la sua impostazione ultraliberista del mercato del lavoro che calpesta qualunque clausola di salvaguardia sociale e che ha incontrato resistenze e proteste ovunque [per sapere di più sulla direttiva clicca su questo link]

Per quanto riguarda i mercatini in particolare la direttiva prevede la possibilità di rimettere sistematicamente a bando gli spazi già assegnati anche in concorrenza con società per azioni e multinazionali (rispetto ai cui sistemi di distribuzione i mercatini sono spesso l’ultima frontiera di resistenza) e rispetto alla cui forza economica ovviamente gli ambulanti e artigiani dei mercati non potrebbero competere.

La manifestazione si è diretta lungo il corso Umberto fino alla sede della Prefettura in piazza del Plebiscito. In corteo anche alcuni ambulanti immigrati.  Annunciate nuove mobilitazioni se la direttiva non verrà rigettata.

 

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