Come fermare il caudillo Salvini: teoria e pratica per una “nuova sinistra”

catania

Foto di globalproject.info su manifestazione al porto di Catania il 25 agosto

 

I 16 braccianti caduti sulle strade del foggiano. Il ponte Morandi a Genova dove muoiono 43 persone. Il caso Diciotti e lo scontro istituzionale. Lavoro e sfruttamento, beni pubblici e profitti privati, accoglienza e razzismo di Stato.  Si è acceso uno scontro che apre nuove tensioni e vecchie divisioni su cui le “sinistre” non riescono a ritrovare una prassi e, soprattutto, una forma identitaria.

Questi sono i temi dell’agosto più nero degli ultimi anni. Sovranisti, populisti e gentisti hanno l’egemonia nella testa e nella pancia del Paese: il disegno neofascista di Matteo Salvini per avere la maggioranza assoluta. Spesso sottovalutato e liquidato dalle elité liberal, il “caudillo” leghista interpreta bene l’odio del 50% contro i valori della sinistra e dei suoi partiti. Un odio viscerale contro il Pd e non solo: centri sociali, non profit, Ong, movimenti. Tutti cadono sotto un unico calderone.  Un odio che ha una matrice duplice: lo storico rancore piccolo borghese e le gravissime responsabilità dei governi “tecnici” e bipartisan a trazione dem/renziana/bipartisan.

E le sinistre? Procede a ranghi sparsi in nome di un “popolo” che nella sua maggioranza ignora o avversa le bandiere della solidarietà. Il plurale è d’obbligo perché non esiste una sola identità. Ex Pd che difendono imprenditori come Benetton e le privatizzazioni, le piazze autoconvocate da associazioni e centri sociali, il cartello di Potere al Popolo che lancia il suo movimento “non partito”. Il dibattito esprime punte di contraddizioni, posizioni massimaliste e modelli “esemplari” da imitare. Tra i primi lanciare le “new entry” della “nuova sinistra” è stato il settimanale L’Espresso con la famosa copertina che contrappone Salvini al sindacalista dei braccianti Aboubakar Soumahoro o con un ampio servizio sulla sinistra “fuori dai partiti”.

Un ex dirigente napoletano Pci-Pds-Ds-Pd, Guglielmo Allodi, chiama il “popolo armato” contro il governo scatenando proteste e attacchi sotto il suo post su facebook.  Rientrata la polemica tra precisazioni e messaggi solidali resta lo smarrimento di storici dirigenti e militanti che hanno perso la loro “casa politica”. Intanto dal Manifesto la direttrice Norma Rangeri ha lanciato l’appello per una manifestazione nazionale contro il ministro della “vergogna” a settembre. 

Un giornalista molto competente come Giacomo Russo Spena, autore di molti libri sui nuovi fenomeni della sinistra “di movimento” individua, individua alcuni episodi e  “modelli” da cui ripartire: la rivolta dei bagnanti a Taranto contro le ronde leghiste, la manifestazione al porto di Catania per chiedere la liberazione degli eritrei sulla Diciotti (nella foto sopra),  i movimenti a difesa di ambiente e territorio, il sindaco di Riace Mimmo Lucano e quello di Napoli Luigi de Magistris.

Proprio sui “modelli” si è spesso impantanata la ricerca di una “nuova sinistra”: da Tsipras a Podemos passando per Corbyn e poi di nuovo al punto di partenza.

Quali pratiche a sinistra per ricostruire il protagonismo?

Sullo sfondo l’unica organizzazione politica che i sondaggi fanno risorgere dalle ceneri del consenso è Potere al Popolo. La portavoce Viola Carofalo, in un’intervista all’Espresso alla vigilia del primo campeggio di PaP, ha chiarito innanzitutto l’identità:  “siamo comunisti”. E al momento è l’unico partito che viene “accettato” nelle piazze accanto ai movimenti. Proprio da storici dirigenti politici, ora vicini a PaP, arriva una proposta che, nello stallo del dibattito teorico, punta a rilanciare una pratica sociale: azioni di antagonismo che negli anni Settanta vedevano la piena egemonia a sinistra delle proteste e della rabbia popolari.

E Napoli, con PaP ed altre esperienze nuove o storiche, è il centro pulsante di un “vero” laboratorio politico, lontano da alchimie e narrazioni istituzionali.

“Questo governo adotta politiche di destra economica e sociale”. A parlare sono Francesco Maranta e Vincenzo Gagliano.  “Il decreto dignità finge di correggere le precarietà ma non reintroduce l’art. 18 che è l’unica difesa della stabilità contrattuale. Le grandi organizzazioni sindacali e della sinistra istituzionale – continuano Maranta e Gagliano – non sembrano voler svolgere un ruolo conflittuale. Nell’immediato c’è bisogno di porre un primo argine all’impoverimento delle fasce sociali deboli. Partiamo dal rifiutare i costi aggiuntivi che rendono insostenibili il pagamento di tariffe e bollette. Organizziamo l’autoriduzione antagonista dei costi dei servizi essenziali. Tutte le quote esposte per voci diverse dalle forniture ( elettricità gas telefono acqua ecc.) vanno tagliate dai pagamenti. Vanno organizzati comitati popolari per l’autoriduzione antagonista come prima risposta di autodifesa e come nucleo della piattaforma di un vasto movimento di lotta per il lavoro, la sicurezza sociale, l’incremento dei redditi, la solidarietà tra sfruttati”.

Dalla teoria alla pratica per ricostruire la prossimità con le povertà, i precari, i migranti e i più deboli. E occorre farlo molto presto.

 

 

 

 

 

 

 

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Venduti come pacchi: l’appello e la lotta dei lavoratori Auchan di Napoli

auchan

Venduti da un giorno all’altro e senza preavviso. Sono i 149 lavoratori dell’ Auchan di via Argine a Napoli. Da due giorni occupano il centro commerciale di fronte alla fumata nera dopo l’incontro coi sindacati: solo la metà sarà assunto dalla nuova proprietà. In tutta la Campania sono 900 gli addetti della catena di distribuzione francese e un grande punto interrogativo si apre sul futuro di queste persone e delle loro famiglie.

Intanto i lavoratori oggi vanno in presidio in piazza Municipio sotto la sede del Comune mentre i sindacati incontrano l’assessore comunale al lavoro Panini per chiedere un impegno della Giunta comunale verso l’azienda.

“La città – sottolinea Walter Schiavella, segretario generale della Cgil di Napoli – non può sopportare l’ennesimo colpo così duro. Rimarremo al fianco dei lavoratori di Auchan fino a quando non si costruiranno soluzioni che tutelino tutti gli addetti, diretti e indiretti”.

L’appello

Su facebook Bernadette, una delle lavoratrici Auchan, lancia un appello mentre è in corso il secondo giorno di occupazione:

“L’occupazione del centro commerciale viene portata avanti da noi dipendenti poiché i dirigenti hanno preso la decisione della chiusura di punto in bianco, senza alcun dialogo tra i sindacati e quindi noi dipendenti.
Il punto Auchan di via Argine è solo l’inizio. Come annunciato stesso dall’azienda, tutti i vari centri commerciali Auchan della campania verranno chiusi ad effetto domino. Alla chiusura di tutti gli Auchan della campania saranno all’incirca 900 i dipendenti che si troveranno senza lavoro.
Questa decisione presa dalle alte cariche francesi Auchan, è stata presa dopo aver usufruito di tutti gli ammortizzatori sociali che in questi anni lo Stato italiano ha dato per agevolare le aziende, già con l’intenzione poi (terminate queste agevolazioni) di andarsene dal territorio campano.

È inutile sottolineare l’impatto sociale ed economico che queste chiusure porteranno sul territorio campano già dilaniato dalla crisi e dalle varie problematiche sociali del nostro tempo. Vi prego a nome di tutti i dipendenti Auchan (via argine e non) di far si che questo colpo basso a danno di noi lavoratori abbia la giusta risonanza e che non venga messo a tacere”.

Occupazioni, presidio, appelli. Solo un anno fa per 2 mesi 4 operai ex Hitachi si mobilitarono per difendere il posto di lavoro, proprio di fronte all’ingresso Auchan in quella stessa via Argine. Sempre su quella strada anche la Whirlpool vive giorni di incertezza. Sono destini, quelli del mondo del lavoro, che si ignorano, si frammentano tra diverse condizioni contrattuali e assenza di una forte rappresentanza sindacale. Destini che non sanno di essere poi accomunati dalle scelte “produttive” di aziende e multinazionali.

E così la storia si ripete sulla stessa strada ma sul marciapiede opposto: il lavoro e i diritti di chi lavora continuano ad essere calpestati.

 

 

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Bassolino, Caldoro, De Luca: i governatori passano, il Biocidio resta

 

Dai 150mila del “fiume in piena” del 16 novembre 2013 sono passati oltre 4 anni, Caldoro governatore e governo Letta. In circa un lustro qualcuno non se ne è andato a casa nonostante gli annunci, i decreti inutili, le promesse. Roghi e sversamenti tossici, bonifiche mai fatte e raccolta differenziata ferma al palo, negazionismo e attacchi alla scienza indipendente sono ancora lì.

Il 24 marzo 2018 ha riportato in piazza migliaia di persone (5mila). Una comunità che in Campania è rimasta a denunciare, studiare, mobilitare i territori: i volti delle donne (Chiaiano e provincia nord), delle mamme (Noi genitori di tutti onlus e quelle vulcaniche), di ragazzi/e (collettivi studenteschi e centri sociali), di medici (Isde-medici per l’ambiente), di attivisti (da Enzo Tosti a Marzia Caccioppoli), di associazioni (Let’s do it!, Libera, Legambiente, Wwf) e di generazioni vecchie e nuove che conosci e riconosci (Francesco Maranta ancora in prima linea).

Cartelli, striscioni e microfono rivendicano le promesse non mantenute e raccontano di una terra che è sotto il dominio di malaffare, imprenditoria criminale e collusioni politiche. Al 24 marzo si è arrivati con il tam tam sulla rete e le adesioni internazionali come l’equipe dei ricercatori come Marco Armiero, Anna Fava e Ilenia Iengo. Ha visto l’impegno dei musicisti di “Terroni uniti” che erano in piazza e hanno composto per l’occasione il singolo “Jatevenne”. E poi oltreoceano il video con il sostegno di Antonio Giordano e del suo Sbarro Institute di Filadelfia. Giordano che vedrà a processo l’autore e il direttore de Il Foglio dopo l’articolo dal titolo “’o professore della bufala della Terra dei fuochi”: in tribunale torna anche il processo di appello “ecoballe” che vede ancora aperta la stagione “bassoliniana” sulla gestione dei rifiuti.

E si è arrivati alla manifestazione dentro una  vera e propria battaglia dialettica tra De Luca e i promotori della Rete Stop Biocidio. Mentre il corteo si concludeva con il lancio di sacchetti davanti la sede regionale ricoprendo l’immagine del governatore (immagini e video diventati virali in poche ore), una nota del presidente della Giunta ironizzava sul “ritorno dell’opposizione” a cui lasciava un sarcastico “hasta siempre”. La risposta di Stop Biocidio è arrivata nella mattinata di domenica: “oggi ci rendiamo conto che è prima di tutto per la salute di De Luca che De Luca deve dimettersi. Un presidente in pieno esaurimento nervoso, la cui capacità di intendere e di volere è sempre più opaca. Fortuna che ci sono già pronte più di 10 mila persone pronte a scrivere un’alternativa per la democrazia della nostra terra. Le risposte da dare al Presidente De Luca sono talmente tante che tutti abbiamo bisogno di elencarle, ecco perché, a partire da questo post, ognuno condividerà e commenterà mettendo le proprie”

Insomma, dopo Bassolino e Caldoro oggi il governatore è De Luca mentre un governo nazionale deve ancora nascere. Stili e parole diverse, sistema immutato. La certezza è che chiunque sarà il prossimo governatore o il prossimo governo questa comunità la troverete ancora al suo posto. Perché se le polemiche sullo scontro investono le velleità di Luigi de Magistris per una scalata a Santa Lucia e gli % Stelle mirano a conquistare la Regione nessuno può sentirsi al riparo di questi interessi: bisogna rischiare e avere coraggio, alla prova dei fatti si potrà giudicare.

È  un sistema di imprese, di malaffare, di connivenze e di oppressione ambientale che va messo in quelle “sacchette” perché mai più si dovrà ancora gridare Stop Biocidio.

 

 

 

 

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Napoli, arte e periferie: “non calpestare i fiori nel deserto”

essere umani

San Giovanni, murales nel “Bronx”: il secondo di Jorit dopo Maradona (qui prima della conclusione)

 

Napoli, emergenza baby gang. Napoli, i minori “belve”. Napoli, quella senza scuola e senza lavoro. Napoli, quella “dove ognuno nasce giudicato” per dirla con l’acronimo del rapper Enzo Dong. Chi parla e straparla di rivoluzione e rinascimento, chi ignora talento e resistenza d nei bunker sociali ai confini delle leggi di mercato. Da quei luoghi nasce l’arte che oggi rimbalza sui media nazionali e internazionali.

Cinema

Franco Ricciardi, la musica popolare che viene da Secondigliano. Il neomelodico impegnato che alza la statuetta del suo secondo David di Donatello per la colonna sonora di “Ammore e malavita” e sorride sornione, il sorriso spontaneo di chi ha vissuto lontano dai lustrini del jet set nazionale e ora può dire che non ci sono solo “prumesse mancate”. Con lui il premio lo hanno ricevuto tanti professionisti napoletani del cinema, alcuni di loro molto giovani.

Al microfono del gran galà il cantante parla unicamente di Napoli: “Molti dicono che questa è una città speciale. Forse è vero, perché ispira artisti di tutto il mondo. Napoli, la città più premiata ai David 2018, ha un ruolo di prim’ordine nel cinema e nella musica. È giusto condividere questo premio con la mia città, con la mia Scampia, con quei luoghi da cui tutto è partito e in cui torno con il mio secondo David di Donatello. La forza del popolo napoletano, ancora una volta, emerge con merito e convinzione”

Street art

Che ce ne facciamo di tutti quei murales? Bisogna chiederlo prima agli uomini primitivi che incidevano sui muri per comunicare ai posteri la loro presenza. Nel terzo millennio le pareti di due batterie di case popolari hanno due volti, grazie al genio di Jorit: il “Dios umano” Maradona e lo scugnizzo Niccolò per “essere umani”.

Sono volti e storie impresse in tanti quartieri, da Ponticelli a Forcella. Sono occhi che sembrano dire “oh guarda, io almeno non me ne vado” come hanno fatto le istituzioni negli ultimi 30 anni.

Per Jorit questa arte “per il popolo, con il popolo” che alla fine del murales lo ha festeggiato come una vittoria scudetto: fuochi d’artificio per un artista moderno.

Musica

“Ho scritto questo pezzo – spiega Enzo Dong – pensando a quei ragazzi che vengono abbandonati sia dalla società che dai genitori, che sono costretti a crescere troppo presto, sin da piccoli. In questo caso Ciro è un simbolo molto forte che emerge chiaramente accostando il testo della canzone al videoclip”. Così il rapper napoletano racconta il nuovo singolo Ciro che su youtube ha già quasi un milione di visualizzazioni.

Il singolo racconta la realtà che tanti bambini e ragazzi dei quartieri di Napoli vivono ogni giorno. Per Enzo Dong, “Ciro è un nome comune a Napoli, legato a tanti episodi della città, reali e cinematografici. Circostanze nelle quali i protagonisti sono ragazzi di periferia, che intraprendono un cammino sbagliato, vizioso e viziato, un vortice senza uscita fatto di sofferenze che spesso li indirizzano verso un triste destino criminale”.

Ciro rappresenta i ragazzini di Forcella e di Scampia e che spesso vengono facilmente etichettati come baby gang a prescindere dalle loro storie personali. Ma è anche “il nuovo movimento musicale napoletano, che nasce e cresce nelle periferie dimenticate e in quegli stessi sobborghi coltiva il grido di ribellione che caratterizza la nuova scena rap partenopea”.

I fiori e il deserto: viene in mente Pino

Sono solo alcuni casi passati in rassegna negli ultimi giorni mentre le cronache ci dicono altro. Ad, esempio ci dicono che le “baby gang” non è un’emergenza a uso e consumo della campagna elettorale ma una generazione distrutta da generazioni arrese, umiliate e sconfitte. Coltelli e bastoni per affermare potere e odio, soldi e controllo o superare la noia di un sabato sera nel deserto di un rione popolare. Perché è proprio così che l’hanno raccontata: “imprenditore di te stesso”, “volere è potere”. Poi se non puoi e Scarface o Gomorra sono solo dei film indossi la felpa del killer: l’omicidio, il pestaggio e la coltellata come la normale routine di un’adolescenza senza adulti credibili alle tue spalle.

Eppure in questo deserto crescono i fiori. Non è un cambiamento sociale né economico ma lo sguardo dell’arte che anche nei primitivi veniva fuori come un’esigenza. Napoli non è una capitale di qualcosa ma è una possibilità, almeno quella di sognare, contro questa modernità fatta di barbarie e profitto. Come sul campo di calcio indica la nuova icona Maurizio Sarri per rivendicare la gioia e la bellezza, figlie della rivoluzione (quella vera), anche oltre la stessa vittoria.

Agli esperti, alla politica, ai grandi analisti della sociologia e dell’antropologia le ricette da consegnare per il futuro di questa città. Un solo consiglio: date retta al grande Pino Daniele, ricordiamo il titolo del suo album “Non calpestare i fiori nel deserto”. Sarebbe un buon inizio per chi vive nel deserto e vede crescere i fiori.

 

 

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Ortolani, un geologo al Senato: “ecco cosa rischia la falda di Napoli Est”

ortolani

 

La storia di Franco Ortolani è quella della scienza al servizio del Paese e di chi lo abita. È la storia di anni di battaglie condotte attraverso studi e dati scientifici che sono stati fondamentali per chi ha difeso il territorio da discariche, roghi, siti industriali inquinati. E per chi è sceso in piazza a difesa dell’acqua e per la messa in sicurezza del territorio. Non ha mai avuto peli sulla lingua il geologo che ora potrebbe sedersi in Senato. Alle prossime elezioni Ortolani è candidato con il Movimento 5 Stelle in un collegio che va dalla zona collinare di Napoli e, attraverso la periferia nord, arriva a Napoli Est.

Non è un caso che dopo la presentazione dei candidati 5 Stelle lo scorso sabato, in agenda Ortolani abbia i quartieri Barra (13 febbraio) e Ponticelli (16 febbraio ore 18 Casa del Popolo).

Proprio su questa zona della città ha fornito strumenti necessari per capire l’impatto ambientale e il grado di inquinamento. Chi scrive ha incontrato il professore a gennaio 2008 quando il commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti voleva aprire una discarica nell’ex manifattura tabacchi di Gianturco. Anni dopo, il 23 giugno 2014, era all’iniziativa pubblica “Napoli Est Brucia” insieme allo scienziato Antonio Giordano nell’aula del consiglio comunale di via Verdi con slide e documenti che provavano il grande rischio idrogeologico e ambientale della periferia est napoletana. E, nel corso di questa intervista, rivela anche il nuovo rischio per la falda dell’area orientale che parte da lontano: dalla Alenia Aermacchi di Casoria e riguarda il cromo esavalente.

Come mai la scelta di candidarsi e perché con i Cinquestelle?

“Non sono un attivista della politica, vengo dalla ricerca e dall’università concludendo il mio iter universitario ma continuo i miei studi geo-ambientali e i grandi fenomeni della natura: sono la base per capire come dare indicazioni ed essere più sicuri. Gli unici ad avermi invitato in questi anni, anche al Parlamento europeo, su questi temi sono i Cinquestelle e non ho avuto altre proposte: la mia vicinanza su questi temi anche con i consiglieri regionali del Movimento. Ho risposto al loro invito di candidarmi al Senato e continuare lì queste battaglie. Dopo attenta valutazione mi sono reso conto che tante lotte dei cittadini si scontravano con decreti legge e altri meccanismi: spero che una presenza scientifica possa permettere un’incidenza maggiore in Parlamento”

Professore, lei è candidato in un collegio che copre zona collinare, periferia nord e quella est. Cosa vuoi portare al Senato come priorità?

“Ce ne sono tante. Potrei iniziare con l’emergenza di Napoli Est, un territorio che ha subito ferite ambientali difficilmente guaribili soprattutto se i ‘dottori’ non lavorano per la salute dei cittadini. La questione del disinquinamento deve essere una materia più approfondita. Vengono proposte azioni difficilmente controllabili da trasparenti rappresentanti dei cittadini che hanno interesse sulla spesa per risolvere i problemi. Se pensiamo sempre a Napoli Est dove l’inquinamento ha raggiunto i 10 metri di profondità”.

E a questo punto Ortolani rivela una nuova emergenza ambientale che parte da Casoria e arriva fino alle periferia orientale di Napoli.

“È il caso di ricordare i problemi di quella falda provengono anche da ex Alenia Aermacchi di Casoria, chiusa nel 2013: le indagini hanno rivelato la presenza di cromo esavalente fin a 70 metri di profondità certificato da un documento della Regione Campania a dicembre scorso che chiede verifiche all’azienda ma fra un anno. Eppure  le sostanze prima passano sotto l’abitato di Afragola e poi la falda gira verso l’area orientale, come ci dicono le carte idrogeologiche. È stato tracciato il percorso del cromo esavalente? No, perché l’Alenia Aermacchi ha fatto le indagini solo nel perimetro dell’azienda. La regione ha detto di allargare a un chilometro e mezzo ma l’impatto da valutare è molto più ampio. Il disinquinamento non è un processo limitato a un solo territorio perché può esserci un’altra falda inquinata: bisogna prevedere cosa fare in modo corretto. E servono tecnici regionali all’altezza di quelli delle multinazionali, sarebbe complicato anche per me se non mi metto a studiare per due mesi sulle carte”.

Sempre rispetto a Napoli e provincia, lei fa un lavoro anche su due aspetti: acqua e fuoco. Tra gli incendi, come quelli del Vesuvio, e le possibili alluvioni. Allo stato attuale, sei mesi dopo, cosa è stato fatto per evitare disastri?

“Da luglio, spento l’incendio del secolo, non è stato fatto nulla. Al momento ci appelliamo alla buona sorte perché non è avvenuto come a Livorno e i nubifragi non si sono accaniti sul Somma Vesuvio, altrimenti saremmo ben oltre quei decessi. Mi sto battendo in merito a questo Piano di sicurezza che si occupa del Parco ma non lo fa per i cittadini a valle. Non c’è nessun coordinamento e il Parco si occuperà solo del suo perimetro: questa è una sciocchezza. Ci vuole una struttura istituzionale che pensi a un piano che va dalla cima alla valle e fino allo sbocco a mare. A me sembra anche una banalità. E poi mi sto battendo sul fatto che per individuare immediatamente i nubifragi bastano pluviometri che costano 3-4mila euro e che danno il tempo necessario per allarmare i cittadini come si faceva in guerra contro i bombardamenti aerei”.

Lei si è preoccupato molto anche della situazione in Basilicata, a proposito di tecnici delle multinazionali. Lì c’è un processo molto silente che riguarda l’Eni per disastro ambientale: in quel territorio si incrociano alcune questioni tra trivelle, inquinamento e sicurezza del territorio. Come si può far emergere questa situazione? Immagina di trovare forti pressioni in Senato?

“Con i miei colleghi ho sempre detto: Eni è lo Stato petroliere ma deve rispettare le leggi italiane. Perché con il rispetto delle leggi molti problemi non ci sarebbero. E allora chi non le fa rispettare? I controllori locali o nazionali? Poi abbiamo una serie di problemi da risolvere come ad esempio in Val d’Agri la Ingv fa una convenzione, legale, proprio con Eni come con due centrali geotermiche che sono all’attenzione sul rischio sismicità per le loro attività di iniezione di fluidi nel sottosuolo. Ingv è una struttura pubblica che è garanzia di tutti i cittadini e non deve garantire altri. Se io collaboro con compagnie che comportano rischi i cittadini devono avere garanzie sulla trasparenza: queste collaborazioni vanno vietate”.

Ultima cosa: cosa si sente di dire, oltre ogni schieramento, rispetto a questo possibile ruolo istituzionale a quella parte del Paese impegnata nella difesa dell’ambiente e del territorio?

“Per quanto riguarda ricadute sull’ambiente con una presenza costante e competente inserita nel merito delle proposte si evitano tanti errori. Sicuramente si beneficerebbe la sicurezza dei cittadini. Sull’acqua, ad esempio, molti sono convinti che l’acqua esce dal rubinetto perché pagano la bolletta. Invece spiego che l’acqua arriva da chilometri di distanza sulle montagne e poi dalla sorgente dove partono le condotte. Se in quelle rocce vengono immesse sostanze inquinate noi avremo acqua inquinata e non abbiamo una legge che difende i grandi serbatoi idrici. Ad esempio nel Vallo di Diano ci sono richieste per effettuare ricerche petrolifere proprio su quei serbatoi che sarebbe a rischio serio di inquinamento. Dobbiamo proteggere questi serbatoi con una legge nazionale. E quando l’acqua si inquina tutti non bevono, non esiste differenza di schieramento politico”.

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Da Scampìa a Napoli Est: la donna delle periferie accetta la sfida

barbara pierro

 

È arrivata a Scampìa per caso. Poi, dopo il diploma in un istituto tecnico è rimasta per scelta in quel quartiere. Barbara Pierro è innanzitutto una storia che nessuna fiction ha mai saputo raccontare.

Lei, mamma di tre figli, avvocato e donna della periferia, cuore pulsante dell’associazione “Chi rom e chi no” , è una storia che il prossimo 4 marzo avrà uno snodo: candidata con la lista Potere al Popolo in uno dei collegi elettorali più difficili del Paese, quello che va da Napoli Est a Scampìa, appunto.

“Dopo la scuola mi sono iscritta a Giurisprudenza, un ambiente ostile a chi cerca nella relazione sociale una possibilità di arricchimento. Stavo quasi per lasciare gli studi quando sono entrata in contatto con le famiglie delle cosiddette ‘case dei puffi’, uno dei principali lotti di Scampìa dove si faceva spaccio prima della faida. Quel rione era vicino ai campi rom e in una casa occupata facevo il doposcuola popolare. Lì decisi che laurearmi in Legge, in quell’ambiente potevo sopportarlo perché era utile appropriarsi degli strumenti legali di fronte alla sete di giustizia di quelle famiglie. Grazie a queste sofferenze sociali e a queste ingiustizie mi sono laureata”.

Racconta il suo percorso come un fiume in piena, quello di chi durante la faida tra Di Lauro e gli scissionisti progettava iniziative concrete per i bambini, le donne, i rom e tutte le persone del quartiere.

Poi la presenza sul territorio è continuata sulla scia del carnevale del Gridas con un gruppo informale insieme a degli amici studenti iniziando l’esperienza di Arrevuoto: “iniziammo in sordina questo progetto di teatro sociale con l’intuizione di Maurizio Braucci e Goffredo Fofi: la contaminazione delle biografie sociali mischiando studenti del Genovesi con quelli della periferia nord”.

Nel 2004 fu costruita la “baracca abusiva” rimasta per 10 anni, fino al 2014. “Era pensata come un dentro e fuori campo, tra periferia e centro. Seguivamo gruppi di 30-50 bambini con doposcuola, laboratori teatrali, campi estivi. Nella baracca sono passati tantissimi personaggi della cultura e delle istituzioni come Garrone e il prefetto”.

Poi quel progetto, mentre Scampìa era conosciuta solo per la mattanza, cresce e si evolve: arriva la Kumpania e oggi c’è Chicù, il ristorante dove italiane e rom lavorano a braccetto.

Le persone che vivono ai margini sono abituate a delegare tutto ciò che li riguarda, un po’ perché è rassegnate e un po’ perché pensano che gli altri sono più bravi. Invece noi volevamo far capire che le cose si fanno insieme. Così nasce la Cumpagnia che metteva al centro il lavoro attraverso la cucina e doveva durare un anno.

Un progetto che aveva al centro le donne, le loro potenzialità e la conciliazione dei tempi tra famiglia e lavoro fuori da ogni subalternità. Poi si trasforma in un’impresa sociale, la prima composta da donne italiane e rom. Così nasce Chikù, Chi sta per Chi rom e chi no, che si occupa di sportello legale; mentre kù sta per “Kumpania” e ha sede nella sede dell’Auditorium dove oggi sono ospitate 47 famiglie sfollate dopo l’incendio di Cupa Perillo.

Perché hai scelto di candidarti con Potere al Popolo?

È stata una scelta non immediata, non spontanea ma favorita da un gruppo di persone. Riconosco nel movimento la possibilità di dare ascolto alle istanze di determinati territori e trasformale in progetto. Definisco la mia candidatura funzionale a due effetti: quello di megafono e quello di filo che lega le esperienze. L’altra cosa che mi ha convinto è proprio l’aspetto di poter tessere maglie di relazioni con altre realtà oltre Scampìa, nelle altre periferie e in tutto il Paese. Sono convinta che bisogna evitare dall’ottica che va tutto bene solo se va tutto bene a casa mia, nel mio rione, nel mio orto. Invece va tutto male intorno a me e devo prendermi la mia quota di responsabilità, farlo in modo collettivo mi sembra un fatto dovuto.

Il tuo collegio copre le periferie napoletane, da Scampìa a Napoli Est dove ci sono i maggiori tassi di disagio sociale: dispersione scolastica, devianza, disoccupazione, disparità di genere, questione ambientale. Quella nord e quella est sono due periferia a specchio: come pensi si possano convincere quei cittadini alla partecipazione e all’importanza del voto?

Questa è una questione complessa, ovviamente e prescinde da Potere al Popolo. Siamo di fronte a processi di partecipazione e diritto di parola che si sono persi come quella di Napoli Est, che viene da una storia operaia dismessa, e quella di Scampìa che ha dovuto costruire il suo tessuto sociale. A me aiuterà molto il mio percorso che va oltre ogni logica di assistenzialismo riconoscendo alle persone un sapere e una competenza qualsiasi sia il loro grado di istruzione. Porsi in modo orizzontale con loro e non la politica che elabora soluzioni al chiuso delle proprie istanze. Bisogna riconoscere ai territori la capacità di affrontare i problemi non delegando ma essendo parte di un processo politico. Questi sono obiettivi e metodi che mi hanno sempre accompagnato per affrancarsi dalla marginalità.

Da questa crisi è uscito un Paese che è strutturato nelle disuguaglianze. Non solo poveri e ricchi, ma i poveri vivono in determinati territori: Sud e periferie delle grandi città. Pensi che Potere al popolo debba avere la propria “sede strategica” in questi luoghi per far crescere il suo progetto oltre le elezioni?

Potere al popolo deve fare i conti con queste disuguaglianze. Viviamo la crisi sulle nostre spalle e il Sud amplifica tutte le questioni: è necessario che PaP faccia i conti con questo. È necessario un grande percorso di competenze e di ascolto, non bisogna irrigidirci in soluzioni preconfezionate ma bisogna far parlare chi vive i territori.

Comunque vada con lo sbarramento tu come ti porrai con il movimento?

Quello di cui sono certa che mi interessa con le persone e costruire con loro i processi di affrancamento dal disagio. Voglio realizzare il mio concetto di comunità che va oltre quello della singola famiglia e dal singolo rione. Ritengo fondamentali le relazioni con i gruppi storici, i giovani, le scuole, le famiglie che vogliono mettere in campo un cambiamento e incida sulla vita quotidiana. Mi piacerebbe un movimento che anche se con radici storiche ben piantate, sappia parlare i nuovi linguaggi e abbia piena consapevolezza della nuova epoca che stiamo vivendo e che vogliamo costruire in modo più giusto e dignitoso.

 

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Svendita Napoli Est: cemento, rifiuti e la bonifica dimenticata

 

Con le elezioni alle porte si affacciano vecchi e nuovi interessi nell’area di Napoli Est. L’area urbana che vede un’inchiesta in corso per smaltimento di rifiuti tossici la bonifica come ex Sin è uscita completamente fuori dall’agenda politica e istituzionale. Avanza, invece, un altro modello che somiglia molto a quello del consorzio Naplest, il raggruppamento di imprese che fa capo alla moglie dell’ex capo di Confidustria Antonio D’Amato.

L’Amministrazione comunale “rivoluzionaria” di Luigi de Magistris ha sempre strizzato l’occhio di fronte a questo modello di recupero urbano: aree commerciali, edilizia privata, strutture ricettive. Dopo una consiliatura e mezza quasi di silenzio sulle domande del territorio per quanto riguarda emergenza sociale, la Q8 e l’inchiesta sui rifiuti tossici, il fenomeno roghi, abbandono delle aree verdi e la questione della linea di costa più inquinata della Campania con l’invasione a est dell’area portuale commerciale, ecco che arrivano alcuni Piani Urbani Attuativi: alcuni Pua risalgono alla precedente amministrazione Iervolino.

Gianturco

“La Giunta comunale, su proposta degli Assessori all’Urbanistica Carmine Piscopo e alle Infrastrutture Mario Calabrese, ha approvato  il piano urbanistico attuativo di iniziativa privata relativo alle aree della ex Manifattura tabacchi in via Galileo Ferraris, di proprietà di “Cassa Depositi e Prestiti immobiliare”, e la relativa convenzione che garantisce la contestuale realizzazione delle attrezzature e delle infrastrutture pubbliche previste”. Così in un comunicato l’annuncio dei due assessori lo scorso 15 dicembre.

Le opere di urbanizzazione comprese nel piano, che saranno realizzate ad opera di CDP e cedute all’Amministrazione comunale, consistono in: parcheggi, a raso e in struttura; un’attrezzatura per l’istruzione; un’area mercatale coperta; un parco lineare e spazi di verde attrezzato; nuova viabilità pubblica, con relative reti impiantistiche e sottoservizi.

L’importo complessivo delle opere di urbanizzazione da realizzarsi, che saranno cedute al Comune di Napoli, è pari a circa 32,9 milioni di euro. La superficie complessiva delle aree da cedere sarà di circa 90.000 mq.

Una volta stipulata la convenzione, Cdp immobiliare potrà richiedere i permessi di costruire relativi alle opere private. Cdp immobiliare dovrà inoltre predisporre i progetti esecutivi delle opere di urbanizzazione ai fini della successiva realizzazione, a propria cura e spese. Per ciascuno stralcio, le opere di urbanizzazione dovranno avere inizio entro 12 mesi dal rilascio del permesso di costruire.

“Si tratta di un intervento rilevante per la trasformazione dell’area orientale di Napoli”, dichiarano gli assessori Calabrese e Piscopo. Ma quale trasformazione senza la bonifica? La ex manifattura è il sito da cui scapparono i commissari per l’emergenza rifiuti nel 2008 quando volevano aprire una discarica durante la crisi: appena sotto la superficie del sottosuolo fuoriuscirono liquami industriali e sostanze di ogni tipo.

San Giovanni

Sempre il 15 dicembre la Giunta comunale, su proposta dell’Assessore all’Urbanistica Carmine Piscopo, ha approvato il piano urbanistico attuativo di iniziativa privata in via Bernardo Quaranta, presentata dalla Società Napoli Project srl proprietaria delle aree. L’intervento riguarda un’area di circa 5.000 mq localizzata tra via Bernardo Quaranta e via Aviglione, nel quartiere di San Giovanni. Il piano prevede la realizzazione di una struttura ricettiva per circa 40 camere che si sviluppano su un unico edificio composto da cinque livelli fuori terra oltre al PT e un piano interrato che ospita i parcheggi pertinenziali e locali di deposito.

“La struttura ricettiva che si andrà a realizzare in un’area cosiddetta periferica”, dichiara l’Assessore Piscopo, “evidenzia la capacità delle politiche locali di sollecitare investimenti privati per un settore in grande espansione quale quello ricettivo/alberghiero”.

Per chi non conosce la zona si tratta di un’area tra la direttrice via delle Repubbliche Marinare e corso San Giovanni dove sono ignote ai più le condizioni per “un’attrattività turistico-ricettiva” in un quartiere dove da mesi si verificano stese e agguati in una strisciante faida criminale. Inoltre, sempre in merito ai Pua, “voci di dentro” parlano della costruzione di un nuovo centro commerciale in una ex area agricola a ridosso di via delle Repubbliche Marinare che andrebbe ad aggiungersi al tessuto commerciale made in Cina e all’Auchan di Ponticelli.

Sono scelte che potrebbero creare posti di lavoro ma che segnalano la mancanza di un’idea urbana per il recupero e il rilancio di una ex zona industriale diventata deserto di servizi per chi ci abita.

Impianto di compostaggio a Ponticelli

Lo scorso 6 ottobre, durante un’iniziativa sull’urbanistica a San Giovanni promossa da Sinistra Italiana, il vicesindaco Raffaele Del Giudice annunciò che il progetto dell’impianto di compostaggio, da costruire in via de Roberto a Ponticelli, sarebbe stato realizzato di concerto con il territorio. Da allora è calato il sipario e il vicesindaco non ha dato più notizie, annullando anche un incontro nel quartiere prima di Natale. Siamo di fronte a un tema delicato. Il compostaggio è un fattore indispensabile per il ciclo differenziato dei rifiuti per superare discariche e inceneritori.

Eppure ci sono domande decisive a cui rispondere: che impianto sarà? Quale quantità di rifiuti trattati? Quale tecnologia avanzata? Quale impatto del trasporto su gomma già intensivo in quell’area? Quale fattibilità in un’area adiacente alla Q8 sotto inchiesta per aver smaltito illegalmente rifiuti tossici?

Senza rappresentanza

Tra passato e futuro, ma soprattutto senza rappresentanza l’ex fortino rosso del Pci-Pds-Ds dove anche de Magistris ha trovato voti e consenso rimane senza rappresentanza. L’area est con quella nord sono due componenti della città ingiusta e divisa in termini di dispersione scolastica, reddito, disoccupazione e condizione femminile.

Ed è proprio il silenzio nei sette anni circa di questa Amministrazione, con l’assenza di ogni forma di confronto con un territorio che ha avanzato richieste precise, a tracciare questo bilancio.

Forse non è un caso che. nella periferia orientale tra la fine del Pd (con la vergogna del caso primarie), la mancanza totale di riferimenti per Dema (a differenza di altri territori “simbolo”) e la poca incisività di M5S, la prima assemblea di presentazione per la campagna elettorale arrivi da Potere al Popolo: la lista di chi ha scelto di autorappresentarsi.

 

 

 

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Un anno di blog: il 2017 raccontato dal Diario di un cronista

 

Un anno di blog. Giunto al sesto anno il “Diario di un cronista” ha attraversato il 2017 con i suoi temi: lavoro, periferie, migranti, diritti, ambiente e ovviamente tanta Napoli. In un più di un lustro il blog ha avuto evoluzioni e momenti di fermo.

Quest’anno ho avvertito l’urgenza di costruire uno spazio che, oltre al mio lavoro quotidiano, potesse dar spazio a fatti e punti di vista messi in secondo piano. In alcuni casi ho risposto anche a chi mi ha chiesto aiuto affinché potesse essere diffuso il proprio grido di fronte a un’ingiustizia o un problema.

Ho maturato la consapevolezza dell’utilità di questo spazio nonostante in Italia i blog siano giudicati “figli di un dio minore” da giornalisti del secolo scorso incapaci (o senza la volontà) di comprendere i nuovi strumenti web.

E in questi 12 mesi sono stati 20mila i lettori (incremento di circa 3mila) per 17 post complessivi significa che questo strumento nel prossimo anno merita di essere aggiornato con fatti, storie e denunce in modo ancora più frequente. Se questa professione cambia e attraverso i social i lettori giudicano e scelgono i giornalisti da seguire allora il blog può essere uno strumento a vostra disposizione.

In questa crisi strutturale dell’informazione giornalisti e lettori possono cogliere un’opportunità: diventare una comunità “mediatica”, ognuno nelle sue possibilità, con parole “civili” e raccontando solo la realtà senza inseguire clic e finti scoop.

E allora ecco gli articoli, i reportage, le interviste e le recensioni dai grandi temi del nostro tempo alla vita reale di un quartiere metropolitano pubblicato dal Diario di un cronista.

Buona lettura e buon anno. E un grazie speciale a Identità Insorgenti e al suo direttore Lucilla Parlato che spesso rilanciano questi articoli sul proprio giornale molto seguito

Gennaio:

A Napoli c’è chi non si schiera con le chiacchiere, ma con i fatti

Quei Rom da cacciare nella periferia est dimenticata

Marzo:

Il Maradona di Jorit che ha fatto riscoprire il Bronx*

*terzo articolo più letto dell’anno

La Napoli dei “pazzi”: prima, durante e dopo il razzista Salvini

Periferie senza lavoro, reddito a Posillipo: i dati sulla città ingiusta

Maggio:

La città ingiusta: la questione di genere è una questione di quartiere

Giugno:

Ponticelli: bambini che giocano dove morì il piccolo Francesco Paolillo

Luglio:

Napoli non è ribelle ma una città ingiusta e divisa

Napoli, così è morto Ibrahim a 24 anni*

*articolo più letto dell’anno

Appello dei 4 operai licenziati ex Hitachi

Ottobre:

La direzione delle lotte sociali: a colloquio con Gagliano e Maranta

Scuola: a S.Giorgio 40 genitori e il diritto alla mensa per i “non residenti”

Lavoro: le guide turistiche denunciano “Napoli Sotterranea”

Novembre:

Furto da 10mila euro per The Est Side: il marchio creato dai ragazzi di San Giovanni*

*secondo articolo più letto dell’anno

Fenomenologia del Masaniello d’Italia: il libro di Giacomo Russo Spena

Dicembre:

Mesi per esami e interventi, medici precari: il caso dell’Istituto Pascale

Elezioni, un “fantasma” a sinistra: la lista Potere al Popolo *

*articolo tradotto in portoghese

 

 

 

 

 

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Elezioni, un “fantasma” a sinistra: la lista Potere al Popolo

potere al popolo

A novembre è iniziato con un video appello virale sui social. I ragazzi e le ragazze di Ex Opg Je so pazzo chiamano a una lista nazionale di sinistra per le prossime elezioni politiche. Alla prima assemblea sono 800, nella seconda del 17 dicembre oltre 1000 come era visibile dalle dirette video su facebook. In mezzo ci sono 70 assemblee territoriali dal Piemonte alla Sicilia. Eppure, con la sola eccezione de Il Manifesto e un breve articolo sul Fatto, c’è silenzio mediatico sulla lista “Potere al Popolo” a differenza delle foglioline del simbolo di Grasso.  Per capire chi sono e, soprattutto, capirne di più ho fatto un’intervista a Viola Carofalo, una delle portavoce della lista e attivista di Ex Opg: i temi, il progetto, il silenzio di de Magistris, gli obiettivi.

Che cos’è Potere al Popolo?

“Potere al Popolo è una lista per le prossime politiche ma anche un progetto che vuole andare oltre l’appuntamento elettorale. Tiene dentro partiti, movimenti, organizzazioni e comitati che si muovono su temi come lavoro e ambiente: vuole ricostruire la sinistra radicale in Italia”

Come nasce quest’idea? Soprattutto per quei soggetti che non sono mai stati un partito che si misura con il voto

“Nasce dal fatto che, come ad esempio noi dell’Ex Opg Je so pazzo che abbiamo lanciato il primo appello, dopo aver visto cancellato l’appuntamento conclusivo del percorso del teatro Brancaccio (lista Montanari-Falcone,ndr) ci siamo resi conto che in un momento così critico non c’era nessun soggetto da poter votare. E ci siamo detti ‘perché non farlo noi’? Proviamo a parlare a persone che come noi non votano o non hanno mai votato. Così è stata lanciata l’assemblea del 18 novembre che andò molto bene e a cui sono seguite 70 assemblee territoriali fino a quella nazionale del teatro Ambra Jovinelli del 17 dicembre con 1000 persone. Stiamo provando a ricostruire dal basso la sinistra radicale”

A chi intende parlare, oltre a movimenti e centri sociali, questa lista?

“Per noi si tratta di parlare a tutti come dice il nome stesso della lista. Dal nostro punto di vista chi è espulso dal mercato del lavoro, chi non può andare in pensione, chi è preoccupato della devastazione ambientale e non si riconosce o non son in questa sinistra che ha portato avanti politiche di questo genere sono i soggetti a cui ci rivolgiamo. Abbiamo scritto un programma di pochi punti che tengono dentro queste rivendicazioni che possono far ritrovare non solo quell’elettorato di sinistra ma anche chi non si ritiene tale”

Quali sono i temi strategici di Potere al Popolo in questa campagna elettorale? Quale sarà il ruolo del lavoro e delle precarietà?

“Il tema del lavoro è quello centrale. Da quello derivano poi una serie di conseguenze sociali. Poter avere contratti non precari, poter andare in pensione, poter lavorare senza mettere a rischio la salute. Dalla scuola, con l’alternanza e la stessa formazione, fino all’ingresso con stage e contratti capestro e all’uscita stessa per una pensione dignitosa. Collegato a questo c’è la questione del welfare, dell’ambiente e dell’accoglienza dei migranti”

Quello dei migranti sarà il tema di fuoco di questa campagna.

“C’è un piano ideologico in senso razzista che pone l’accoglienza come un pericolo. Poi c’è il business e la speculazione sulle vite dei rifugiati. Noi vogliamo un’accoglienza umana, pubblica e regolamentata con procedure certe”

Sul piano più strettamente politico,de Magistris non ha appoggiato questo lista e alcune indiscrezioni lo danno in stretto contatto con la lista di Piero Grasso. Qual è il rapporto dialettico-elettorale con il sindaco?

“Non sappiamo perché non sia arrivata la dichiarazione. Immaginiamo che Dema stia valutando mentre un suo esponente a Roma ha portato i saluti di de Magistris. A noi farebbe piacere che lui ci fosse perché è un’Amministrazione con cui ritroviamo alcuni punti comuni sui temi politici generali”.

Invece nella galassia dei centri sociali qual è la risposta al momento? Resiste ancora lo slogan “non votare lotta”?

“Capiamo benissimo quali possano essere i dubbi perché sono stati nostri in tutti questi anni. Però un’attenzione c’è. Credo che molti siano anche in attesa di capire come si concretizzerà il progetto, dal programma alla candidature. Anche da quelli più critici come InfoAut ci viene riconosciuto il valore di questo percorso. Per noi sarebbe positivo che tanti entrino in questo progetto, anche quelli più indecisi. Comunque nelle assemblee in giro per l’Italia questa componente è presente a macchia di leopardo tra comitati di base e centri sociali: per noi sono soggetti fondamentali per costruire questa lista”

Intorno a voi c’è silenzio mediatico o vi definiscono la “terza sinistra”: in questo quadro come proverete a uscire dagli imbuti comunicativi della campagna elettorale?

“Noi non reputiamo di sinistra né il Pd né Liberi e Uguali che hanno votato numerosi provvedimenti e precedenti che nulla hanno a che fare con quei temi e quei valori: pacchetto Treu, guerre e altro. Non ci importa di definirci prima o terza lista di sinistra ma il nostro nome vuole trovare una forma nuova per ricostruire una sinistra in cui le persone si ritrovano. Il silenzio mediatico è evidente nonostante nella prima assemblea eravamo 800 e nella seconda 1000. Saremmo contenti se l’informazione iniziasse a parlare di questo progetto ma se non è così noi continueremo a utilizzare i nostri canali, le piazze e il porta porta”.

Tra gli astensionisti la fascia di età 18-40 anni è quella più alta. Qual è la composizione anagrafica delle persone in questa fase del percorso?

“Ci sono tanti giovani. E dipende da città in città, tanto che a Catania c’erano ragazzi delle scuole e non votano nemmeno. Poi ci sono altri contesti dove età media è più alta. Sicuramente bisogna recuperare questa generazione ma ci sono e sono molto combattivi”.

Raggiungere le firme è un’impresa e lo sbarramento ancora di più. In conclusione, cosa immaginate nel post voto?

“Per noi il risultato si basa due fattori.  Il primo è superare lo sbarramento e avere rappresentanza. Il secondo è altrettanto importante: che vada avanti la costruzione di questa rete politica. E non chiederemo a nessuno di sciogliersi, né a partiti né a comitati perché è nella diversità che si può costruire una sinistra capace di parlare al suo popolo”

 

 

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Mesi per esami e interventi, medici precari: il caso dell’Istituto Pascale

pascale

foto della Guardia di Finanza dopo gli arresti del marzo scorso

 

Tre mesi per un ricovero in chirurgia. Dai 2 ai 3 mesi le chemioterapie. Un anno per mammografia ed ecografie. Sono questi i tempi di attesa per l’Istituto oncologico Pascale di Napoli, come denuncia il Forum Diritti e Salute. Si tratta di tempi biblici per patologie tumorali che, spesso, hanno sulla velocità della diagnosi e della cura la possibilità di curarli. Una situazione drammatica se pensiamo che l’Ente sanitario si trova in quella Campania che vive il dramma dell’incremento delle patologie nelle zone della “terra dei fuochi”, tra le province di Napoli e Caserta. A fare da contraltare alle liste di attesa, però, è l’aumento dell’attività di intramoenia.

Ma non finisce qui. Le questioni aperte riguardano la stessa organizzazione di un Istituto di eccellenza nazionale. Attraverso la mobilità sono trasferiti profili medici che non hanno quei profili nella tradizione della ricerca biomedica. E sempre per quello che riguarda il lavoro aumentano gli specialisti con contratti precari. Sono decine i ricercatori a collaborazione ma anche i dirigenti medici che hanno vinto regolare avviso pubblico.

“Non sono più tollerabili situazioni in cui i cittadini siano costretti ad attendere mesi mentre altri possano scavalcarli, pagando, per essere operati nella stessa struttura pubblica”. Così dichiarò il presidente della Regione Vincenzo De Luca in una riunione con i direttori generali delle Aziende Sanitarie e delle Aziende ospedaliere  lo scorso 5 settembre. Eppure nulla, a distanza di due mesi, sembra essere cambiato mentre lo scorso marzo, a seguito della bufera giudiziaria che ha coinvolto l’Istituto sulle forniture portando a sette arresti, dichiarò: “negli ultimi mesi abbiamo ottenuto risultati straordinari per quanto riguarda la riduzione delle liste d’attesa e sotto il profilo delle cure ai malati”.

“Mentre nei viali dell’Istituto Pascale si sistemano le luci natalizie – afferma Francesco Maranta, portavoce del Forum Diritti e Salute – si spengono le luci sul dolore delle persone malate, sulle preoccupazioni dei medici, dei paramedici e degli impiegati. Circa 200 persone che ogni anno vedono il loro lavoro continuare con contratti precari a cui è rimasta solo la speranza di poter restare lì a pieno titolo, speranza che ogni giorno si consuma nell’incertezza”.

Maranta fa poi riferimento alle assunzioni di nuovi medici che pongono una serie di interrogativi: “sono medici bravi nel loro campo ma un istituto oncologico ha bisogno di specialisti oncologici e questo non sta avvenendo. La situazione è molto grave e quello che risalta agli occhi è vedere come si allunghino le liste di attesa da una parte e aumenta l’attività di intramoenia dall’altra. Eppure la Legge Bindi che regolamenta intramoenia parla chiaro: dove ci sono liste di attesa l’attività di intramoenia non si può fare”.

Poi Maranta conclude su Palazzo Santa Lucia: “la Regione è troppo distratta con questo presidente sta creando un vuoto e un’assenza incolmabile sulla sanità: tagli ai posti letto, pulizia negli ospedali, abusi. Per il Pascale la nomina del manager è anche materia ministeriale ma l’attuale ministro sembra avere altro a cui pensare rispetto ai diritti fondamentali alla salute e alla cura”

 

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