Quei Rom da cacciare nella periferia est dimenticata

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Sui fondali del dibattito- scontro tra Saviano e de Magistris e della presunta disputa tra una Napoli nuova e vecchia restano tante questioni irrisolte. Rifiuti, periferie e Rom sono tre temi di cui la politica istituzionale si tiene alla larga, salvo alcune eccezioni come per le Vele di Scampìa che da dopo 30 anni di lotte del Comitato stanno per crollare giù .

Da giorni le forze di polizia municipale, insieme a Polizia di Stato e autorità giudiziaria, stanno piantonando il grande campo rom di via delle Brecce, la “Idomeni di Napoli”. Ad aprile 2016 è partita un’ordinanza di sgombero per le circa 1300 persone, compresi oltre 300 bambini. Nella giornata di ieri sono state sequestrate auto, carrozzine e, secondo i volontari e attivisti presenti sul posto, pure generi alimentari. A seguire la vicenda è il Comitato abitanti di via delle Brecce che da tempo è in contatto con la comunità rom del campo: “Malgrado rassicurazioni, rinvii e impegni su soluzioni alternative le continue pressioni tradiscono una strategia di lento e forzato svuotamento del campo, per renderne invisibile il dramma sociale e risolvere così l’impasse di istituzioni che non sembrano in grado di offrire risposte e tutela dei diritti elementari”. Sarebbe  una eventuale tattica per evitare ulteriori tensioni nel bel mezzo dell’emergenza freddo che già pone una seria questione relativa ai senza dimora.

Di fronte alla linea precisa di Prefettura e Procura alcune domande vengono posto all’Amministrazione comunale che, ad oggi, non ha ancora comunicato la possibile alternativa valida: “Con quali criteri l’amministrazione sta selezionando i Rom meritevoli di una sistemazione e quelli che non lo sono? quali alternative abitative per le persone che a breve verranno sbattute in strada? In quale data lo sgombero verrà effettivamente realizzato? Perché la popolazione Rom è costantemente retrocessa a “oggetto” di fantomatiche politiche sociali e mai riconosciuta come soggetto?”.

La questione Rom rappresenta una patata bollente da sempre, tra contraddizioni e scelte politiche che favoriscono la creazione di mega campi. La Regione ha ricevuto 16 milioni per gli interventi di natura sociale ma non si ha notizia di alcun piano attuativo. Il Comune balbetta e non sembra avere la minima idea sul cosa fare. In mezzo ci sono storiche speculazioni su questa comunità, da quella politica in salsa elettorale a quella razziale con episodi di campi dati alle fiamme a Ponticelli (2008) e Poggioreale (2015). A Roma, invece, la Giunta Raggi sta percorrendo la strada del superamento dei campi insieme alle associazioni rom.

Questa vicenda si inserisce in un contesto come quello dell’area ex industriale che attende la bonifica da 20 anni. Pochi giorni fa De Luca ha annunciato 25 impianti di compostaggio di cui uno sorgerà a Napoli Est, nel luogo dove doveva essere costruito un inceneritore. Gli impianti di compostaggio sono fondamentali per la piena realizzazione della raccolta differenziata (con le dovute garanzie tecniche) ma al momento manca ancora il progetto definitivo per conoscere i dettagli.

Chi spiegherà lo scopo di questi impianti ai residenti di questa periferia che attende risposte sullo smaltimento illecito di rifiuti della Q8 (inchiesta in corso), sull’allargamento del porto commerciale e sulla linea di costa più inquinata della Campania? O si aspetta che qualche forza politica griderà “stanno portando i rifiuti a Napoli Est” aumentando confusione e tensioni?

“Ora le periferie”. Così recitava il grande striscione del Comitato Vele di Scampìa in piazza Municipio dopo la vittoria di Luigi de Magistris nel giugno scorso: per quella ad est, che inizia alle spalle della stazione centrale e termina ai confini dei comuni vesuviani, non è arrivata ancora l’ora nelle priorità di Palazzo San Giacomo.

 

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A Napoli c’è chi non si schiera con le chiacchiere, ma con i fatti

massimo

Solo ora si stanno spegnendo i fuochi del blablabla tra Saviano e de Magistris. Uno scontro di cui si poteva fare a meno, una lotta “tra due narcisismi” come ha sapientemente analizzato Aldo Masullo. La Napoli delle chiacchiere si è schierata, legittimamente. Sullo sfondo ci sono argomenti seri, ma restano opachi di fronte un meccanismo di marketing: quello dello scrittore che attacca il sindaco mentre ha un libro in promozione (per chi conosce un po’ i meccanismi editoriali non è una novità) e la risposta dai toni spinti dell’ex pm (in città ha raccolto consenso).

Tutto legittimo ma tremendamente noioso. E quasi ci sente come rifugiati politici nella propria città.

Napoli va raccontata su ciò che fa e non sulle parole dette o scritte. Ed è per questo che bisogna distinguere le chiacchiere dai fatti. Ed ecco alcune questioni che, magari, possono permettere di fare una distinzione.

Sparatoria alla Maddalena. Una bimba di 10 anni colpita al piede e 3 migranti sono stati feriti dai colpi di pistola di chi vuole riscuotere il pizzo sulla miseria nei mercatini della Ferrovia (evento da cui è partita la bolgia tra i due contendenti) ecco chi fa: oggi a Forcella manifestazione di UnPopoloInCammino (parrocchie, precari Bros, Insurgencia) che il 31 dicembre aveva già ricordato Maikol Russo con una targa insieme alla moglie Angela e ai parenti della vittima innocente.

Emergenza freddo. In Campania ci sono stati 2 morti. Quella di Angelo ad Avellino tra mille polemiche per una morte evitabile e quella di un clochard immigrato ad Aversa. Da sabato molti napoletani si sono mobilitati. Nonostante il Comune non abbia riattivato l’Unità di strada le coop sociali hanno deciso di farlo volontariamente. Molti singoli cittadini si stanno mobilitando per la raccolta di coperte e indumenti. E l’ex Opg Je so pazz ha deciso di aprire le porte del centro sociale a tutti i senza dimora che hanno bisogno di un riparo.

Negli stessi giorni della feroce polemica è quasi passato in secondo piano il secondo anniversario della morte di Pino Daniele. Grazie al giornale Identità Insorgenti e altre associazioni piazza Plebiscito non è rimasta vuota ma si è riempita di napoletani che anno ricordato il cantautore della “nuova napoletanità”.

Sono solo tre esempi, ce ne sarebbero molti altri. Penso al Larsec di Secondigliano, alle associazioni e ai comitati di Napoli Est o a quelli di Soccavo, alle battaglie di Bagnoli Libera, al tessuto sociale costruttivo di Scampìa o al processo di rinascita del rione Sanità.

Poi nel caso si attendono fatti dal Governo per quanto riguarda l’investimento sulle forze di prevenzione al crimine. E dallo stesso sindaco attendono  anche tutti i rioni oltre la stazione centrale: quei quartieri senza nemmeno alberi (quelli veri, non i tubi innocenti sul Lungomare).

Credo possano essere sufficienti per distinguere le chiacchiere dai fatti, il racconto di Napoli dal marketing di un narcisismo di cui non abbiamo bisogno. A chi specula, in qualsiasi modo, rispondete con l’ironia di Massimo e con le parole di Pino: lì ci sono ancora i riferimenti di una Napoli che mai resta ferma e sempre cambierà restando un luogo unico per il mondo.

 

 

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La generazione che già rottama Renzi (ma è scritto nel 2014)

millennials

Settembre 2016: Renzi a Napoli, proteste e cariche. Foto: Riccardo Siano

 

Dopo il Referendum le analisi del voto hanno fatto scoprire il massiccio No dei millennials: le nuove generazioni di precari e disoccupati, laureati e diplomati pronti a emigrare. Eppure non era difficile prevedere questo risultato. Occorreva semplicemente osservare questa generazione che negli ultimi tre anni non è rimasta a guardare. Ecco un mio articolo del 15 novembre 2014, pubblicato due anni fa sul blog d’autore che aveva voluto fanpage.it, quando Renzi era al Governo da soli 7 mesi.

L’articolo di due anni fa

“La generazione che già rottama Matteo Renzi”

Non hanno partiti, non hanno un sindacato e la razza padrona ha dichiarato guerra ai loro diritti

Hanno tra i 16 e i 25 anni e non sono ancora andati via dall’Italia. Li abbiamo visti spalare il fango a Genova. Stanno riempiendo le piazze da mesi e ieri hanno invaso le strade dello sciopero sociale. Magari non sono il 40% ma faranno parte dell’altro 60. Vivono adolescenza e giovinezza nella peggiore crisi economica e sociale dal Dopoguerra. Non hanno partiti, non hanno un sindacato e la razza padrona ha dichiarato guerra ai loro diritti. Questa è la generazione che spiazza tutti, smentisce luoghi comuni e ha già rottamato Matteo Renzi

[…]

È vecchio, infatti, il giochino di messa in discussione dello sciopero da parte dei “grandi elettori” confindustriali. Ed ecco che ieri da Milano a Napoli va in scena lo “sciopero sociale”. È vecchia e stantia la retorica dei doppi estremismi ed ecco vederli scendere senza vessilli di gruppo o appartenenza.  È altrettanto vecchio lo schema che li descrive fannulloni perché con l’ingresso all’università girano continuamente lavoretti sottopagati e decine di finti stage che mascherano il nuovo sistema di sfruttamento.

Li hanno definiti edonisti e individualisti, eppure erano i primi in Liguria ad aver preso una pala per togliere il fango caduto per mano della speculazione. La verità è che chi vuole raccontarli ci sta capendo ben poco. Vivono i cortei con una grande gioia e non cantano bandiera rossa ma ballano su note postmoderne .  A Napoli i ragazzi del Vico hanno impedito il fermo di due studenti 16enni sedendosi tutti intorno alla volante, pacificamente. Affrontano a mani nude e senza più nemmeno i caschi protettivi i plotoni antisommossa e si prendono le botte come a dire: “non è nulla rispetto al futuro che ci state consegnando”.  Infine, subiscono quotidianamente provocazioni, attacchi e offese da politici violenti e razzisti come Salvini, da docenti universitari molto affini ai salotti del potere e da facce leopoldine che imperversano nei talk show.

Nonostante questo scenario hanno invaso le piazze delle città nella giornata di ieri. Hanno spiazzato chi dice di sapere cosa vogliono.  Vale la pena, invece, ascoltarli e raccontare i loro pensieri per non restare sorpresi: come in quello scatto gioioso e repentino per occupare la tangenziale di Napoli. No, non è il nuovo ’68 ma è il 2014. Sono occhi, voci e corpi che reclamano un futuro  e che hanno già fatto capire una cosa: solo dopo pochi mesi Renzi non c’entra nulla con le nuove generazioni, questo premier è già da rottamare.

 

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Caro Fidel. Lettera di un anonimo napoletano

 

Ricevo e pubblico

 

Caro Fidel, sono uno sconosciuto napoletano e scrivo questa lettera che mai leggerai.  Tra poco a Santiago de Cuba sarà il giorno dell’ultimo saluto prima che le tue ceneri saranno nel grande cimitero monumentale.

Quando sei morto molti miei concittadini, italiani e occidentali, hanno festeggiato.  Per loro sei un dittatore e un tiranno, alcuni a Miami hanno fatto festa. Anche nel mio Paese alcuni hanno festeggiato. Secondo queste persone tu hai violato tanti diritti umani in questi 50 anni. Dicono che nel tuo Paese non c’è la libertà di espressione, la libertà di stampa, il diritto al dissenso politico e quelli dei gay non sono garantiti.

Sono tutte cose che nel corso di questo secolo e mezzo sono accadute sull’isola. Eppure io mi sono interrogato su un aspetto:  ma chi ti accusa sa cosa succede nel mio Paese? Ti faccio alcuni esempi.

Libertà di stampa. Qui in Italia, a Pavia, è esplosa una raffineria due giorni fa: un incendio spaventoso, visibile a decine di chilometri di distanza. Eppure sui giornali non solo non ha avuto la giusta visibilità ma circolava la versione dell’azienda coinvolta, l’Eni, e quella della sua presidente Emma Marcegaglia, ex capo di Confidustria: già oggi non se ne parla più.

Libertà di espressione. Per mesi nella mia città c’è stata una campagna in difesa di tre operai licenziati dalla Fiat per aver fatto uno striscione satirico. Avevano messo il capo dell’azienda, il potente Sergio Marchionne, come un manichino suicida: volevano ricordare i tanti operai che si sono tolti la vita o hanno provato a farlo dopo una lettera di cassa integrazione. Alla fine il giudice gli ha dato ragione e l’azienda deve reintegrarli, ma al momento non li fanno ancora andare a lavorare e non vogliono che rimettano il piede in fabbrica.

Diritto al dissenso politico. In Piemonte da 20 anni c’è la lotta contro la realizzazione della linea ferroviaria Alta velocità Torino-Lione. Una delle attivista, Nicoletta Dosio di 70 anni, sconta arresti domiciliari ed hanno chiesto altri 6 mesi di reclusione per il suo dissenso politico.

Diritti gay. Solo qualche mese fa nel mio Paese è stata approvata una prima legislazione che riconosce le coppie omosessuali. Però nel mio Paese continuano forme di discriminazione e, spesso, di violenza contro le persone Lgbt.

E potrei continuare che non basterebbero 100 blog.

Insomma, caro Fidel io non ho capito perché i miei concittadini si sentano così superiori in tema di libertàe  diritti. E poi sulla democrazia qui si sta votando un referendum che vuole modificare pericolosamente la Costituzione: una Carta che mai è stata applicata ma sarebbe la causa di tutti i mali.

I nostri mali sono povertà minorile (30%), disoccupazione (13%) e quella giovanile (50%), il Sud come area più depressa d’Europa, l’invecchiamento e la fuga delle nuove generazioni, un Paese che non fa più figli.

Eppure ad alcuni non interessa sapere che a Cuba, invece, per i bambini istruzione e salute sono gratis; che quando arriva un Uragano non finisce in un disastro umano come Haiti; che a due passi da Messico e Colombia il Paese non è in mano ai narcotrafficanti; che la povertà è figlia di un embargo durato mezzo secolo e a cui quel popolo ha resistito senza rovesciare il governo rivoluzionario; che in quella piccola isola è nata e sopravvissuta la rivoluzione all’economia di capitale di fronte al gigante yankee.

Però Fidel, poi ci sono anche quelli come noi che hanno studiato la studiato la Storia e la sua complessità . Hanno visto Cuba con i propri occhi e hanno provato a capire le contraddizioni. Hanno visto (e lottato) le ingiustizie nel proprio Paese e mai combattute da tuoi detrattori.  Ci sono quelli che si sono letti e riletti la tua intervista a Gianni Minà. Ci sono quelli che solo vedendoti con il nostro amato Diego Maradona sanno da che parte stare.

Ci sono quelli che faranno un murales nella loro città mentre sarai seppellito. O quelli che faranno vedere il film di Oliver Stone su di te. Perché nel mio Paese e in Occidente ci sono pure quelli che hanno compreso la tua frase: “Nessun vero rivoluzionario muore invano”.

Hasta siempre Comandante

Antonio Barracano da Napoli

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NEWS DEL GIORNO / Napoli, ancora un’aggressione omofoba

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Cosa succede in città? Provo una nuova rubrica, utilizzando il mio blog. A Napoli accadono tante cose ogni giorno, alcune restano meno note nella scala delle priorità. Eppure ci sono fatti che riguardano la vita delle persone. Con la mia personale News del giorno proverò a dare spazio a queste notizie: per le segnalazioni trovate la mia mail cliccando “su di me”

 

Aggressioni omofobe e transfobiche si stanno ripetendo nel quartiere Fuorigrotta a Napoli da un po’ di tempo. È lo stesso quartiere dove fu uccisa Piccola Ketty, la trans socia dell’associazione Transnapoli. L’episodio si è verificato domenica mattina in un bar di piazzale Tecchio, spesso ritrovo della comunità lgbt napoletana al termine delle serate in discoteca del sabato.

La vittima è Konstantin, un ragazzo di origini russe, che insieme ad un amico si apprestava a fare colazione proprio dopo una serata in disco e prima di fare ritorno a casa. La causa è stata un banale diverbio con la commessa del bar che è sfociata in una aggressione verbale della stessa barista che ha coinvolto alcuni avventori del locale invitandoli a “buttare fuori il ricchione”: a questo punto Konstantin è stato colpito al volto, al fianco e alle gambe.

I due amici sono poi fuggiti verso la cumana, facendo ritorno a casa. In un secondo momento Konstantin si è rivolto al Pronto Soccorso dove i medici hanno riscontrato contusioni, eritemi e un trauma psichico.

“Ancora un’aggressione omofoba e questa volta proprio nella piazza dove è partito l’ultimo pride napoletano – dichiara Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli – Un evento che conferma ancora una volta quanto ci sia da lavorare contro l’omo-transfobia in Italia: i pride non bastano come non è sufficiente la legge sulle Unioni civili. Chiediamo un’intervento immediate della Regione Campania affinché velocizzi il percorso di una legge regionale in attesa che arrivi quella nazionale che punisca efficacemente chi si macchia di crimini a sfondo omo-transfobico. Tutto questo avviene a pochi giorni dal TDoR e dalla Giornata contro la violenza sulle donne e sottolineiamo quanto la misoginia e la violenza di genere siano strettamente legate alle discriminazioni e violenze di stampo omo-transfobico”.

“Come Assessorato alle Pari Opportunità – dichiara l’assessora Daniela Villani – non siamo più disposti ad accettare simili atteggiamenti, condanniamo la persistente e inopportuna pratica di limitare la dignità umana e la persona ad un aspetto della propria vita che non è qualificante ma che resta una faccenda privata e soprattutto espressione della libertà inviolabile dei singoli”.

A seguito di quanto accaduto, è stata prevista un’iniziativa di solidarietà lanciata dall’Arcigay di Napoli, proprio a Fuorigrotta, sabato 03 dicembre alle ore 16.30 a Piazzale Tecchio.

“Mi auguro che questo appello possa riunire tutto il mondo LGBTQI – ha aggiunto Villani – e l’intera cittadinanza, in un’unica e ferma mobilitazione per la tutela delle vittime dell’omo-transfobia e per condannare chi ne fa strumento di potere e paura”.

 

 

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News del giorno / Fermate Bolkestein

 

 

Cosa succede in città? Provo una nuova rubrica, utilizzando il mio blog. A Napoli accadono tante cose ogni giorno, alcune restano meno note nella scala delle priorità. Eppure ci sono fatti che riguardano la vita delle persone. Con la mia personale News del giorno proverò a dare spazio a queste notizie: per le segnalazioni trovate la mia mail cliccando “su di me”

Global e Glocal si incontrano e si scontrano. E così il mercatino rionale si ribella a una Direttiva europea con ambulanti e lavoratori che scendono in piazza.

Questa mattina centinaia di ambulanti e lavoratori dei mercati napoletani, in particolare dal Vomero (Antignano) e Fuorigrotta, sono scesi in piazza nella giornata nazionale contro la legge di recepimento della direttiva Bolkenstein, famigerata per la sua impostazione ultraliberista del mercato del lavoro che calpesta qualunque clausola di salvaguardia sociale e che ha incontrato resistenze e proteste ovunque [per sapere di più sulla direttiva clicca su questo link]

Per quanto riguarda i mercatini in particolare la direttiva prevede la possibilità di rimettere sistematicamente a bando gli spazi già assegnati anche in concorrenza con società per azioni e multinazionali (rispetto ai cui sistemi di distribuzione i mercatini sono spesso l’ultima frontiera di resistenza) e rispetto alla cui forza economica ovviamente gli ambulanti e artigiani dei mercati non potrebbero competere.

La manifestazione si è diretta lungo il corso Umberto fino alla sede della Prefettura in piazza del Plebiscito. In corteo anche alcuni ambulanti immigrati.  Annunciate nuove mobilitazioni se la direttiva non verrà rigettata.

 

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Le “stese” e il degrado di Chiaia: come raccontare Napoli

 

 

A Napoli ogni giorno una “stesa”. Ai Quartieri spagnoli si trovano bossoli a terra quotidianamente. L’ultima in ordine di tempo questa notte, poco distante dall’ospedale Vecchio Pellegrini. Questo avviene in una città che è invasa dai turisti del periodo natalizio e che sta dibattendo e spaccandosi sull’installazione di “N’Albero”: la struttura di 40 metri sul lungomare liberato.

È difficile raccontare Napoli in questo momento. Se prendi un pezzo te ne sfuggono altri 10. I meccanismi criminali, pericolosi e privi di scrupoli, stanno diventando un nuovo arredo urbano: proiettili sull’asfalto e sui balconi. Eppure è insufficiente e riduttiva la narrazione con nuovi brand editoriali come la “paranza dei bambini”, soprattutto se sono frutto di un’invenzione narrativa scritta in un altro Paese, mentre si è stati appena condannati per plagio (Condanna definitiva di appello per il romanzo Gomorra).

Occorre inquadrare, innanzitutto, il contesto. Sullo sfondo ci sono i dati della situazione economica e sociale, quelli della Svimez e del Rapporto Save The Children che ci raccontano di un Sud, Napoli in testa, ridotto all’area più depressa d’Europa.

Chi ci prova

C’è chi ci sta provando a mettere in primo piano la condizione di vita nei rioni popolari. Il 16 dicembre ci sarà una nuova manifestazione di UnPopoloInCammino: “Allo sfruttamento del territorio imposto dalle ecomafie, alla camorra che cerca di spartirsi i nostri quartieri, e chiediamo con forza risposte sociali perché le mafie si sconfiggono soprattutto con il lavoro e con la scuola.

Il 16dicembre saremo in piazza a Napoli per una grande manifestazione contro le camorre e per la giustizia sociale. Invitiamo tutti i cittadini, tutte le realtà organizzate a partecipare a una manifestazione che ha valore non solo locale ma nazionale: le camorre sono un problema di tutto il paese, non solo di Napoli e del Sud. Vogliamo risposte vere, strutturali: non ce ne facciamo nulla dei militari o di pochi spiccioli per qualche intervento a pioggia. Bisogna dare lavoro ai giovani di Napoli. Bisogna garantire a tutte e tutti il pieno diritto allo studio. Dalle scuole e dal lavoro parte il riscatto di Napoli e del Sud”.

Il degrado della Napoli “Bene”

È un tessuto sociale e umano che va ricostruito. I problemi non possono gravare sulle spalle di chi si impegna ogni giorno. Manca una responsabilizzazione collettiva, a partire dalla cosiddetta “Napoli bene” o addirittura dai principali organi di stampa. Di fronte al suicidio di un giovane migrante nella villa comunale la notizia è diventata “il degrado della villa comunale” (senza considera le questioni di ordine deontologico in questi casi). Siamo di fronte a una forma di disumanità che incrosta tutto il corpo cittadino. Questa è la stessa parte della città che chiede il coprifuoco e i militari per difendere i propri figli dopo le risse nella zona dei baretti di Chiaia. Non entra nel dibattito, invece, la questione minorile e le politiche di inclusione per le future generazioni: la Napoli dei bambini mai nata.

Occorre entrare dentro questa città e farla parlare. Magari ci dirà cosa che non vorremmo sentire, ma sarà la verità e non un banale copia-incolla.

(Si ringrazia Roberta Basile/Kontrolab per le foto)

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Barelle, insetti, caos: ecco l’Ortopedia del Loreto Mare

 

Pazienti sulle barelle in corsia. Insetti sui letti, stanze vuote, abbandono. Il reparto di Ortopedia dell’ospedale Loreto Mare alla stregua di un lazzaretto. È quanto denuncia Francesco Maranta, portavoce del Forum Diritti e Salute, dopo aver effettuato una visita nel nosocomio napoletano effettuata il 2 novembre. E soprattutto è ciò che mostrano le foto scattate nella mattinata di ieri:  “Ci sono donne avanti con gli anni – spiega indignato Maranta – quasi tutte con fratture femorali, ma sono nel reparto ortopedia maschile. Oggi qui si tocca con la sofferenza offesa dei malati, la dignità vilipesa di donne e uomini già colpiti nell’integrità fisica la concreta iniquità dei tagli alla spesa sanitaria, il cinismo dei governi nazionale e regionale. La compressione dei costi delle prestazioni, il taglio netto del personale hanno prodotto stanze vuote e barelle nei corridoi. Così si e’ conclusa la campagna del presidente De Luca per rimuovere tale fenomeno?”.

E poi aggiunge: “Un presidente che taglia i servizi alle persone sofferenti ma trova tre milioni per le luci natalizie di Salerno. E’  insopportabile vedere donne anziane, assistite forzatamente dai familiari, doversi lavare, fare i bisogni in un corridoio affollato. Il Loreto mare si presenta come un lazzaretto stipato di corpi dolenti distesi su materassi infestati da insetti. C’è bisogno di riaprirla in grande stile la vertenza storica della sanità a Napoli e in Campania. Il sindacalismo di base, i movimenti, la sinistra di opposizione, l’associazionismo devono schierare in campo i lavoratori del settore, umiliato nelle loro professionalità, i proletari che non possono rivolgersi alla Sanità privata per sanare gli abusi, le ruberie, o tagli selvaggi; per riconquistare la prevenzione, le cure gratuite, il presidio territoriale per tutela della salute e la medicina del lavoro. D’altronde e’ quello che chiede il popolo impegnato in una strenua lotta per la difesa del S.Gennaro. Ma bisogna estenderla a tutta la città e a tutta la Regione”.

Questa denuncia arriva proprio in un momento teso per la sanità campana. La vertenza del San Gennaro ha toccato, forse, un punto di svolta nell’incontro tenuto ieri a Santa Lucia. E ci sono volute occupazioni, blocchi stradali e cortei solo per essere ascoltati dallo “Sceriffo” De Luca. “L’Ospedale ormai non esiste più – ha dichiarato il presidente della Terza Municipalità Ivo Poggiani – il San Gennaro non ha più i dettami e i requisiti per essere classificato come struttura ospedaliera. Oltre al polo di riabilitazione territoriale che verrà impianto (il primo nella città di Napoli), De Luca ha promesso il primo soccorso, la figura della rianimazione 24h e una piccola chirurgia accanto ai poliambulatori”.

Ospedali che chiudono, tagli ai posti letto, reparti come lazzaretti. Al Loreto Mare arriva una fotografia disarmante che continua da governatore a governatore, passando per il commissariamento. Nell’inferno della sanità campana possono accedere a cure dignitose e al diritto alla salute, ormai, solo chi ha i soldi per pagare interventi privati.

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Le 4 giornate di Napoli (Est)

 

ex-vetreria

 

Napoli, prima città europea insorta contro l’occupante nazista. Le 4 giornate che, tra il 28 settembre e il I ottobre 1943 (ma già dal 27 e dai giorni precedenti con focolai di rivolta), liberarono il capoluogo campano sono storia celebrata e ricordata da libri, foto e celebri film. Eppure nel solco della memoria c’è qualcuno che scava e trova nuove storie. Uno di questi è Enzo Morreale, animatore del Comitato civico di San Giovanni a Teduccio, che ha recuperato le informazioni sull’eccidio della “Vetreria Riccardi” a San Giovanni a Teduccio:

“Il 29 settembre 1943 – scrive Morreale – nella ‘Vetreria Ricciardi’ di Via Ferrante Imparato i Tedeschi apparecchiarono un ‘campo di concentramento’ nel quale si perpetrò una feroce rappresaglia contro cittadini inermi. Le fonti ufficiali dichiararono trenta morti. Ma tuttora non si sa con certezza quante furono effettivamente le vittime. La ricerca di G. Mancini, A. D’Angelo, L. Verolino, pubblicata nel volume “Guerra di periferia … stragi dimenticate nell’area orientale di Napoli 1940-1943”, documenta che le vittime dovettero essere ben oltre quelle citate. Nel luogo dell’eccidio non c’è nulla che ricordi quell’avvenimento così cruento: nessun riferimento nella toponomastica, nessuna lapide in memoria delle vittime, nelle ricorrenze non è mai avvenuta la posa di corone di alloro per la commemorazione di quelle che furono vittime del nazifascismo.

La rappresaglia dei nazisti, spalleggiati dai fascisti locali, fu causata dall’epilogo della lotta di liberazione dal nazifascismo che in quelle ore si dispiegava nel nostro paese e nel mondo intero. Aldo De Jaco dedicò un paragrafo della sua opera monumentale “le quattro giornate di Napoli” agli avvenimenti che riguardarono l’area Orientale di Napoli. De Jaco ricostruisce la storica avversione verso il fascismo delle popolazioni locali, non solo nella sua fase conclusiva, che ebbe il suo epicentro a Ponticelli, a cui per il valore dimostrato dovrebbero essere riconosciuti tutti gli onori previsti, dove la popolazione ingaggiò uno scontro durissimo contro i Tedeschi intenti a depredare, a distruggere le fabbriche, ad organizzare le deportazioni e a macchiarsi dei crimini più odiosi ed inverecondi. Non conosciamo il motivo per cui i Tedeschi scelsero come ‘campo di concentramento’ la ex ‘Vetreria Ricciardi’. Dal punto di visto logistico si può dedurre che la scelta dei nazisti, per le analogie, appare tragicamente chiara. Ancora oggi davanti al sito appare un binario ferroviario oramai inutilizzato che si connetteva alla rete e che entrava in quella che dovette essere l’area retrostante dell’opificio. Il binario riconduce la mia memoria alla storia tragica dell’Europa innanzitutto a quella del ‘900, delle due guerre mondiali e del genocidio”.

L’iniziativa del 2 ottobre

Per ricordare questo eccidio e quella resistenza il 2 ottobre in via Ferrante Imparato si terrà un’iniziativa che vede mobilitati i comitati di Napoli Est (Comitato Civico S. Giovanni a Teduccio, Rete Napoli Orientale, , La Barra, Porchiano Bene Comune, Napoli Est Brucia, Secondo Tempo, Voce nel Deserto, Sala Teatro Ichos, Napoli Libera.), l’Anpi e il Comune di Napoli. È prevista la performance dell’artista Giuseppe Zinno e le letture dei brani dei testi di A. De Jaco “le quattro giornate di Napoli” e di G. Mancini, A. D’Angelo, L. Verolino, “Guerra di periferia….stragi dimenticate nell’area orientale di Napoli 1940- 1943”

La memoria di quei fatti riconduce a moderne resistenze che in questa periferia sono portate avanti proprio da questi comitati: la difesa dell’ambiente e della salute di fronte al disastro ambientale che vede la Q8 sotto inchiesta per smaltimento illecito dei rifiuti, la cui sede è a pochi metri proprio dalla ex “Vetreria Riccardi”.

Nuove resistenze

E sempre in quei giorni nell’area orientale, a Ponticelli, un’altra moderna resistenza vedrà una nuova iniziativa. Venerdì 30 e sabato 1 ottobre i ragazzi del Lotto O saranno al Campo Sportivo Ciro Colonna, per proseguire  l’impegno in memoria di Ciro, vittima innocente della camorra: “finiremo di sistemare l’aiuola con il Ginkgo e il Melograno di Ciro, monteremo lo steccato che sarà dipinto dai bambini del Lotto O e dedicheremo a Ciro uno striscione col suo meraviglioso sorriso”.

La memoria delle vittime della violenza nazifascista possono unire il presente di un’area della città da troppo dimenticata: ci sono nuove quotidiane resistenze che hanno bisogno di sostegno e della partecipazione di tutti.

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La piazza dei ribelli e i ribelli senza piazza: quale posta in gioco?

scontri

Foto Riccardo Siano durante scontri davanti al San Carlo di Napoli

Inizia l’autunno. Se sarà caldo lo vedremo nei prossimi giorni ma settembre sta già delineando le temperature. La notizia di oggi arriva da Piacenza dove un operaio è stato ucciso mentre faceva un picchetto fuori la sua azienda: investito da un tir che i lavoratori stavano bloccando. Poi c’è il fronte ambiente e territorio con la manifestazione del 23 settembre a Roma per Bagnoli mentre domani a Chiaiano si scende ancora in piazza contro la possibile riapertura della discarica.

In questo scenario le premesse hanno come risposta la repressione. Lo scorso lunedì abbiamo assistito alle cariche a freddo della polizia contro i ragazzi e i comitati campani che volevano contestare Renzi. Manganellate, minacce e l’atteggiamento di dirigenti della Questura al limite della provocazione (“Ti sparo in testa”, la frase rivolta a un attivista di Bagnoli non smentita dalla questura). A pronunciare questa frase sarebbe stato il vicequestore Fiorolli contro cui c’è una petizione on line per chiederne la rimozione.

Ci sono analisi più profonde da fare in questo contesto, soprattutto a Napoli dove c’è un’Amministrazione comunale che ama definirsi rivoluzionaria e che fa emergere alcune contraddizioni. A delineare un riflessione sono due dirigenti politici “antagonisti” di grande esperienza come Francesco Maranta e Vincenzo Gagliano

“La forma e il senso della democrazia, il controllo dei centri economici e finanziari, il ridisegno di grandi aree metropolitane, il ruolo del lavoro e delle sue rappresentanze. E’ questo, sommariamente espresso, il contenuto dello scontro nello scenario politico sociale dell’autunno italiano. Se è così, e c’è ben altro, non ci si può affidare alle generose iniziative di conflitto aperte dai movimenti a Napoli e nel paese”. Così comincia un lungo post su facebook in cui si mettono a confronto due foto: quella della grande manifestazione napoletana contro la repressione degli anni ’80 e quella dei giovani picchiati davanti al teatro.

“Il film delle violenze esercitate dalla polizia lunedì sera nei pressi del san Carlo contro giovani e persone che manifestavano a mani nude – continuano Maranta e Gagliano – mostra da un lato le intenzioni incendiarie e repressive di un governo in difficoltà e dall’altro l’inadeguatezza del fronte di resistenza democratica e sociale. Mentre l’avanguardia giovane e generosa del popolo napoletano era lì a dire no alla regressione autoritaria delle riforme costituzionali, alla compressione salariale e delle condizioni sociali di grandi masse, il sindacato era impegnato in una trattativa che affida ad un prestito che grave sui bilanci familiari la possibilità di fuoriuscita dall’orrore della riforma pensionistica Fornero. Né si fa sentire la presenza organizzata delle formazioni politiche che si definiscono antagoniste. Il Sindaco pur schierandosi apertamente, ed è un bene, si limita a portare avanti una personale polemica politico programmatica con il Premier”.

In effetti c’è da porsi qualche domanda. Ad aprile come l’altra sera, dove stavano i dirigenti (non i consiglieri comunali, ma dirigenti e iscritti proprio, ndr) di Dema? Perché non sono mai davanti a quegli striscioni insieme a quei ragazzi nel nome della città ribelle? Questa assenza ricorda un fare bertinottiano del periodo no global: disobbediente nella retorica, assente nelle responsabilità.

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Operaio investito a Piacenza da un tir durante il picchetto

E se lo chiedono anche Maranta e Gagliano:“Non è difficile capire che Renzi e il suo governo intendono destabilizzare la fase per imporre un Si d’ordine pubblico ed economico, come dimostrano le dichiarazione dell’ambasciatore americano, vogliono avviare un largo intervento urbanistico, profittando delle politiche post terremoto, standardizzare la precarietà salariale e normativa del lavoro, dare un ulteriore colpo alle attese operaie, dei dipendenti pubblici, degli insegnanti su contratti, diritti e pensioni. C’è bisogno di un largo schieramento unitario. A Napoli Dema, il sindacato, i partiti antagonisti (dove sono i 5stelle?) organizzino una immediata risposta di programma e di lotta all’aggressione di lunedì sera per far vincere il NO, per determinare democraticamente gli assetti territoriali urbanistici e produttivi delle periferie, per sostenere la stagione dei contratti, per cancellare la regressione della legislazione sociale, a cominciare dal regime pensionistico, dalle tutele del lavoro, da un reale diritto alla salute e allo studio, per difendere il diritto a manifestare democraticamente”.

Insomma, qui si rischia un film già visto: piazze con i ribelli e i ribelli che non vanno in piazza. Ma la posta in gioco è troppo alta per assistere a una nuova replica del 2001.

 

 

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