Mesi per esami e interventi, medici precari: il caso dell’Istituto Pascale

pascale

foto della Guardia di Finanza dopo gli arresti del marzo scorso

 

Tre mesi per un ricovero in chirurgia. Dai 2 ai 3 mesi le chemioterapie. Un anno per mammografia ed ecografie. Sono questi i tempi di attesa per l’Istituto oncologico Pascale di Napoli, come denuncia il Forum Diritti e Salute. Si tratta di tempi biblici per patologie tumorali che, spesso, hanno sulla velocità della diagnosi e della cura la possibilità di curarli. Una situazione drammatica se pensiamo che l’Ente sanitario si trova in quella Campania che vive il dramma dell’incremento delle patologie nelle zone della “terra dei fuochi”, tra le province di Napoli e Caserta. A fare da contraltare alle liste di attesa, però, è l’aumento dell’attività di intramoenia.

Ma non finisce qui. Le questioni aperte riguardano la stessa organizzazione di un Istituto di eccellenza nazionale. Attraverso la mobilità sono trasferiti profili medici che non hanno quei profili nella tradizione della ricerca biomedica. E sempre per quello che riguarda il lavoro aumentano gli specialisti con contratti precari. Sono decine i ricercatori a collaborazione ma anche i dirigenti medici che hanno vinto regolare avviso pubblico.

“Non sono più tollerabili situazioni in cui i cittadini siano costretti ad attendere mesi mentre altri possano scavalcarli, pagando, per essere operati nella stessa struttura pubblica”. Così dichiarò il presidente della Regione Vincenzo De Luca in una riunione con i direttori generali delle Aziende Sanitarie e delle Aziende ospedaliere  lo scorso 5 settembre. Eppure nulla, a distanza di due mesi, sembra essere cambiato mentre lo scorso marzo, a seguito della bufera giudiziaria che ha coinvolto l’Istituto sulle forniture portando a sette arresti, dichiarò: “negli ultimi mesi abbiamo ottenuto risultati straordinari per quanto riguarda la riduzione delle liste d’attesa e sotto il profilo delle cure ai malati”.

“Mentre nei viali dell’Istituto Pascale si sistemano le luci natalizie – afferma Francesco Maranta, portavoce del Forum Diritti e Salute – si spengono le luci sul dolore delle persone malate, sulle preoccupazioni dei medici, dei paramedici e degli impiegati. Circa 200 persone che ogni anno vedono il loro lavoro continuare con contratti precari a cui è rimasta solo la speranza di poter restare lì a pieno titolo, speranza che ogni giorno si consuma nell’incertezza”.

Maranta fa poi riferimento alle assunzioni di nuovi medici che pongono una serie di interrogativi: “sono medici bravi nel loro campo ma un istituto oncologico ha bisogno di specialisti oncologici e questo non sta avvenendo. La situazione è molto grave e quello che risalta agli occhi è vedere come si allunghino le liste di attesa da una parte e aumenta l’attività di intramoenia dall’altra. Eppure la Legge Bindi che regolamenta intramoenia parla chiaro: dove ci sono liste di attesa l’attività di intramoenia non si può fare”.

Poi Maranta conclude su Palazzo Santa Lucia: “la Regione è troppo distratta con questo presidente sta creando un vuoto e un’assenza incolmabile sulla sanità: tagli ai posti letto, pulizia negli ospedali, abusi. Per il Pascale la nomina del manager è anche materia ministeriale ma l’attuale ministro sembra avere altro a cui pensare rispetto ai diritti fondamentali alla salute e alla cura”

 

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Fenomenologia del Masaniello d’Italia: il libro di Giacomo Russo Spena

piatto cover

 

“Contro Renzi. Contro Salvini. Contro Grillo. E anche contro una certa sinistra inadeguata ad affrontare le complessità dei nostri giorni. Luigi de Magistris è contro tutto e tutti. Fuori dagli schemi classici”. Inizia così il libro “Demacrazia” (Fandango libri, 2017) del giornalista Giacomo Russo Spena che, con competenza e passione, da anni segue e studia i fenomeni politici, soprattutto a sinistra.

Quello di Russo Spena è un viaggio sulla fenomenologia del “Masaniello d’Italia” che da sindaco di Napoli aspira al governo del Paese presentandosi come outsider tra Pd e 5 Stelle. Il libro, partendo dallo scontro frontale con i due Matteo (Salvini e Renzi), percorre le tappe degli ultimi anni: dall’iniziazione “grillina” al “abbiamo scassato” del 2011 fino ai giorni nostri. Un racconto tutto politico si snoda nei diversi giri che l’ex pm, spesso in maniera confusa e improvvisata, si è dato come riferimento: Movimento Arancione, Tsipras, Podemos e il Diem25 di Varoufakis.

Dai centri sociali all’antimafia, dal ribellismo al “bilancio sanato” il primo cittadino ha costruito una comunicazione che ha identificato una città in un movimento politico: “Ci vogliono annientare ma, se prevaliamo, dovranno constatare la sconfitta definitiva non solo di un sistema politico, ma anche delle politiche liberiste. De Magistris è pronto alla battaglia”. La Napoli identitaria e sola contro tutti che nasconde una serie di vuoti, insidie e contraddizioni.

Nel testo si incrociano anche le criticità ma sarebbe necessario un secondo tomo. Il progetto Dema e la sua inconsistenza elettorale alle ultime amministrative da una parte, la crisi urbana e sociale dall’altra. Le periferie abbandonate, la questione rom, il turismo di massa che fomenta lavoro nero e cambia volto al centro storico sul diritto alla casa, i problemi relativi a infanzia e il fallimento sul trasporto pubblico pongono già dei paletti sui limiti del de Magistris “governante”.

Un libro, insomma, che si ferma alla fenomenologia politica del Masaniello d’Italia. Un libro da leggere per poi dover raccontare il bilancio dell’esperienza amministrativa di 10 anni nella città più complicata d’Italia.

 

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Furto da 10mila euro per The Est Side: il marchio creato dai ragazzi di San Giovanni

Un furto di panni e scarpe, 10mila euro di danni. Questo il brutto risveglio per i ragazzi di The Est Side, un marchio “made San Giovanni a Teduccio” che però parte dall’impegno sociale sul territorio.

Antonio e Giuseppe Salvo hanno animato iniziative di recupero ambientale pulendo gli arenili abbandonati, organizzando serate di aggregazione musicale sulle spiagge del quartiere e sono stati tra i promotori della colletta per il murales del Maradona di Jorit sulla facciata del Bronx. Poi è arrivato il marchio due anni e lo store aperto solo un anno fa sul corso San Giovanni.

“Proviamo a impegnarci per il quartiere anche ideando un marchio per creare lavoro ed economia. E questa è la risposta. Questa mattina ci siamo svegliati così”.

Urge la risposta solidale del quartiere verso questi ragazzi. Nel giorno dei dati Svimez sulle condizioni drammatiche del Sud non si può lasciare soli chi resta e prova a fare impresa onestamente.

 

 

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Lavoro: le guide turistiche denunciano “Napoli Sotterranea”

napoli-sotterranea

Foto Ex Opg Je so pazzo

Le guide turistiche denunciano “Napoli Sotterranea”. La Onlus rappresenta uno dei siti archeologici più famosi e visitati con oltre 100mila turisti l’anno nel cuore del centro storico della città. L’accusa è stata messa nero su bianco e inviata oggi dai legali dello sportello Camera Popolare del Lavoro di Ex Opg “Je So Pazzo”. Alle lettere degli avvocati, Ex Opg allega anche una video-inchiesta in cui parlano le stesse guide e raccontano le loro condizioni di lavoro. I legali “procedono” verso la Onlus e “chiedono i mancati pagamenti per festivi, ferie, straordinario, supplementi e Trattamento di fine rapporto”.

“I lavoratori e le lavoratrici di Napoli sotterranea che si sono rivolti allo sportello legale della Camera popolare del lavoro hanno denunciato la loro condizione – dichiarano gli attivisti di Ex Opg – nessun contratto, paghe bassissime, niente contributi né assicurazione”.

Dall’inchiesta emerge che i lavoratori figurano come volontari della Onlus che fa capo a Enzo Albertini. Eppure, secondo gli attivisti, “per entrare a Napoli Sotterranea si paga un ticket di 10 euro”. Quindi il primo passo è stato quello di trasformare la denuncia in una rivendicazione formale: sono state già avviate le pratiche legali per ottenere il riconoscimento di quanto dovuto ai lavoratori”.

Questa situazione rischia di diventare la punta di un iceberg del settore turistico a Napoli: “Napoli Sotterranea è solo uno dei tantissimi esempi di esercizi turistici e commerciali che sfruttano lavoro nero e manodopera a basso costo – aggiungono da Ex Opg – sappiamo che il cosiddetto ‘boom turistico’, di cui la città di Napoli è protagonista, nasconde spesso condizioni di lavoro molto al di sotto degli standard di tutela prescritti dalla legge; sappiamo che i vantaggi economici dell’ondata di visitatori a Napoli sono privilegio di pochi, proprietari di hotel, ristoranti, luoghi di attrazione e non certo di coloro che vi lavorano, senza contratto, senza orario, e per pochi soldi. Proprio a partire da questa convinzione abbiamo avviato un percorso di rivendicazione giuridica e, al contempo, di mobilitazione contro lo sfruttamento del lavoro nero e grigio”.

Avviato l’iter legale la Onlus Napoli Sotterranea avrà tempi e modi per difendersi dalle accuse e dimostrare il contrario. Intanto la città del turismo di massa deve iniziare a riflettere sulle conseguenze urbane e sociali che investono il centro storico da quella che tanti definiscono “gentrification”

 

 

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SCUOLA: A S.GIORGIO 40 GENITORI E IL DIRITTO ALLA MENSA PER I “NON RESIDENTI”

MENSA

Immagine dal sito del comune di Grosseto

La discriminazione sulla base della residenza nella stessa città metropolitana. No, non riguarda migranti o profughi ma i bambini di una scuola dello stesso territorio provinciale. Succede in provincia di Napoli, a San Giorgio a Cremano che diede i natali al grande Massimo Troisi.

Quest’anno l’amministrazione comunale, con una delibera, ha innalzato il costo della mensa scolastica per i non residenti (famiglie che risiedono i quartieri o comuni limitrofi, ndr) quasi del doppio non dando la possibilità di scelta visto che l’aumento si applica anche a chi ha iniziato da più di un anno il ciclo scolastico. Le famiglie, inoltre, non possono neanche avere un prezzo agevolato portando il modello ISEE poiché non è preso in considerazione per i non residenti. Il costo è passato  da 2,48€ a 4,21€ solo per i non residenti. E qui sono partite le richieste di un gruppo di genitori al primo cittadino Giorgio Zinno.

Un altro fronte di mamme e papà si è rivolto al dirigente scolastico Guglielmo Rispoli del plesso Gianni Rodari :“In questo modo non si tiene conto delle difficoltà economiche, di chi ha più di un figlio nella stessa scuola né come dicevo dei diritti acquisiti di quei bambini che hanno iniziato un percorso didattico con un gruppo classe e che si vedono oggi discriminati e considerati scolari di serie B solo perché non residenti”.

“Dopo svariati tentativi siamo riusciti ad ottenere un incontro col dirigente scolastico che ha ricevuto l’11 Ottobre circa 40 genitori che gli hanno dato un comunicato in cui si sentono discriminati per la scelta tra residenti e non residenti. Dall’incontro è emersa da parte nostra una volontà a voler trovare soluzioni alternative, che potessero contemplare anche un uso misto del pasto.  Il dirigente ha dichiarato che ci avrebbe fatto sapere, che avrebbe parlato col sindaco e nel caso avrebbe trovato qualche forma alternativa.  Purtroppo non abbiamo avuto risposta ma solo una comunicazione ufficiale”.

Il 23 Ottobre è iniziato il tempo prolungato. Il gruppo di genitori ha mandato i figli a scuola con il pasto da casa con una lettera in cui sollevano la scuola da ogni responsabilità relativa al consumo del pasto domestico, alle modalità di conservazione e alla qualità degli alimenti introdotti a scuola. La situazione, però, ha comportato pressioni su alcune mamme chiamate a ritirare il proprio figlio: “ma noi come d’accordo abbiamo risposto che non saremmo potuti andare perché non potevamo e che il bambino non sarebbe rimasto digiuno perché provvisto di pasto”.

Gli stessi genitori hanno anche ricordato la nota del Miur e una comunicazione di una scuola italiana di un’altra regione dove si può scegliere cosa fare: “quindi significa che è possibile, la nostra idea è di lasciare i bambini a scuola anche se ci chiamano per doverli ritirare. Non siamo disposti a prendere i bambini a pranzo e farli rientrare dopo un’ora che è quello che ci è stato proposto”.  E oggi è stata fatta richiesta anche per un incontro al sindaco Zinno.

Insomma, tra discriminazioni di condominio tra residenti e non con questioni legate a battere cassa un solo invito: lasciate in pace i bambini e, soprattutto, non lasciateli a digiuno.

 

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LA DIREZIONE DELLE LOTTE SOCIALI: A COLLOQUIO CON GAGLIANO E MARANTA

gagliano maranta

La fase economia e il movimento operaio. Le lotte sociali e i nuovi movimenti che intendono prenderne la direzione in Italia e nell’Occidente. La storicizzazione di una sconfitta politica e sociale per le classi subalterne. Sono alcuni dei temi del colloquio con Francesco Maranta e Vincenzo Gagliano del Forum Diritti e Salute.

La sinistra storica, sindacale e politica, in affanno in Europa mentre avanzano destre xenofobe e populiste. Quali sono le cause?

Il processo di proletarizzazione della popolazione mondiale ha subito un netto incremento con l’entrata nel mercato capitalistico di aree del mondo, largamente escluse sino ai primi anni novanta del secolo scorso, quali la Cina, l’India, il Brasile, il sud Africa e con la conversione economica delle economie dell’area sovietica. Si tratta di miliardi di persone che sono state asservite nella dimensione della classe operaia. Fenomeno largamente previsto dall’analisi marxista circa l’andamento qualitativo e qualitativo del meccanismo di produzione del capitale. Tale fenomeno è andato realizzandosi di pari passo con il concentramento delle proprietà e delle funzioni del dominio borghese, che ha determinato un comando sovranazionale sull’economia e sulle politiche normative e salariali, sulle dislocazioni e l’organizzazione degli assetti produttivi.

C’è da chiedersi, dunque, per quale motivo l’ampliamento della base di massa dell’antagonismo di classe non abbia avuto una crescente capacità non solo rivoluzionaria, ma anche minimamente conflittuale nello scontro per le condizioni di vita e di lavoro, per la distribuzione dei poteri politici. E ancora, per quale ragione con una condizione di diffusione della classe operaia oltremodo più ristretta nel novecento sono venuti al comporsi e all’affermarsi di movimenti politico sindacali, che hanno mutato sostanzialmente il rapporto di forza tra padroni e operai, realizzato il sommovimento delle istituzioni monarchiche e regressive, imposto lo stato sociale, l’innalzamento dei redditi da lavoro, la rappresentanza politica nelle istituzioni.

Qual è la risposta?

La ragione sta nella qualità delle lotte, delle organizzazioni operaie e nella dimensione ristretta dell’area geografica ed economica dello scontro di classe. Tale conflitto ha riguardato, sostanzialmente, l’area dell’Europa occidentale e dal versante della classe operaia rappresentato e diretto dai partiti comunisti, sorti dalla potente vicenda della rivoluzione sovietica, e dal movimento sindacale e cooperativo a forte influenza politico religiosa. Lo scontro non è stato a debole intensità, basti pensare che le motivazioni dell’affermarsi dei regimi fascisti e lo scoppio della seconda guerra mondiale sono da iscriversi nel tentativo di soffocare il tentativo sovietico e di far arretrare i capisaldi che il movimento sindacale e socialdemocratico aveva costituito nei maggiori paesi capitalistici.

Il corso di queste lotte in occidente però, costate un duro contributo di sangue e di sofferenze per lavoratrici e lavoratori,  ha avuto ed ha ancora oggi, anche se con minore intensità conflittuale, un ristretto orizzonte di redistribuzione della ricchezza, che si badi bene ha raccolto anche grandi risultati quali, una avanzata normativa del lavoro e della sicurezza, il superamento della soglia della mera sussistenza dei salari, una certa equiparazione tra i diritti tra i sessi, l’ampliamento dei diritti di associazione sindacale e politica, l’affermarsi nella società oltre che nei luoghi di lavoro della partecipazione alla politica e dei diritti sociali e assistenziali.

Ma il carattere redistributivo del conflitto ha dovuto accedere alla condizione che i benefici qualitativi e quantitativi fossero destinati ad una quota ristretta della popolazione mondiale e avessero come antefatto, ovviamente necessitato e non scelto ideologicamente, dello sfruttamento intensivo e di rapina delle aree delle materie prime del mondo escluso e dell’immiserimento dilagante delle popolazioni in Africa, in Asia e in America latina. L’epopea operaia del novecento ha largamente convissuto con le dominazioni coloniali, le guerre di invasione, la fame dilagante, la mortalità e lo sfruttamento infantile.

Poi sono arrivati gli anni ’80 fino alla nuova rivoluzione tecnologica.

La prova della giustezza interpretativa è data dall’arretramento netto delle condizione economiche e di potere della classe operaia di occidente e delle sue rappresentanze politico sindacali a partire dai primi anni ottanta del secolo scorso quando, i capitalisti hanno cominciato a redistribuire la produzione su vaste aree (la cosiddetta globalizzazione), includendo nei processi lavoratori a bassissimo reddito, a mutare il carattere organizzativo del ciclo con le nuove tecnologie, e le classi dirigenti hanno varato politiche regressive e di cancellazione dei diritti acquisiti in economia e nella struttura democratica.

La caduta dell’Unione sovietica ha fornito un ulteriore elemento di indebolimento del carattere conflittuale della sinistra politico sindacale, facendo venir meno l’esigenza di prevenzione in occidente della domanda rivoluzionaria. Il movimento sindacale, il comunismo occidentale ha affrontato questa fase come se si trattasse di combattere la solita vertenza interna ai luoghi di lavoro e alle sedi delle istituzioni. Le lotte non hanno raggiunto il terreno vero dello scontro, quello del potere di determinazione dei grandi flussi economici e proprietari. Non è stato in grado di allargare la base del movimento all’intero quadro dello scenario mondiale ma ha combattuto fabbrica per fabbrica, ufficio per ufficio. Ad Arese, a Pomigliano, nelle miniere inglesi, nelle scuole c’è stato un forte combattimento concluso con grandi sconfitte. Le classi dirigenti, le politiche del movimento operaio, frustrate dal predominio teorico e organizzativo del capitalismo sono state cooptate nella ancellare funzione del potere politico che in questi accompagna le decisioni del grande capitale.

In questo scenario, di fronte alla vostra esperienza di dirigenti sindacali e politici, da dove devono ripartire i movimenti anticapitalisti?

La determinazione prima che deve ispirare una nuova fase delle lotte anticapitaliste deve essere quella che non c’è più niente da redistribuire, non si può combattere il sottosalario dell’est europa, della Cina con il rinnovo dei contratti nazionali sempre determinati dalla volontà padronale (si veda la politica salariale e normativa della FCA), non si può difendere il posto di lavoro nell’industria che si delocalizza, nel pubblico impiego che si privatizza contrattando solo il reddito di cittadinanza, alzando una bandiera rossa sui luoghi di lavoro abbandonati.

C’è bisogno di ricostruire un movimento e una rappresentanza sovranazionale che tenda ad innalzare i diritti, i salari, le sicurezze, il potere del lavoro ovunque il capitalismo si diffonde per distruggere la dignità dell’uomo e l’ambiente. La volontà rivoluzionaria e di lotta delle grandi masse non è distrutta, basta guardare al sommovimento del popolo catalano per l’arretrato obiettivo dell’indipendenza. Bisogna fornire ideali antichi, la conquista del potere sulla propria vita delle donne e degli uomini che vengono ogni giorno umiliati nell’accesso al consumo, alla salute, all’istruzione, alla politica alta.

Oggi Napoli ha un’Amministrazione che si definisce “rivoluzionaria” e dialoga con le esperienze “ribelli” del Mediterraneo: da Varoufakis a Podemos. Cosa ne pensate di questo “modello”?

L’Amministrazione comunale di Napoli si è posta come punto di riferimento di un nuovo movimento mediterraneo “ribelle”. Il problema poi sta nella pratica. Se prendiamo, ad esempio, la vicenda ultima del fallimento dell’Azienda Napoletana Mobilità che arriva da lontano, fin dalla sua trasformazione in Spa con Bassolino sindaco e il placet della dirigenza di Rifondazione dell’epoca, si nota una forte contraddizione. Porre il ricatto dei licenziamenti di fronte allo spettro della privatizzazione, o meglio della vendita al privato di una società per azioni, non ha nulla di “rivoluzionario” per chi amministra. O si prendono decisioni che rompono con i patti di stabilità che fanno ricadere tutto sulle spalle dei lavoratori oppure si diventa amministratori che svolgono il mandato dentro le regole di compatibilità con le politiche neoliberiste.

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Appello dei 4 operai licenziati ex Hitachi

lucia

Quattro operai con le loro mogli sono in presidio permanente a Napoli da 20 giorni. Sono stati licenziati dalla società interinale Quanta all’interno dello stabilimento Hitachi di via Argine. Uno di loro ha una bimba con disabilità, ferma su una carrozzina. Un altro ha affrontato a Genova l’intervento della sua bimba per una tumore al cervello. La loro storia è esplosa il 10 luglio dopo un articolo che ha smosso l’attenzione mediatica e istituzionale. Sono state fatte alcune iniziative anche eclatanti, come salire sul tetto da parte di Lucia, una delle mogli.

Quello che hanno ottenuto è un tavolo in prefettura il I agosto ma non basta. Ecco il loro appello con cui spiegano i motivi e lanciano un presidio il 28 luglio davanti la sede del governo in piazza Plebiscito.

L’appello

“Siamo 4 operai alle dipendenze della società interinale Quanta in servizio presso lo stabilimento Hitachi di Via Argine a Napoli. Da un processo di ristrutturazione in atto ne residua che solo per noi 4 non c’è una ricollocazione. Tutti i nostri colleghi, 44 in totale, sono stati riassorbiti da Hitachi o collocati presso Leonardo-Finmeccanica. Evidentemente a causa delle nostre condizioni soggettive e familiari per l’azienda eravamo una zavorra da eliminare.  Non si tratta di aziende in crisi, tant’è che stanno avallando un nuovo piano di assunzioni, circa 240 lavoratori interinali. Forse anche il nostro vecchio contratto a tempo indeterminato era un problema per loro.

Da più di due settimane siamo in presidio giorno e notte all’ingresso della fabbrica. Uno di noi è rimasto incatenato ai cancelli per giorni, mentre una delle nostre mogli, in preda alla disperazione, è salita sul tetto minacciando il suicidio. Stiamo lottando per mantenere il nostro posto di lavoro e per garantire ancora una forma di sussistenza alle nostre famiglie. Abbiamo ricevuto la solidarietà di molte realtà associate e singoli, è stato redatto anche un appello per il nostro reintegro che in pochi giorni ha raccolto tante adesioni, tra cui quella del Sindaco di Napoli Luigi De Magistris.

Il primo agosto si terrà un vertice in Prefettura alla presenza delle aziende Quanta e Fata, mentre Hitachi ha comunicato al Prefetto di non essere disponibile, per il momento, a partecipare all’incontro. Noi chiediamo che siano presenti tutte le società coinvolte, poiché per diversi anni Hitachi si è avvalsa della nostra prestazione lavorativa, arrivando perfino a chiederci di firmare, all’atto della procedura di risoluzione contrattuale, un tombale “nulla a pretendere”.

Venerdì 28 luglio alle ore 10 torniamo in presidio alla prefettura di Napoli affinché le istituzioni locali e governative mantengano alta l’attenzione sulla nostra vicenda, chiederemo al Prefetto di essere ricevuti e consegneremo tutta la documentazione afferente la nostra condizione personale e familiare. Facciamo pertanto appello alla partecipazione a tutte le realtà sindacali, politiche e associative che stanno sostenendo il nostro presidio agli ingressi della fabbrica e a tutti i firmatari dell’appello”.

 

 

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Napoli, così è morto Ibrahim a 24 anni

ibrahim

 

Una brutta storia. Un ragazzo di 24 anni, ivoriano, Ibrahim Manneh che in 24 ore muore per dolori addominali e non trova soccorso adeguato. Capita a Napoli, “città rifugio” o “dell’accoglienza” ma la sua vicenda viene denunciata dagli attivisti dell’Ex Opg Je So Pazzo: tra malasanità e discriminazione, ecco come muore un ragazzo.

Morire in 24 ore

Tutto inizia domenica 9 luglio alle 12 quando  “Ibrahim lamenta forti dolori all’addome e si reca al Loreto Mare dove, senza che sia fatta alcuna analisi e, in seguito a un’iniezione, viene rimandato a casa, sebbene le sue condizioni fossero molto gravi. Una volta a casa, si aggrava e sopraggiungono dei forti dolori articolari. Resta a casa per tutto il giorno, aspettando che le “cure” mediche riservategli facessero effetto”.

 

In tarda serata, dicono i ragazzi di Je so pazzo “le condizioni di Ibrahim peggiorano in maniera definitiva e il ragazzo chiama in aiuto suo fratello e alcuni amici. E, mentre loro fanno di tutto per aiutarlo, l’odissea che attraverserà prima di morire è una lunga e cruenta storia di razzismo, pregiudizi e disumanità”.

I ragazzi decidono di portarlo in farmacia, e così “si rivolgono alla prima farmacia di turno aperta a Piazza Garibaldi. Il farmacista non apre nemmeno la porta, ma rendendosi conto della gravità della situazione, chiama ripetute volte un’ambulanza che non giungerà mai. Ibrahim è riverso a terra e i suoi amici chiedono aiuto ad una pattuglia dei Carabinieri che si trovava sul posto, ma questi gli intimano di allontanarsi, sebbene fosse palese la gravità della situazione: Ibrahim era a terra e chiedeva aiuto”.

Dopo più di un’ora di attesa, gli amici di Ibrahim, si rivolgono dunque a un tassista a Piazza Mancini, lo stazionamento più vicino.” Il tassista chiede dieci euro per la corsa fino all’ospedale più vicino, i ragazzi rispondono che i soldi non sono un problema, ma che è necessario sbrigarsi. Ma a quel punto il tassista si rifiuta di accompagnarli perché «non ha l’autorizzazione della Polizia». Perché per accompagnare un “negro” in ospedale bisogna avere l’autorizzazione delle forze dell’ordine”.
I ragazzi si rivolgono dunque ad una seconda farmacia di turno in zona: “il farmacista, senza alcuna visita medica, gli suggerisce di acquistare farmaci per un importo di 15 euro. In seguito all’assunzione di tali farmaci, i ragazzi si recano a casa. Ibrahim comincia a vomitare”.

A mezzanotte gli attivisti vengono contattati dagli amici di Ibrahim che “ci chiedono di essere aiutati, in seguito alle ripetute omissioni di soccorso che fino a questo punto si sono succedute. A nostra volta, chiamiamo un’ambulanza, chiedendo di recarsi presso l’abitazione del ragazzo”.

“Dal 118 ci dicono che non possono inviare il mezzo di soccorso “per un ragazzo che vomita” nonostante fosse stato precisato che Ibrahim non era in condizioni di muoversi e recarsi in ospedale. Ci forniscono così i contatti della Guardia Medica. Ci confermano che non può essere inviata nessuna ambulanza per un caso simile e che il ragazzo deve essere portato a Piazza Nazionale per poter essere visitato”.
Così, di peso, i suoi amici trascinano il ragazzo, in stato di incoscienza, verso Piazza Nazionale. “Nel tragitto, per una seconda volta, incontrano una volante dei Carabinieri, chiedono nuovamente aiuto, ma la volante li evita e rifiuta di soccorrerli. Una volta raggiunta la Guardia Medica, il medico di turno visita Ibrahim e immediatamente si rende conto delle gravissime condizioni in cui versa il ventiquattrenne. Viene così chiamata, ancora una volta, un’ambulanza che, a questo punto, arriva in maniera celere”.

 

Ibrahim arriva, infine, in ospedale solo alle 2.30 del lunedì. Viene trasportato in sala operatoria. A questo punto, nessuno, neanche suo fratello sa più niente di Ibrahim. Alle 11 del mattino solo dopo un’intera notte passata ad attendere notizie di suo fratello e senza averlo più visto, Bakary apprende della sua morte.

In serata, nonostante fosse morto parecchie ore prima, “a causa, pare, di una perforazione all’addome, senza che si facesse nemmeno in tempo ad operarlo (a quanto hanno dichiarato in serata i medici presenti nella struttura), le persone a lui vicine non erano state informate su nulla. Perché in sala operatoria, dove in mattinata avrebbero potuto salvarlo, Ibrahim ci è arrivato troppo tardi”. A suo fratello e ad i suoi amici, fino alla sera, non era stato detto niente. E, adesso, ancora aspettano di sapere la verità, di sapere cosa sia successo dalle 2:30 in poi.

Un’ora dopo insieme ai familiari e agli amici, gli attivisti decidono di denunciare questa situazione vergognosa.” Dopo aver scritto il deposto e raccolto le testimonianze di quanti ieri notte sono stati vicini a Ibrahim, decidiamo di depositarlo al posto di guardia dell’ospedale. Ma il posto di guardia è stato dismesso, quindi ci rechiamo in Questura. Lì i funzionari si rifiutano di accogliere la denuncia, sostenendo che deve essere depositata a Loreto Mare”.

Una volta che la notizia si è diffusa, nell’arco della giornata, gli amici di Ibrahim sono accorsi sul posto. “A causa della loro presenza davanti al Loreto Mare, la direzione dell’ospedale decide di allertare la Polizia. Arrivano immediatamente, questa volta, per intimidire i ragazzi e intimarli ad andarsene”.
Contestualmente, torniamo sul posto per poter sporgere denuncia presso il suddetto e fantomatico drappello giudiziario.  I poliziotti accorsi sul luogo, con atteggiamento aggressivo, identificano il nostro avvocato e, testuali parole: «Dovete farli andare tutti quanti a casa, altrimenti interveniamo noi, poi non vogliamo sapere niente di video e reato di tortura». E aggiungono: «La denuncia deve essere depositata presso la Questura Centrale, li abbiamo informati, vi stanno aspettando». Nonostante fossero presenti dieci poliziotti e potessero accogliere in loco la denuncia sul luogo, non è stato possibile farlo.

Le reazioni

“Apprendiamo con dolore ed indignazione la morte di un giovane di 24 anni in Italia dal 2010, del nome Ibrahim Manneh, presso l’ospedale Loreto Mare a Napoli – dichiara Aboubakar Soumahoro dell’esecutivo nazionale USB e Portavoce della CISPM (Coalizione Internazionale Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo) –

“La cronaca, come risulta dal racconto degli attivisti dell’ex OPG Napoli, è quella di una odissea non priva di indifferenza e cattiva prova di un sistema sanitario decadente con a capo il presidente della Regione Vincenzo De Luca, fresco di nomina a commissario della Sanità campana”.

Intanto domani mercoledì 12 luglio alle 16 è stato chiamato un presidio davanti alla Prefettura di Napoli da Ex Opg Je so pazzo per chiedere verità e giustizia

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Napoli non è ribelle ma una città ingiusta e divisa

 

 

“Questo mese di luglio sarà molto importante per la città. Stiamo lavorando sodo su tutti i fronti. Sul debito immane ereditato, sul patrimonio, sulla macchina amministrativa e le partecipate, sui cantieri della metropolitana, sulle infrastrutture (strade ed illuminazione), sui trasporti, sull’ambiente, sulle povertà, su Bagnoli, sulle Vele, su Napoli Est, sulle periferie, sul centro storico”. Così il sindaco Luigi de Magistris annuncia la “nuova avventura” a inizio di questo mese.

Come se non fosse in corso la seconda consiliatura, come se non fosse già passato un anno di questo secondo mandato. La Napoli “ribelle” si è sciolta sotto il sole cocente di questa estate appena iniziata: la città è ingiusta e divisa, come dicono i dati e la realtà di chi vive ogni giorno periferie e rioni popolari. Sul fronte politico si è passati dal “Renzi cacati sotto” alle pacche sulle spalle con i viceministri su Bagnoli e alle strette di mano con il governatore De Luca.

La situazione è molto simile al primo momento di scollatura tra Dema e la città tra fine 2013 e inizio 2014: un contesto che ho raccontato nel saggio Scassanapoli su Micromega. Analizziamo, ora, alcuni punti che il sindaco pone tra gli “obiettivi”.

La città divisa e ingiusta

I ricercatori dell’associazione NoiEurope stanno portando avanti un lavoro sul censimento 2011 che dimostra alcune cose importanti. Lavoro, reddito, istruzione e disparità di genere vedono una polarizzazione sociale a Napoli molto grave. Da una parte Chiaia, Posillipo e Vomero e dall’altra le periferie dove regnano disoccupazione, dispersione scolastica. Ecco la sintesi dell’ultimo studio: “quartiere per quartiere, strada per Strada sono descritte le condizioni socio-economiche e abitative delle famiglie napoletane. Tre le cose che saltano agli occhi.

La prima. La prevalenza delle aree popolari con famiglie giovani in affitto. Napoli è città povera, dove minori sono le occasioni di lavoro ben remunerato e stabile. E Napoli è (ancora) una città giovane, con un’età media più bassa delle altre metropoli italiane.

La seconda. Il concentrarsi delle aree residenziali di medio-alto profilo (colore viola) in pochi quartieri. Quelli che nella nostra campagna “Una città divisa” si presentano sempre ai primi posti negli indicatori di Occupazione e Istruzione (Vomero, Chiaia, Posillipo).

La terza. L’Inconsistenza delle aree del Ceto Medio. Troppo sottile la parte di città che vive una condizione di tranquillità economica. Senza dipendere dal ricatto della precarietà di un mercato del lavoro asfittico. Senza accumulare proprietà e redditi oltre una certa soglia”.

Le Vele e il diritto alla casa

La questione Scampìa è uno dei simboli sbandierati dal primo cittadino come “rinascita” di Napoli. Eppure proprio il Comitato Vele, insieme alla Campagna Magnemmece ‘o pesone, da giorni è in piena mobilitazione per il diritto alla casa. Dopo l’occupazione della sede del consiglio comunale di via Verdi stamattina per la prima volta quella di palazzo San Giacomo con alcuni contusi, dove ci sono gli uffici del sindaco: al grido di “mandiamoci Giggino a vivere in cantina”. Le ragioni della protesta risiedono nella crisi abitativa: “le politiche di welfare per la casa al palo da tre anni dopo l’approvazione della delibera 1018 del dicembre 2014, il diritto di residenza già messo in crisi da una legge classista come la legge Lupi, le singole vertenze come l’apertura di una struttura per l’emergenza abitativa che tarda da due anni”. A tutto ciò le promesse fatte da de Magistris, soprattutto in campagna elettorale, non sono state mantenute.

Periferie

Napoli Est (di cui si parlerà nel prossimo paragrafo), periferia nord, Soccavo e Pianura. Lo striscione in piazza Municipio “Ora le periferie” durante la festa per la seconda elezione è stato ignorato. Due esempi degli ultimi giorni. Sabato scorso a Piscinola un 15enne è stato raggiunto da un proiettile mentre giocava con gli amici. Il colpo doveva raggiungere un ex collaboratore di giustizia. Dal sindaco non è arrivato nemmeno un commento, tantomeno si è precipitato in quel quartiere per capire.

A Secondigliano Il Comune di Napoli ha chiuso definitivamente l’unico parco di propria competenza nella VII Municipalità. “Non ci vuole uno scienziato per capire che – dice Vincenzo Strino, giornalista e animatore di Larsec – quando si chiudono spazi del genere, si tengono in strada ragazzini che possono finire nelle grinfie della camorra come nuove leve o vittime di agguati, come capitato sabato a Piscinola”. Proprio Larsec insieme ai commercianti e alla municipalità hanno dato vita a una 3 giorni nel quartiere dove il sindaco non si è fatto vedere.

Napoli Est

Il disastro ambientale a due passi dal centro. Lo smaltimento di rifiuti tossici della Q8 sotto inchiesta e la linea di costa più inquinata della Campania. La risposta? Silenzio totale dal sindaco rivoluzionario. Anzi no. Con una bella stretta di mano si è fatto cedere gratuitamente i suoli dal governatore per l’impianto di compostaggio che sorgerà proprio accanto alla Q8. Da anni si fanno battaglie per il compostaggio che è fondamentale per la raccolta differenziata. Ma gli impianti hanno delle prerogative e un impatto su un territorio: quale portata in un luogo che attende le bonifiche? Quante tonnellate saranno spostate su gomma? Quale tecnologia avanzata per evitare la puzza: a freddo? Come mai questa decisione non è stata condivisa con il territorio? Eppure la forza politica del sindaco si chiama “democrazia” e “autonomia”, valori che non riguardano tutti.

Ci sarebbe da aggiungere altro sulla vergogna Anm tra consulenze d’oro e tagli alle linee, sui cantieri aperti e mai chiusi (via Marina), sulla manutenzione dei parchi, sulla gestione della polizia municipale. Poi c’è ancora Bagnoli su cui giocano mille contraddizioni e che, come tutti i temi citati, saranno in articoli specifici prossimamente.

Tutto ciò, però, non ha solo la responsabilità nel primo cittadino.

A rendere Napoli ingiusta e divisa è l’assenza di un consiglio comunale capace di far vivere le questioni sociali e di rappresentarle negli atti: mancano proprio i ferri del mestiere per la dialettica tra consiglio e Giunta. La stampa locale si appassiona alle polemiche, legittime per carità, relative a N’Albero, pizza fest, alla movida dei baretti e a quel luna park di festa e farina che interessa proprio a de Magistris e meno alla vita quotidiana della stragrande maggioranza popolare della città.

L’opposizione inutile e per certi versi dannosa, soprattutto quella del Pd (per non parlare del fu Lettieri). Un partito che con le primarie ha continuato a far danni dando scandalo e poi ha continuato finendo sotto inchiesta con la lista elettorale. Un partito che ha consiglieri comunali noti solo per i video che postano su facebook.

Ci ritroviamo con la retorica svuotata sull’amore e sulla rivoluzione. Le pratiche della “partecipazione” e dei “beni comuni” sono state messe in campo solo dai cittadini, garantendo quel filo di comunità capace di non far crollare Napoli nel caos assoluto. Anche il mito della città rifugio si ferma di fronte alla vicenda rom di Gianturco su cui l’azione del Comune non è lontana da altre amministrazioni di centrodestra.

E oggi l’utilizzo del feticcio Maradona al Plebiscito, la deviazione costante dai problemi seri o il silenzio fanno il paio con quel perimetro di due fermate di funicolare che rappresentano Napoli per l’attuale Amministrazione. Una città divisa e ingiusta in cui una borghesia professionale, commerciale e in molti casi collusa concentra risorse ed è un ostacolo per un reale cambiamento di Napoli.  Dopo 6 anni Luigi de Magistris non ha scelto da che parte stare e il tempo ormai è scaduto.

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Ponticelli: bambini che giocano dove morì il piccolo Francesco Paolillo

 

Rifiuti, i pilastri e i burroni del vecchio cantiere, i bambini che continuano ad entrare (come si vede nella foto in alto a sinistra). Questa è la situazione in via Miranda a Ponticelli, in un’area dove il 25 ottobre 2005 perse la vita il 14enne Francesco Paolillo. Francesco era in quel terreno insieme agli amici e cadde da un’altezza di decine di metri dopo aver aiutato un suo compagno in difficoltà. Il caso divenne nazionale con l’attenzione mediatica e istituzionale per mantenere viva la memoria.

Quella memoria, però, oggi è dimenticata da chi amministra. Alessandro, fratello maggiore, invece non si è mai arreso. Denuncia lo stato di degrado e l’abbandono del parco giochi che porta il nome di suo fratello e del campetto di calcio. Pneumatici, rifiuti ed erbacce sorgono accanto alle giostrine.

Ciò che più preoccupa è la sicurezza. “Ogni giorno vedo altri bambini come mio fratello entrare in quel terreno. Chiediamo solo un minimo di attenzione e messa in sicurezza per non dimenticare il sacrificio di Francesco”. Via Miranda è una strada tra il Lotto 0 e il parco De Filippo dove sorge il l’area dei murales. In fondo al terreno abbandonato e chiuso parzialmente da una rete è semplicissimo poter entrare e imbattersi in rifiuti di ogni tipo mentre dalle sterpaglie c’è il rischio di cadere in uno dei crateri lasciati da quel cantiere che doveva portare 300 alloggi.

Poi nel 2009 ci fu l’abbattimento di quei “mostri” in cemento armato. “Ci sentiamo traditi ed è tradita la memoria di mio fratello. Ogni giorno mia madre si affaccia e non vede solo quei pilastri ancora lì ma anche l’abbandono di tutta la zona”.

Eppure Alessandro, che oggi ha 32 anni e da 12 combatte per mantenere vivo quel sacrificio, non si vuole arrendere a questo scenario, già a fine anno aveva denunciato questa situazione che non vede un intervento da parte dell’Amministrazione comunale.

Per le periferie, come quella orientale, continuano ad arrivare storie di emarginazione e di distanza dal centro, soprattutto quello istituzionale. Questa è una delle aree della “città divisa” che vede la frattura territoriale nella distribuzione del reddito e della mobilità sociale.

“Vedi quella buca recintata in mezzo all’incrocio? Sta lì da tempo e l’ho fatta mettere io per evitare incidenti”. Alessandro indica con la mano sotto il sole cocente di giugno in un quartiere di case popolari dove il freddo della solitudine, invece, non conosce stagioni.

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