Appello dei 4 operai licenziati ex Hitachi

lucia

Quattro operai con le loro mogli sono in presidio permanente a Napoli da 20 giorni. Sono stati licenziati dalla società interinale Quanta all’interno dello stabilimento Hitachi di via Argine. Uno di loro ha una bimba con disabilità, ferma su una carrozzina. Un altro ha affrontato a Genova l’intervento della sua bimba per una tumore al cervello. La loro storia è esplosa il 10 luglio dopo un articolo che ha smosso l’attenzione mediatica e istituzionale. Sono state fatte alcune iniziative anche eclatanti, come salire sul tetto da parte di Lucia, una delle mogli.

Quello che hanno ottenuto è un tavolo in prefettura il I agosto ma non basta. Ecco il loro appello con cui spiegano i motivi e lanciano un presidio il 28 luglio davanti la sede del governo in piazza Plebiscito.

L’appello

“Siamo 4 operai alle dipendenze della società interinale Quanta in servizio presso lo stabilimento Hitachi di Via Argine a Napoli. Da un processo di ristrutturazione in atto ne residua che solo per noi 4 non c’è una ricollocazione. Tutti i nostri colleghi, 44 in totale, sono stati riassorbiti da Hitachi o collocati presso Leonardo-Finmeccanica. Evidentemente a causa delle nostre condizioni soggettive e familiari per l’azienda eravamo una zavorra da eliminare.  Non si tratta di aziende in crisi, tant’è che stanno avallando un nuovo piano di assunzioni, circa 240 lavoratori interinali. Forse anche il nostro vecchio contratto a tempo indeterminato era un problema per loro.

Da più di due settimane siamo in presidio giorno e notte all’ingresso della fabbrica. Uno di noi è rimasto incatenato ai cancelli per giorni, mentre una delle nostre mogli, in preda alla disperazione, è salita sul tetto minacciando il suicidio. Stiamo lottando per mantenere il nostro posto di lavoro e per garantire ancora una forma di sussistenza alle nostre famiglie. Abbiamo ricevuto la solidarietà di molte realtà associate e singoli, è stato redatto anche un appello per il nostro reintegro che in pochi giorni ha raccolto tante adesioni, tra cui quella del Sindaco di Napoli Luigi De Magistris.

Il primo agosto si terrà un vertice in Prefettura alla presenza delle aziende Quanta e Fata, mentre Hitachi ha comunicato al Prefetto di non essere disponibile, per il momento, a partecipare all’incontro. Noi chiediamo che siano presenti tutte le società coinvolte, poiché per diversi anni Hitachi si è avvalsa della nostra prestazione lavorativa, arrivando perfino a chiederci di firmare, all’atto della procedura di risoluzione contrattuale, un tombale “nulla a pretendere”.

Venerdì 28 luglio alle ore 10 torniamo in presidio alla prefettura di Napoli affinché le istituzioni locali e governative mantengano alta l’attenzione sulla nostra vicenda, chiederemo al Prefetto di essere ricevuti e consegneremo tutta la documentazione afferente la nostra condizione personale e familiare. Facciamo pertanto appello alla partecipazione a tutte le realtà sindacali, politiche e associative che stanno sostenendo il nostro presidio agli ingressi della fabbrica e a tutti i firmatari dell’appello”.

 

 

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Napoli, così è morto Ibrahim a 24 anni

ibrahim

 

Una brutta storia. Un ragazzo di 24 anni, ivoriano, Ibrahim Manneh che in 24 ore muore per dolori addominali e non trova soccorso adeguato. Capita a Napoli, “città rifugio” o “dell’accoglienza” ma la sua vicenda viene denunciata dagli attivisti dell’Ex Opg Je So Pazzo: tra malasanità e discriminazione, ecco come muore un ragazzo.

Morire in 24 ore

Tutto inizia domenica 9 luglio alle 12 quando  “Ibrahim lamenta forti dolori all’addome e si reca al Loreto Mare dove, senza che sia fatta alcuna analisi e, in seguito a un’iniezione, viene rimandato a casa, sebbene le sue condizioni fossero molto gravi. Una volta a casa, si aggrava e sopraggiungono dei forti dolori articolari. Resta a casa per tutto il giorno, aspettando che le “cure” mediche riservategli facessero effetto”.

 

In tarda serata, dicono i ragazzi di Je so pazzo “le condizioni di Ibrahim peggiorano in maniera definitiva e il ragazzo chiama in aiuto suo fratello e alcuni amici. E, mentre loro fanno di tutto per aiutarlo, l’odissea che attraverserà prima di morire è una lunga e cruenta storia di razzismo, pregiudizi e disumanità”.

I ragazzi decidono di portarlo in farmacia, e così “si rivolgono alla prima farmacia di turno aperta a Piazza Garibaldi. Il farmacista non apre nemmeno la porta, ma rendendosi conto della gravità della situazione, chiama ripetute volte un’ambulanza che non giungerà mai. Ibrahim è riverso a terra e i suoi amici chiedono aiuto ad una pattuglia dei Carabinieri che si trovava sul posto, ma questi gli intimano di allontanarsi, sebbene fosse palese la gravità della situazione: Ibrahim era a terra e chiedeva aiuto”.

Dopo più di un’ora di attesa, gli amici di Ibrahim, si rivolgono dunque a un tassista a Piazza Mancini, lo stazionamento più vicino.” Il tassista chiede dieci euro per la corsa fino all’ospedale più vicino, i ragazzi rispondono che i soldi non sono un problema, ma che è necessario sbrigarsi. Ma a quel punto il tassista si rifiuta di accompagnarli perché «non ha l’autorizzazione della Polizia». Perché per accompagnare un “negro” in ospedale bisogna avere l’autorizzazione delle forze dell’ordine”.
I ragazzi si rivolgono dunque ad una seconda farmacia di turno in zona: “il farmacista, senza alcuna visita medica, gli suggerisce di acquistare farmaci per un importo di 15 euro. In seguito all’assunzione di tali farmaci, i ragazzi si recano a casa. Ibrahim comincia a vomitare”.

A mezzanotte gli attivisti vengono contattati dagli amici di Ibrahim che “ci chiedono di essere aiutati, in seguito alle ripetute omissioni di soccorso che fino a questo punto si sono succedute. A nostra volta, chiamiamo un’ambulanza, chiedendo di recarsi presso l’abitazione del ragazzo”.

“Dal 118 ci dicono che non possono inviare il mezzo di soccorso “per un ragazzo che vomita” nonostante fosse stato precisato che Ibrahim non era in condizioni di muoversi e recarsi in ospedale. Ci forniscono così i contatti della Guardia Medica. Ci confermano che non può essere inviata nessuna ambulanza per un caso simile e che il ragazzo deve essere portato a Piazza Nazionale per poter essere visitato”.
Così, di peso, i suoi amici trascinano il ragazzo, in stato di incoscienza, verso Piazza Nazionale. “Nel tragitto, per una seconda volta, incontrano una volante dei Carabinieri, chiedono nuovamente aiuto, ma la volante li evita e rifiuta di soccorrerli. Una volta raggiunta la Guardia Medica, il medico di turno visita Ibrahim e immediatamente si rende conto delle gravissime condizioni in cui versa il ventiquattrenne. Viene così chiamata, ancora una volta, un’ambulanza che, a questo punto, arriva in maniera celere”.

 

Ibrahim arriva, infine, in ospedale solo alle 2.30 del lunedì. Viene trasportato in sala operatoria. A questo punto, nessuno, neanche suo fratello sa più niente di Ibrahim. Alle 11 del mattino solo dopo un’intera notte passata ad attendere notizie di suo fratello e senza averlo più visto, Bakary apprende della sua morte.

In serata, nonostante fosse morto parecchie ore prima, “a causa, pare, di una perforazione all’addome, senza che si facesse nemmeno in tempo ad operarlo (a quanto hanno dichiarato in serata i medici presenti nella struttura), le persone a lui vicine non erano state informate su nulla. Perché in sala operatoria, dove in mattinata avrebbero potuto salvarlo, Ibrahim ci è arrivato troppo tardi”. A suo fratello e ad i suoi amici, fino alla sera, non era stato detto niente. E, adesso, ancora aspettano di sapere la verità, di sapere cosa sia successo dalle 2:30 in poi.

Un’ora dopo insieme ai familiari e agli amici, gli attivisti decidono di denunciare questa situazione vergognosa.” Dopo aver scritto il deposto e raccolto le testimonianze di quanti ieri notte sono stati vicini a Ibrahim, decidiamo di depositarlo al posto di guardia dell’ospedale. Ma il posto di guardia è stato dismesso, quindi ci rechiamo in Questura. Lì i funzionari si rifiutano di accogliere la denuncia, sostenendo che deve essere depositata a Loreto Mare”.

Una volta che la notizia si è diffusa, nell’arco della giornata, gli amici di Ibrahim sono accorsi sul posto. “A causa della loro presenza davanti al Loreto Mare, la direzione dell’ospedale decide di allertare la Polizia. Arrivano immediatamente, questa volta, per intimidire i ragazzi e intimarli ad andarsene”.
Contestualmente, torniamo sul posto per poter sporgere denuncia presso il suddetto e fantomatico drappello giudiziario.  I poliziotti accorsi sul luogo, con atteggiamento aggressivo, identificano il nostro avvocato e, testuali parole: «Dovete farli andare tutti quanti a casa, altrimenti interveniamo noi, poi non vogliamo sapere niente di video e reato di tortura». E aggiungono: «La denuncia deve essere depositata presso la Questura Centrale, li abbiamo informati, vi stanno aspettando». Nonostante fossero presenti dieci poliziotti e potessero accogliere in loco la denuncia sul luogo, non è stato possibile farlo.

Le reazioni

“Apprendiamo con dolore ed indignazione la morte di un giovane di 24 anni in Italia dal 2010, del nome Ibrahim Manneh, presso l’ospedale Loreto Mare a Napoli – dichiara Aboubakar Soumahoro dell’esecutivo nazionale USB e Portavoce della CISPM (Coalizione Internazionale Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo) –

“La cronaca, come risulta dal racconto degli attivisti dell’ex OPG Napoli, è quella di una odissea non priva di indifferenza e cattiva prova di un sistema sanitario decadente con a capo il presidente della Regione Vincenzo De Luca, fresco di nomina a commissario della Sanità campana”.

Intanto domani mercoledì 12 luglio alle 16 è stato chiamato un presidio davanti alla Prefettura di Napoli da Ex Opg Je so pazzo per chiedere verità e giustizia

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Napoli non è ribelle ma una città ingiusta e divisa

 

 

“Questo mese di luglio sarà molto importante per la città. Stiamo lavorando sodo su tutti i fronti. Sul debito immane ereditato, sul patrimonio, sulla macchina amministrativa e le partecipate, sui cantieri della metropolitana, sulle infrastrutture (strade ed illuminazione), sui trasporti, sull’ambiente, sulle povertà, su Bagnoli, sulle Vele, su Napoli Est, sulle periferie, sul centro storico”. Così il sindaco Luigi de Magistris annuncia la “nuova avventura” a inizio di questo mese.

Come se non fosse in corso la seconda consiliatura, come se non fosse già passato un anno di questo secondo mandato. La Napoli “ribelle” si è sciolta sotto il sole cocente di questa estate appena iniziata: la città è ingiusta e divisa, come dicono i dati e la realtà di chi vive ogni giorno periferie e rioni popolari. Sul fronte politico si è passati dal “Renzi cacati sotto” alle pacche sulle spalle con i viceministri su Bagnoli e alle strette di mano con il governatore De Luca.

La situazione è molto simile al primo momento di scollatura tra Dema e la città tra fine 2013 e inizio 2014: un contesto che ho raccontato nel saggio Scassanapoli su Micromega. Analizziamo, ora, alcuni punti che il sindaco pone tra gli “obiettivi”.

La città divisa e ingiusta

I ricercatori dell’associazione NoiEurope stanno portando avanti un lavoro sul censimento 2011 che dimostra alcune cose importanti. Lavoro, reddito, istruzione e disparità di genere vedono una polarizzazione sociale a Napoli molto grave. Da una parte Chiaia, Posillipo e Vomero e dall’altra le periferie dove regnano disoccupazione, dispersione scolastica. Ecco la sintesi dell’ultimo studio: “quartiere per quartiere, strada per Strada sono descritte le condizioni socio-economiche e abitative delle famiglie napoletane. Tre le cose che saltano agli occhi.

La prima. La prevalenza delle aree popolari con famiglie giovani in affitto. Napoli è città povera, dove minori sono le occasioni di lavoro ben remunerato e stabile. E Napoli è (ancora) una città giovane, con un’età media più bassa delle altre metropoli italiane.

La seconda. Il concentrarsi delle aree residenziali di medio-alto profilo (colore viola) in pochi quartieri. Quelli che nella nostra campagna “Una città divisa” si presentano sempre ai primi posti negli indicatori di Occupazione e Istruzione (Vomero, Chiaia, Posillipo).

La terza. L’Inconsistenza delle aree del Ceto Medio. Troppo sottile la parte di città che vive una condizione di tranquillità economica. Senza dipendere dal ricatto della precarietà di un mercato del lavoro asfittico. Senza accumulare proprietà e redditi oltre una certa soglia”.

Le Vele e il diritto alla casa

La questione Scampìa è uno dei simboli sbandierati dal primo cittadino come “rinascita” di Napoli. Eppure proprio il Comitato Vele, insieme alla Campagna Magnemmece ‘o pesone, da giorni è in piena mobilitazione per il diritto alla casa. Dopo l’occupazione della sede del consiglio comunale di via Verdi stamattina per la prima volta quella di palazzo San Giacomo con alcuni contusi, dove ci sono gli uffici del sindaco: al grido di “mandiamoci Giggino a vivere in cantina”. Le ragioni della protesta risiedono nella crisi abitativa: “le politiche di welfare per la casa al palo da tre anni dopo l’approvazione della delibera 1018 del dicembre 2014, il diritto di residenza già messo in crisi da una legge classista come la legge Lupi, le singole vertenze come l’apertura di una struttura per l’emergenza abitativa che tarda da due anni”. A tutto ciò le promesse fatte da de Magistris, soprattutto in campagna elettorale, non sono state mantenute.

Periferie

Napoli Est (di cui si parlerà nel prossimo paragrafo), periferia nord, Soccavo e Pianura. Lo striscione in piazza Municipio “Ora le periferie” durante la festa per la seconda elezione è stato ignorato. Due esempi degli ultimi giorni. Sabato scorso a Piscinola un 15enne è stato raggiunto da un proiettile mentre giocava con gli amici. Il colpo doveva raggiungere un ex collaboratore di giustizia. Dal sindaco non è arrivato nemmeno un commento, tantomeno si è precipitato in quel quartiere per capire.

A Secondigliano Il Comune di Napoli ha chiuso definitivamente l’unico parco di propria competenza nella VII Municipalità. “Non ci vuole uno scienziato per capire che – dice Vincenzo Strino, giornalista e animatore di Larsec – quando si chiudono spazi del genere, si tengono in strada ragazzini che possono finire nelle grinfie della camorra come nuove leve o vittime di agguati, come capitato sabato a Piscinola”. Proprio Larsec insieme ai commercianti e alla municipalità hanno dato vita a una 3 giorni nel quartiere dove il sindaco non si è fatto vedere.

Napoli Est

Il disastro ambientale a due passi dal centro. Lo smaltimento di rifiuti tossici della Q8 sotto inchiesta e la linea di costa più inquinata della Campania. La risposta? Silenzio totale dal sindaco rivoluzionario. Anzi no. Con una bella stretta di mano si è fatto cedere gratuitamente i suoli dal governatore per l’impianto di compostaggio che sorgerà proprio accanto alla Q8. Da anni si fanno battaglie per il compostaggio che è fondamentale per la raccolta differenziata. Ma gli impianti hanno delle prerogative e un impatto su un territorio: quale portata in un luogo che attende le bonifiche? Quante tonnellate saranno spostate su gomma? Quale tecnologia avanzata per evitare la puzza: a freddo? Come mai questa decisione non è stata condivisa con il territorio? Eppure la forza politica del sindaco si chiama “democrazia” e “autonomia”, valori che non riguardano tutti.

Ci sarebbe da aggiungere altro sulla vergogna Anm tra consulenze d’oro e tagli alle linee, sui cantieri aperti e mai chiusi (via Marina), sulla manutenzione dei parchi, sulla gestione della polizia municipale. Poi c’è ancora Bagnoli su cui giocano mille contraddizioni e che, come tutti i temi citati, saranno in articoli specifici prossimamente.

Tutto ciò, però, non ha solo la responsabilità nel primo cittadino.

A rendere Napoli ingiusta e divisa è l’assenza di un consiglio comunale capace di far vivere le questioni sociali e di rappresentarle negli atti: mancano proprio i ferri del mestiere per la dialettica tra consiglio e Giunta. La stampa locale si appassiona alle polemiche, legittime per carità, relative a N’Albero, pizza fest, alla movida dei baretti e a quel luna park di festa e farina che interessa proprio a de Magistris e meno alla vita quotidiana della stragrande maggioranza popolare della città.

L’opposizione inutile e per certi versi dannosa, soprattutto quella del Pd (per non parlare del fu Lettieri). Un partito che con le primarie ha continuato a far danni dando scandalo e poi ha continuato finendo sotto inchiesta con la lista elettorale. Un partito che ha consiglieri comunali noti solo per i video che postano su facebook.

Ci ritroviamo con la retorica svuotata sull’amore e sulla rivoluzione. Le pratiche della “partecipazione” e dei “beni comuni” sono state messe in campo solo dai cittadini, garantendo quel filo di comunità capace di non far crollare Napoli nel caos assoluto. Anche il mito della città rifugio si ferma di fronte alla vicenda rom di Gianturco su cui l’azione del Comune non è lontana da altre amministrazioni di centrodestra.

E oggi l’utilizzo del feticcio Maradona al Plebiscito, la deviazione costante dai problemi seri o il silenzio fanno il paio con quel perimetro di due fermate di funicolare che rappresentano Napoli per l’attuale Amministrazione. Una città divisa e ingiusta in cui una borghesia professionale, commerciale e in molti casi collusa concentra risorse ed è un ostacolo per un reale cambiamento di Napoli.  Dopo 6 anni Luigi de Magistris non ha scelto da che parte stare e il tempo ormai è scaduto.

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Ponticelli: bambini che giocano dove morì il piccolo Francesco Paolillo

 

Rifiuti, i pilastri e i burroni del vecchio cantiere, i bambini che continuano ad entrare (come si vede nella foto in alto a sinistra). Questa è la situazione in via Miranda a Ponticelli, in un’area dove il 25 ottobre 2005 perse la vita il 14enne Francesco Paolillo. Francesco era in quel terreno insieme agli amici e cadde da un’altezza di decine di metri dopo aver aiutato un suo compagno in difficoltà. Il caso divenne nazionale con l’attenzione mediatica e istituzionale per mantenere viva la memoria.

Quella memoria, però, oggi è dimenticata da chi amministra. Alessandro, fratello maggiore, invece non si è mai arreso. Denuncia lo stato di degrado e l’abbandono del parco giochi che porta il nome di suo fratello e del campetto di calcio. Pneumatici, rifiuti ed erbacce sorgono accanto alle giostrine.

Ciò che più preoccupa è la sicurezza. “Ogni giorno vedo altri bambini come mio fratello entrare in quel terreno. Chiediamo solo un minimo di attenzione e messa in sicurezza per non dimenticare il sacrificio di Francesco”. Via Miranda è una strada tra il Lotto 0 e il parco De Filippo dove sorge il l’area dei murales. In fondo al terreno abbandonato e chiuso parzialmente da una rete è semplicissimo poter entrare e imbattersi in rifiuti di ogni tipo mentre dalle sterpaglie c’è il rischio di cadere in uno dei crateri lasciati da quel cantiere che doveva portare 300 alloggi.

Poi nel 2009 ci fu l’abbattimento di quei “mostri” in cemento armato. “Ci sentiamo traditi ed è tradita la memoria di mio fratello. Ogni giorno mia madre si affaccia e non vede solo quei pilastri ancora lì ma anche l’abbandono di tutta la zona”.

Eppure Alessandro, che oggi ha 32 anni e da 12 combatte per mantenere vivo quel sacrificio, non si vuole arrendere a questo scenario, già a fine anno aveva denunciato questa situazione che non vede un intervento da parte dell’Amministrazione comunale.

Per le periferie, come quella orientale, continuano ad arrivare storie di emarginazione e di distanza dal centro, soprattutto quello istituzionale. Questa è una delle aree della “città divisa” che vede la frattura territoriale nella distribuzione del reddito e della mobilità sociale.

“Vedi quella buca recintata in mezzo all’incrocio? Sta lì da tempo e l’ho fatta mettere io per evitare incidenti”. Alessandro indica con la mano sotto il sole cocente di giugno in un quartiere di case popolari dove il freddo della solitudine, invece, non conosce stagioni.

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La città ingiusta: la questione di genere è una questione di quartiere

vesuvio

 

Una questione di genere, una questione di quartiere. Continua il viaggio dei ricercatori di Noi@Europe nei livelli di diseguaglianza a Napoli, una città sempre più “divisa” e polarizzata. Nella scorsa puntata i dati dimostravano come lavoro e reddito siano circoscritti ai quartieri “bene” (Chiaia-Posillipo-Vomero-Centro) e la disoccupazione nelle periferie. Ora lo studio si focalizza sulla questione di genere e la musica non cambia.

“Il livello di occupazione femminile in città è basso – scrivono i ricercatori – Secondo il Censimento 2011 il numero di donne occupate in città è del 22,4%, assai inferiore alla media nazionale (36,1%). C’è quindi una questione “lavoro femminile” che riguarda l’intera città”.

I dati

città divisaAll’interno di questo dato ecco il divario: “c’è allo stesso tempo un enorme divario dentro la città di Napoli. Se il numero di donne, giovani, ragazze occupate nei quartieri ‘bene’ della città resta comunque non elevato (circa un terzo del totale delle residenti in età da lavoro), nelle periferie Est e Nord le percentuali si abbassano fino a poco più di un decimo del totale. In questi quartieri poco più di una donna su dieci dichiara di aver svolto attività lavorativa remunerata. Una minoranza, piccolissima, di donne lavoratrici”.

Il record tocca a San Giovanni a Teduccio (periferia est) insieme ai quartieri della periferia nord: Miano, San Pietro a Patierno e Scampìa. Invece il quadrilatero della Napoli “bene” (centro, Vomero, Chiaia, Posillipo) vede triplicate quelle percentuali.

“Non a caso – continua la nota di Noi@Europe – le differenze tra quartieri aumentano quando si passa dal tasso di occupazione generale (rapporto di 1 a 2 tra i quartieri con migliori e peggiori performance) a quello femminile in particolare (dove il rapporto è di 1 a 3). E’ sulle donne dei quartieri poveri della città che si scarica il peso più forte di un mercato del lavoro precario e asfittico, della insufficienza di servizi pubblici di cura alla persona, di rapporti squilibrati all’interno della famiglia e della coppia”.

Si attende, ora, la prossima puntata con nuovi dati. Da questi primi due studi si evince che Napoli sia una delle città più divise e polarizzate, dove la questione sociale (e quella di genere) si concentra nelle periferie mentre in pochi quartieri borghesi si accumula reddito.

 

 

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Periferie senza lavoro, reddito a Posillipo: i dati sulla città ingiusta

vesuvio

 

Il tasso di occupazione minimo a San Pietro a Patierno, San Giovanni a Teduccio, Miano e Scampia (poco più del 20%). Invece quello oltre il 40% a Chiaia, Posillipo, Vomero e San Giuseppe (zona centro). Questi sono i dati della Napoli spaccata dalla questione sociale, o come si diceva nel ‘900 da una questione di classe.

La città ingiusta vede le periferie come luoghi di disoccupazione endemica  e disagio sociale, mentre reddito e ricchezza sono concentrati nel salotto buono che dalla collina del Vomero e quella di Posillipo scende sul lungomare. Sono due città costruite negli ultimi decenni fino alla crisi, microcosmo di quel mondo che concentra troppo nelle mani di pochi e niente nella stragrande maggioranza dei cittadini.

 

disoccupazioneLa ricerca

A fornire questi dati è stata l’associazione Noi Europe basati su quelli Istat del 2011 con il lavoro di Pietro Sabatino e Ciro De Falco messi in grafica da Dario Fiorentino. A breve Noi Europe specificherà i suoi studi con altri numeri e approfondimenti sulla polarizzazione dei quartieri della città: “il cammino per una città moderna ed “europea” – scrive l’associazione – passa in primo luogo per la riduzione delle diseguaglianze. Napoli è una città estremamente ingiusta, in cui ricchezze, saperi, opportunità si concentrano in poche mani, teste, in pochi quartieri, strade, rioni. Il livello di tale diseguaglianza è intollerabile, non comparabile con quello di altre città italiane ed europee, e spesso, sconosciuto a cittadini e decisori politici”.

Per questo sarà lanciata la campagna “Una città divisa”: “una campagna che faccia parlare innanzitutto i dati, i numeri sui principali indicatori socio-economici nei quartieri poveri e ricchi della città”.

Il tentativo di questi giovani ricercatori è quello di aiutare “e arricchire il dibattito pubblico in città e dia una mano a chi vuole cambiarne le priorità, mettendo al centro la sofferenza, la mancanza di orizzonti e di prospettive della parte più povera e senza potere della società napoletana”.

Quale città?

Ci sarà questa disponibilità, soprattutto tra le realtà più attive della cittadinanza, dei movimenti e della “società civile”? Saranno disposte le istituzioni, a partire dall’Amministrazione di Luigi de Magistris, a occuparsi di questo dualismo sociale che spacca la città in interessi materiali e culturali contrapposti? “Le periferie al centro”, recitava così lo striscione durante i festeggiamenti della riconferma del sindaco a Palazzo San Giacomo: tra devastazioni ambientali, emarginazione sociale e devianza criminale i quartieri a est, nord e ovest della città aspettano ma si muovono. Sono le periferie il luogo dove si decide il reale cambiamento.

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La Napoli dei “pazzi”: prima, durante e dopo il razzista Salvini

 

Quando a Goro decine di cittadini hanno alzato barricate contro 20 donne e bambini migranti il mood mediatico era per la “comprensione” di fronte alla “paura” e al “contesto sociale”. A Napoli, invece, le barricate si sono erette contro il leader xenofobo Matteo Salvini ma la risposta “di sistema” è stata completamente opposta.

Le 5-10mila persone in piazza contro la presenza del leghista fautore della “pulizia di massa quartiere per quartiere” hanno determinato la nuova anomalia di una città che, dieci anni fa, fu la prima a ribellarsi contro i business dei rifiuti e del disastro ambientale che colpisce numerosi territori.

Giovani, giovanissimi, tre generazioni di genitori e nonni, centri sociali, comitati, insegnanti, lavoratori, disoccupati e società civica diffusa hanno risposto a una mobilitazione che durava da settimane. Un appello antirazzista ha visto l’adesione di oltre 100 tra artisti, musicisti, scrittori, docenti, giornalisti e forze sociali. Per l’occasione è stato inciso un brano con cantanti napoletani tra rapper, neo melodici e cantautori.

Contro questa mobilitazione si sono alzati “democratici” e “liberali” per il diritto di opinione e la libertà di parola. La nobilissima motivazione è stata rivolta a un personaggio che vive in tv e sui social parlando a milioni di italiani ogni giorno. Ma la posta in gioco della difesa dell’ex concorrente di “Un Pranzo è servito” è un’altra.

Prima

Il giorno precedente un vero e proprio pasticcio ha determinato l’incandescente clima a Fuorigrotta. Prefettura e Questura avevano trovato l’accordo con i manifestanti che avevano occupato la sede della Mostra d’Oltremare. A dare man forte agli antirazzisti è stato il sindaco Luigi de Magistris che si è schierato con i centri sociali rincorrendo il dualismo tra gli spazi occupati e il leader leghista: un atteggiamento che si rileverà perdente per il primo cittadino.

A mettere tutti a tacere è stato il ministro “di ferro” Marco Minniti che ha creato anche un imbarazzante scontro con la Prefettura e la Questura napoletane propense a una mediazione con i manifestanti che avevano occupato la Mostra.

Il suo ordine di garantire “il diritto costituzionale” a Salvini ha esasperato il clima di tensione in vista della manifestazione. E soprattutto ha aperto una contraddizione enorme rispetto a un altro rischio per la Costituzione: il suo decreto immigrazione. Associazioni laiche e cattoliche, alti magistrati e giuristi hanno esplicitamente dichiarato di come quell’atto metta a rischio i diritti umani. Eppure non si sono sollevati i difensori della libertà individuale di questi giorni.

E la mano dura di Minniti conferma anche quanto sia utile un Salvini in questa fase: testa di legno di un’attività di governo altamente lesiva dei diritti dei migranti.

Durante

I rischi di scontri per il corteo sono nell’aria. Eppure dalle 13.30 la metro di piazza Garibaldi è affollata di centinaia di giovani e giovanissimi provenienti da tutta la regione. Una partecipazione colorata, radicale, rumorosa. È il taglio di quella mobilitazione voluta da gran parte degli organizzatori.

Qualcuno, invece, vuole quello che in gergo si chiama riot: lo scontro, la guerriglia di fronte alla militarizzazione e alla zona rossa. Due gruppi si staccano in modo confuso, non danno l’idea di essere particolarmente organizzati per sostenere lo scontro contro un vero e proprio esercito di blindati. Entrambi i gruppi non sono black bloc: un’altra invenzione dovuta semplicemente al colore di alcune felpe.

Al di là delle retoriche scandalizzate le dinamiche di piazza hanno una loro storia. Ci sono quelli che di fatto restano a fronteggiarsi con lancio di petardi, sassi e bottiglie (non molotov, invenzione di qualche testata ripresa poi da tutti). E poi ci sono quelli che alcuni colleghi hanno identificato come appartenenti alla militanza da stadio con il vessillo del Regno delle due Sicilie: quelli che hanno aggredito a sprangate alcuni giornalisti.

A pagarne le spese, ovviamente, è tutto il corteo che ricompatta su via Leopardi dove viene caricato in maniera massiccia da decine di blindati e idranti che di solito sono usati per capi di governo o di vertici internazionali. A terra restano feriti da una parte e dall’altra, tra cui 6 reporter e 2 manifestanti arrestati che saranno processati per direttissima.

Dopo

Napoli diventa l’anomalia, la “pazzia” con i pulcinella “violenti”. Sotto torchio finisce Luigi de Magistris che dopo aver preso posizione con i centri sociali diserta la piazza avendo annusato aria di scontri: un errore politico clamoroso, come sindaco e come leader del suo movimento politico. C’è chi invoca le sue dimissioni, chi come Bassolino dice di “non aver fatto il sindaco”. In realtà il problema è come lo fai il sindaco: alla Bertinotti con il suo “di lotta e di governo” del 2006-2008 o alla Espedito Marletta, sindaco di Acerra che era in prima linea a farsi manganellare contro l’apertura dell’inceneritore in quel 29 agosto 2004. La successiva risposta a chi lo accusa, poi, diventa la toppa peggiore con cui prende le distanze dopo aver sostenuto il percorso di questa manifestazione.

Inevitabilmente, con l’obiettivo di mettere sotto il sindaco fuori dall’orbita dei partiti nazionali, inizia la gran cassa mediatica che annulla il senso di questa mobilitazione. Salvini diventa il “buono” e la “vittima” mentre gli antirazzisti sono unicamente dei facinorosi che hanno messo a ferro e fuoco un quartiere: i petardi napoletani fanno più rumore delle bombe carta dei tassisti romani. Il trappolone di piazzale Tecchio ha anche il merito di scoprire le carte di un sistema complessivo di opinione atto a proteggere la propaganda xenofoba e a condannare chi contesta legittimamente un leader razzista.

L’epilogo della manifestazione, però, deve interrogare anche le realtà sociali napoletane. Ad aprire il dibattito è stata Lucilla Parlato, direttore di Identità Insorgenti che è stata tra i promotori della mobilitazione e dell’appello su cui abbiamo fatto convergere decine di adesioni, con un durissimo e chiaro editoriale su certe responsabilità.

Si è assistito a un’estetica dello scontro che non sembrava interessare agli stessi protagonisti bardati e incappucciati. Lo scontro, fuori da ogni retorica o ingenuo buonismo, si mette in conto quando ci sono le zone rosse e le sfide “repressive”.

Eppure va fatta una domanda: serviva all’obiettivo di questa manifestazione? Poteva avere conseguenze politiche negative sull’ampio consenso verso questa mobilitazione? Se non interessano le risposte a queste domande vuol dire che il problema è a monte: non ci sono obiettivi strategici ma si persegue una inutile autoreferenzialità.

Epilogo

Molti hanno parlato di vincenti e perdenti. Eppure non ne vedo o comunque non è quello il nodo della questione. Quello che viene fuori è una situazione complessa, per citare Andreotti. Salvini, il populista anti-sistema, si è fatto “coccolare” dalla protezione repressiva del ministro dell’Interno del Pd. La linea editoriale a reti unificate poi lo rende vittima grazie anche agli errori del sindaco di Napoli.

Sul piatto c’è un gioco a tre fishes tra forze di governo, populisimi compatibili e radicalismo istituzionale privo di lungimiranza.

Sul terreno restano le persone. Restano quei 10mila da cui ripartire, quell’ostilità manifesta contro i seminatori di odio e la convinzione che Salvini e i suoi simili non diventano più forti quando sono contestati, a dispetto delle teorie “liberal” di certi “dem” che dicevano lo stesso su Renzi poi affondato al Referendum.

Resta una Napoli “pazza” di pulcinella “impazziti” (come titola Libero, stavolta con una inconsapevole dose razionale) perché anomali e fuori da quel controllo culturale che vuole il razzismo come nuovo arredo nelle case degli italiani tra il bon ton istituzionale e i nuovi Cie dove rinchiudere i diritti umani.

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Il Maradona di Jorit che ha fatto riscoprire il Bronx

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A inizio anni ’90 apparve una scritta sull’ingresso posteriore di via Taverna del Ferro, nel quartiere San Giovanni a Teduccio: “i ragazzi del Bronx 2001”. Da allora quel rione per tutti divenne semplicemente il Bronx come l’omonimo quartiere newyorkese. Oggi sulla facciata anteriore Jorit ha realizzato il ritratto di Diego Armando Maradona: il murales più grande del mondo. Da giorni si è aperto un dibattito sull’opportunità di quest’opera, “sul quartiere problematico che non ha bisogno di murales”, “su Maradona drogato cattivo esempio”, sulle strumentalizzazioni di chi amministra ed è latitante da 6 anni da quei luoghi.

A volere questo murales sono stati alcuni ragazzi e cittadini di San Giovanni, stanno facendo una colletta con l’aiuto di Inward e dello stesso Jorit. Accanto a Maradona ci sarà uno scugnizzo a opera ultimata. E se c’è un risultato di questo murales è che ha fatto riscoprire il Bronx di Napoli est. Non so quanto ne sapete di questo posto progettato da architetti di sinistra, avallato dai dirigenti del Pci/Pds/Ds e realizzato come risposta alla domanda di alloggi post terremoto.

Trent’anni di un bunker sociale

Era fine anni ’80 e ogni domenica mattina andavo da zia Fortuna. A lei era stata assegnata la casa al primo piano della “stecca” alta. Anno per anno si notava la trasformazione di quella specie di falansteri popolari che sarebbero diventati bunker con una soglia sociale non oltrepassabile. Il controllo portone per portone, gli ascensori fatti saltare in aria perché le scale erano “più sicure”, i locali commerciali al piano terra completamente devastati. A scuola media i miei compagni di classe mi aggiornavano sulle dinamiche criminali dopo l’uccisione dei boss con le loro paure di adolescenti cresciuti troppo in fretta.

Poi arrivarono i blitz. Soldati ed elicotteri che alle 8 del mattino si abbassavano sulle nostre teste, arresti e sgomberi a favore di telecamere ma il giorno dopo tutto tornava come prima. E ciclicamente si ripetevano queste scenografie di Stato mentre generazioni crescevano tra pistole e droga.

Poi arrivarono gli anni Duemila. Forza Italia faceva il pieno di voti e guai a noi giovani militanti comunisti se provavamo ad affiggere manifesti falce&martello sui muri. Poi arrivò il Pd (gli stessi dello scandalo primarie) col tuttofare che faceva da anello di congiunzione e i voti arrivavano con la promessa di far fare i lavori “alla Romeo” (Romeo immobiliare che ha gestito patrimonio comunale, oggi arrestato per corruzione ndr).  Quei grattacieli a pezzi controllati scala per scala dove potevo accompagnare come educatore i bimbi del semiconvitto tanto “tutt appost sta arrivann ‘o prufessore”

In mezzo ci sono piccole faide e sangue. C’è lo spacciatore che per ucciderlo spararono 40 colpi rincorrendolo per 300 metri tra case e presenti terrorizzati. C’è quello ucciso davanti scuola alle 8 del mattino mentre i bimbi entravano in classe. C’è Vincenzo Amendola, ucciso e sepolto a 18 anni un anno fa e chissà per quale futile motivo. C’è la dispersione scolastica, la disoccupazione, l’emigrazione o lo spaccio.  Ci sono i lavoratori a sbarcare la giornata, i disoccupati che hanno fatto le lotte, gli anziani e i pezzi di merda.

E, soprattutto, sappiamo chi non ci è stato mai. Sappiamo chi ha la responsabilità di aver creato bunker sociali come questo, le Vele, il Lotto 0 e tanti altri. Allora chiedetevi perché Maradona è stato scelto per campeggiare maestoso su quella facciata. Chiedetevi dove sono state le istituzioni, compresa l’amministrazione “rivoluzionaria” degli ultimi 6 anni che ha abbandonato un’intera periferia colpita da un disastro ambientale. Chiedetevi quanto sia controproducente ricordarsi di uno slum solo perché vi hanno dipinto il calciatore più forte di tutti i tempi.

Quando finirà il murales di Jorit ci sarà uno scugnizzo accanto a Diego. Quegli stessi scugnizzi che hanno abitato e abitano quei luoghi e guardano a un altro scugnizzo che è riuscito a diventare il più grande di tutti. Questo è il messaggio dei “ragazzi del Bronx 2017” che tutti dovrebbero sforzare di comprendere prima di giudicare.

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Quei Rom da cacciare nella periferia est dimenticata

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Sui fondali del dibattito- scontro tra Saviano e de Magistris e della presunta disputa tra una Napoli nuova e vecchia restano tante questioni irrisolte. Rifiuti, periferie e Rom sono tre temi di cui la politica istituzionale si tiene alla larga, salvo alcune eccezioni come per le Vele di Scampìa che da dopo 30 anni di lotte del Comitato stanno per crollare giù .

Da giorni le forze di polizia municipale, insieme a Polizia di Stato e autorità giudiziaria, stanno piantonando il grande campo rom di via delle Brecce, la “Idomeni di Napoli”. Ad aprile 2016 è partita un’ordinanza di sgombero per le circa 1300 persone, compresi oltre 300 bambini. Nella giornata di ieri sono state sequestrate auto, carrozzine e, secondo i volontari e attivisti presenti sul posto, pure generi alimentari. A seguire la vicenda è il Comitato abitanti di via delle Brecce che da tempo è in contatto con la comunità rom del campo: “Malgrado rassicurazioni, rinvii e impegni su soluzioni alternative le continue pressioni tradiscono una strategia di lento e forzato svuotamento del campo, per renderne invisibile il dramma sociale e risolvere così l’impasse di istituzioni che non sembrano in grado di offrire risposte e tutela dei diritti elementari”. Sarebbe  una eventuale tattica per evitare ulteriori tensioni nel bel mezzo dell’emergenza freddo che già pone una seria questione relativa ai senza dimora.

Di fronte alla linea precisa di Prefettura e Procura alcune domande vengono posto all’Amministrazione comunale che, ad oggi, non ha ancora comunicato la possibile alternativa valida: “Con quali criteri l’amministrazione sta selezionando i Rom meritevoli di una sistemazione e quelli che non lo sono? quali alternative abitative per le persone che a breve verranno sbattute in strada? In quale data lo sgombero verrà effettivamente realizzato? Perché la popolazione Rom è costantemente retrocessa a “oggetto” di fantomatiche politiche sociali e mai riconosciuta come soggetto?”.

La questione Rom rappresenta una patata bollente da sempre, tra contraddizioni e scelte politiche che favoriscono la creazione di mega campi. La Regione ha ricevuto 16 milioni per gli interventi di natura sociale ma non si ha notizia di alcun piano attuativo. Il Comune balbetta e non sembra avere la minima idea sul cosa fare. In mezzo ci sono storiche speculazioni su questa comunità, da quella politica in salsa elettorale a quella razziale con episodi di campi dati alle fiamme a Ponticelli (2008) e Poggioreale (2015). A Roma, invece, la Giunta Raggi sta percorrendo la strada del superamento dei campi insieme alle associazioni rom.

Questa vicenda si inserisce in un contesto come quello dell’area ex industriale che attende la bonifica da 20 anni. Pochi giorni fa De Luca ha annunciato 25 impianti di compostaggio di cui uno sorgerà a Napoli Est, nel luogo dove doveva essere costruito un inceneritore. Gli impianti di compostaggio sono fondamentali per la piena realizzazione della raccolta differenziata (con le dovute garanzie tecniche) ma al momento manca ancora il progetto definitivo per conoscere i dettagli.

Chi spiegherà lo scopo di questi impianti ai residenti di questa periferia che attende risposte sullo smaltimento illecito di rifiuti della Q8 (inchiesta in corso), sull’allargamento del porto commerciale e sulla linea di costa più inquinata della Campania? O si aspetta che qualche forza politica griderà “stanno portando i rifiuti a Napoli Est” aumentando confusione e tensioni?

“Ora le periferie”. Così recitava il grande striscione del Comitato Vele di Scampìa in piazza Municipio dopo la vittoria di Luigi de Magistris nel giugno scorso: per quella ad est, che inizia alle spalle della stazione centrale e termina ai confini dei comuni vesuviani, non è arrivata ancora l’ora nelle priorità di Palazzo San Giacomo.

 

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A Napoli c’è chi non si schiera con le chiacchiere, ma con i fatti

massimo

Solo ora si stanno spegnendo i fuochi del blablabla tra Saviano e de Magistris. Uno scontro di cui si poteva fare a meno, una lotta “tra due narcisismi” come ha sapientemente analizzato Aldo Masullo. La Napoli delle chiacchiere si è schierata, legittimamente. Sullo sfondo ci sono argomenti seri, ma restano opachi di fronte un meccanismo di marketing: quello dello scrittore che attacca il sindaco mentre ha un libro in promozione (per chi conosce un po’ i meccanismi editoriali non è una novità) e la risposta dai toni spinti dell’ex pm (in città ha raccolto consenso).

Tutto legittimo ma tremendamente noioso. E quasi ci sente come rifugiati politici nella propria città.

Napoli va raccontata su ciò che fa e non sulle parole dette o scritte. Ed è per questo che bisogna distinguere le chiacchiere dai fatti. Ed ecco alcune questioni che, magari, possono permettere di fare una distinzione.

Sparatoria alla Maddalena. Una bimba di 10 anni colpita al piede e 3 migranti sono stati feriti dai colpi di pistola di chi vuole riscuotere il pizzo sulla miseria nei mercatini della Ferrovia (evento da cui è partita la bolgia tra i due contendenti) ecco chi fa: oggi a Forcella manifestazione di UnPopoloInCammino (parrocchie, precari Bros, Insurgencia) che il 31 dicembre aveva già ricordato Maikol Russo con una targa insieme alla moglie Angela e ai parenti della vittima innocente.

Emergenza freddo. In Campania ci sono stati 2 morti. Quella di Angelo ad Avellino tra mille polemiche per una morte evitabile e quella di un clochard immigrato ad Aversa. Da sabato molti napoletani si sono mobilitati. Nonostante il Comune non abbia riattivato l’Unità di strada le coop sociali hanno deciso di farlo volontariamente. Molti singoli cittadini si stanno mobilitando per la raccolta di coperte e indumenti. E l’ex Opg Je so pazz ha deciso di aprire le porte del centro sociale a tutti i senza dimora che hanno bisogno di un riparo.

Negli stessi giorni della feroce polemica è quasi passato in secondo piano il secondo anniversario della morte di Pino Daniele. Grazie al giornale Identità Insorgenti e altre associazioni piazza Plebiscito non è rimasta vuota ma si è riempita di napoletani che anno ricordato il cantautore della “nuova napoletanità”.

Sono solo tre esempi, ce ne sarebbero molti altri. Penso al Larsec di Secondigliano, alle associazioni e ai comitati di Napoli Est o a quelli di Soccavo, alle battaglie di Bagnoli Libera, al tessuto sociale costruttivo di Scampìa o al processo di rinascita del rione Sanità.

Poi nel caso si attendono fatti dal Governo per quanto riguarda l’investimento sulle forze di prevenzione al crimine. E dallo stesso sindaco attendono  anche tutti i rioni oltre la stazione centrale: quei quartieri senza nemmeno alberi (quelli veri, non i tubi innocenti sul Lungomare).

Credo possano essere sufficienti per distinguere le chiacchiere dai fatti, il racconto di Napoli dal marketing di un narcisismo di cui non abbiamo bisogno. A chi specula, in qualsiasi modo, rispondete con l’ironia di Massimo e con le parole di Pino: lì ci sono ancora i riferimenti di una Napoli che mai resta ferma e sempre cambierà restando un luogo unico per il mondo.

 

 

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